Acque anarchicheLa protezione dell’Alto Mare riguarda il cento per cento della popolazione mondiale

L’High Seas Treaty, adottato un anno fa, è ancora lontano dall’entrata in vigore: «Puntiamo al giugno 2025, ma serve uno sforzo globale. La navigazione triplicherà e i cavi sottomarini aumenteranno, quindi bisogna regolare le attività umane e proteggere la biodiversità anche nelle zone escluse dalla giurisdizione nazionale», racconta Minna Epps della Iucn

AP Photo/LaPresse (ph. Robert F. Bukaty)

Ricoprono circa il settanta per cento della superficie terrestre, ma ne conosciamo solo una piccola parte: il cinque per cento è stato esplorato dall’uomo e il dieci per cento è stato mappato utilizzando il sonar, una tecnologia che – attraverso la propagazione del suono sott’acqua – rileva la presenza di oggetti. Stiamo ovviamente parlando degli oceani, celebrati oggi – sabato 8 giugno – nella loro Giornata Mondiale, indetta nell’anniversario della Conferenza Mondiale su Ambiente e Sviluppo di Rio Janeiro (1992).

Il loro livello è aumentato mediamente di quindici-venticinque centimetri dal 1900: una diretta conseguenza dell’emergenza climatica che impatta gravemente su questi straordinari serbatoi di biodiversità – ospitano circa l’ottanta per cento delle specie viventi sulla Terra – e sulle popolazioni insulari. Da una parte, quindi, gli oceani sono un ecosistema multiforme in crisi. Dall’altra, però, sono una risorsa sempre più strategica in termini geoeconomici: sul loro fondale si trovano più di quattrocento cavi sottomarini, da cui dipende il novantasette per cento del traffico di internet globale, per un totale di 1,2 milioni di chilometri (tre volte la distanza tra Terra e Luna). C’è però una questione annosa: chi (e come) protegge le acque marine che non ricadono sotto le giurisdizioni nazionali (circa il sessantaquattro per cento del totale)? 

È una domanda che rimbomba ogni giorno nella mente di Minna Epps, responsabile del Programma Oceano della Iucn (International union for conservation of nature). Reduce dalla partecipazione al Blue Economy Summit, organizzato all’università Bocconi da One Ocean Foundation (il programma della loro One Ocean Week milanese proseguirà fino al 9 giugno con un palinsesto ricchissimo), la biologa marina ha lavorato in prima persona all’High Seas Treaty, il Trattato sull’Alto Mare, in grado di stabilire una governance comune sulle immense porzioni oceaniche non controllate dai singoli Stati. L’accordo è stato adottato dalle Nazioni unite nel giugno 2023, al termine di circa vent’anni anni di negoziati estenuanti. Un traguardo considerato storico, ma che necessita ancora di alcuni passaggi per diventare un capolavoro: ne abbiamo parlato direttamente con Minna Epps in questa intervista. 

Per entrare finalmente in vigore, il Trattato sull’Alto mare deve essere ratificato da almeno sessanta Paesi. Oggi, però, il numero reale è sotto la doppia cifra. Sta notando un atteggiamento negligente da parte dei governi? Oppure è un processo fisiologico?
«Non la chiamerei negligenza, perché per noi rimane una vittoria. È un trattato nato dopo una lavorazione durata circa vent’anni, e mi sento davvero privilegiata ad aver guidato la delegazione dell’Iucn durante questa negoziazione, assieme a un ampio spettro di avvocati internazionali che sono stati coinvolti nel lungo periodo. Oggi esistono circa diciannove organismi di governance degli oceani, ma sono molto frammentati. Quindi, ciò che è la biodiversità al di là della giurisdizione nazionale è sotto la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. La novità è che il precedente accordo riguardava maggiormente il controllo e la prevenzione, mentre il Trattato sull’Alto Mare è più orientato al futuro. Mi riferisco, in particolare, alla conservazione marina e alla conservazione della biodiversità oltre la giurisdizione nazionale. Il nuovo trattato consentirà di istituire le aree marine protette in alto mare, con i relativi strumenti per mantenerle. Questo è veramente fondamentale, perché sappiamo che la protezione marina è di fatto un’azione per il clima».

Cosa cambierà nel concreto?
«Un esempio riguarda la valutazione dell’impatto ambientale delle attività che si svolgono in aree marine oltre la giurisdizione nazionale. Ci sarà un modo molto più standardizzato, con una procedura più chiara, su come fare le valutazioni di impatto ambientale in alto mare. Mi riferisco in particolare ad attività nuove e moderne, come le città galleggianti o la rimozione di anidride carbonica marina. Altri settori, come quello del gas e del petrolio, non verranno inclusi. Ma sappiamo che l’oceano acquisirà ancora più importanza in futuro: nel prossimo secolo la navigazione triplicherà, ci saranno più cavi sottomarini e molte altre nuove attività. Insomma, è sempre più essenziale regolare le attività umane in mare, soprattutto dove non arrivano i governi».

Quali sono gli altri punti chiave dell’accordo? 
«Un aspetto fondamentale riguarda la costruzione e il trasferimento delle tecnologie marine. Questo è un punto che si connette a tutti gli altri elementi del trattato. C’è poi la questione riguardante le risorse genetiche marine, il loro accesso e la loro condivisione. L’Alto Mare, che è oltre le duecento miglia nautiche dalla costa, è un patrimonio comune dell’umanità. Appartiene a te come appartiene a me. E questo è davvero un cambiamento radicale. Come detto, il trattato per entrare in vigore avrà bisogno di almeno sessanta Stati membri dell’Onu non solo per la firma, ma anche per la ratifica dell’accordo». 

Secondo lei, quanto tempo ci vorrà per la definitiva entrata in vigore? 
«Sono serviti dodici anni e sessanta firme per il via libera alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Dall’altra parte, però, trattati come l’Accordo di Parigi sul clima sono stati approvati rapidamente, in circa sette-otto mesi: penso sia un record. Ecco perché noi vogliamo essere ottimisti. Tuttavia, per ratificare un trattato internazionale è necessario che i singoli Paesi passino attraverso lunghi processi legislativi nazionali: devono, per semplificare, modificare alcune norme. Molti Stati del Pacifico, però, sono già pronti da quel punto di vista. Il vero passo avanti deve farlo l’Europa. L’obiettivo è che l’High Seas Treaty entri in vigore entro la Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani dell’anno prossimo, nel giugno 2025. È molto ottimistico, molto ambizioso, ma dove saremmo senza ambizione?».

Quali sono gli Stati che, da questo punto di vista, si stanno muovendo con più senso d’urgenza?
«Palau è stato il primo a ratificare il trattato: questo piccolo Paese insulare del Pacifico ha davvero preso il comando, il che è fantastico. Abbiamo anche il Belize e il Cile, mentre tra i Paesi europei c’è il Principato di Monaco. La Francia, però, è molto vicina al traguardo, e potrebbe dare un impulso importante ad altri Stati europei. Passando all’Asia, l’anno scorso ho quasi pianto quando il Nepal ha firmato il trattato. È un Paese in via di sviluppo, senza sbocchi sul mare, eppure ha voluto contribuire fin da subito. Questo significa avere un pensiero sistemico. Lo stesso vale per lo Zambia, in Africa». 

A proposito di Stati insulari del Pacifico (i più minacciati dall’innalzamento del livello del mare), di recente la Commission of Small Island States on Climate Change and International Law (Cosis) ha ottenuto un’importante vittoria al Tribunale internazionale del diritto del mare. Per merito loro, le emissioni di gas climalteranti rientreranno ufficialmente tra gli inquinanti oceanici. Quali ripercussioni avrà questo successo?
«È un traguardo significativo, anche nell’ottica dei contenzioni climatici. È effettivamente la prima volta che abbiamo un parere legale sul cambiamento climatico. In realtà, se vogliamo essere veramente obiettivi, hanno enfatizzato e rafforzato ulteriormente ciò che l’Unclos, la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, affermava già. Si tratta di una vittoria che renderà la protezione climatica un obbligo legale».

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