Nuovo PrometeoCosa può fare l’intelligenza artificiale per la democrazia

Pubblichiamo la prefazione al saggio “Il nuovo fuoco” (Egea) che analizza come la società affronta l’IA e i suoi problemi

AP / LaPresse

Il 24 marzo 2024 Marc Benioff, co-fondatore e amministratore delegato dell’azienda di software Salesforce, nonché proprietario della rivista Time, si domanda in un tweet: «Quando sapremo di aver raggiunto il vertice del ciclo di clamore dell’intelligenza artificiale?». Il testo è accompagnato dall’eloquente fotografia della nuova linea di spazzolini da denti elettrici di uno dei marchi più famosi, accompagnata dalla scritta «A.I.». L’attenzione globale e ossessiva sull’espressione «intelligenza artificiale», esplosa in particolare dopo il lancio di ChatGPT nel 2022, ci ha ormai portato gli spazzolini da denti con l’intelligenza artificiale e molte altre astuzie di marketing. Come ha osservato Demis Hassabis, co-fondatore e amministratore delegato di Google DeepMind, l’intelligenza artificiale è ormai avvolta da una cappa di attenzione e di imbrogli che può finire per «oscurare la scienza e la ricerca, che è fenomenale». D’altra parte, la stessa espressione «intelligenza artificiale» nasce negli anni Cinquanta per esigenze di marketing: è l’intuizione commerciale di un ricercatore, John McCarthy, che cerca un’espressione più accattivante rispetto a «teoria degli automi» per ottenere fondi pubblici e privati.

(…) Che cos’è l’intelligenza artificiale, oltre a una settantennale trovata di marketing, con diversi cicli di interesse? Gli autori forniscono una risposta convincente, e in linea con la maggior parte degli studi in materia, indicando «tre scintille che accendono il nuovo fuoco: i dati, gli algoritmi e la potenza di calcolo». I sistemi «utilizzano la potenza di calcolo per eseguire algoritmi che istruiscono le macchine su come imparare dai dati» e così realizzano applicazioni con un certo valore economico. La storia dell’intelligenza artificiale in questo secolo, secondo questo paradigma della triade, è quindi la vicenda dell’evoluzione di dati, algoritmi e potenza di calcolo, dei ricercatori e degli imprenditori che ne sono protagonisti.

Quest’evoluzione si muove con una straordinaria velocità. Pensiamo, da un lato, alla proliferazione di ciò che è chiamata attualmente «intelligenza artificiale generativa» per i testi, le immagini e i video, e alla corsa che coinvolge attori come Microsoft-OpenAI, Google DeepMind, Anthropic, Meta e altri, nonché al dibattito sui sistemi proprietari e quelli open source: questi temi sono ben presenti anche in diversi passaggi de Il nuovo fuoco, come potrà vedere il lettore, ma nell’attualità sono e saranno continuamente arricchiti di nuovi particolari. Dall’altro punto di vista, possiamo considerare la nuova centralità assunta dal tema della potenza di calcolo e quindi dall’ecosistema dell’industria dei semiconduttori nonché dalle modalità di alimentazione e trasmissione dei data center.

(…) La competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale, a questo proposito, è stata indagata anche da osservatori e protagonisti di lungo corso, come Henry Kissinger, in uno dei suoi ultimi libri pubblicato in vita, scritto con Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher, e secondo la testimonianza di Schmidt anche in un volume inedito, dedicato ai concetti di genesi e generazione. Buchanan e Imbrie mostrano come la competizione attuale veda una continua ridefinizione dei confini tra gli ambiti civili e militari, oltre a un ruolo molto più forte per la capacità di investimento e attrazione dei talenti da parte degli attori privati (anche se ciò non vuol dire che le imprese non avessero un ruolo importante, per esempio, nello stesso Progetto Manhattan). Nella sfida attuale è più difficile individuare paradigmi più o meno stabili o regolativi, come la mutua distruzione assicurata, su cui individuare possibili accordi tra avversari. Eppure, la complessità dello scenario non può essere una scusa per evitare di chiedersi quale debba essere il ruolo delle politiche pubbliche.

Ciò ci conduce allo stesso ruolo di Buchanan e Imbrie, docenti all’Università di Georgetown, coinvolti in uno dei think tank nati per analizzare l’impatto politico della tecnologia e la competizione tra Stati Uniti e Cina, il CSET (Center for Security and Emerging Technology) presso la stessa università. Come avviene spesso nel sistema statunitense, queste competenze si spostano anche nelle politiche pubbliche, e difatti Buchanan, che scrive a titolo personale, ha collaborato ufficialmente con l’amministrazione Biden fin da giugno 2021 nell’ufficio delle politiche scientifiche e tecnologiche e in seguito anche nel Consiglio per la sicurezza nazionale, fino ad assumere l’incarico di consigliere speciale per l’intelligenza artificiale a giugno 2023. Con Il nuovo fuoco, pertanto, il lettore italiano ha l’occasione di confrontarsi con il pensiero che ha caratterizzato l’azione più recente degli Stati Uniti in quest’ambito, e in particolare l’ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale del presidente Biden del 30 ottobre 2023, oltre alle politiche multilaterali in questo settore, per esempio in un G7 sempre più impegnato sui temi della sicurezza economica e della competizione tecnologica, con una discussione che coinvolge e coinvolgerà anche le biotecnologie.

Lo sguardo di Buchanan e Imbrie è incentrato sugli Stati Uniti ma contiene osservazioni dettagliate anche sul sistema cinese. Il fatto che l’Europa non riceva la stessa attenzione non deve generare un lamento ingiustificato e un po’ patetico. Deriva semplicemente dalla realtà, e cioè da una capacità nelle tre scintille (dati, algoritmi, potenza di calcolo) che non è comparabile da tempo rispetto a quella di altri attori. La lettura de Il nuovo fuoco così ci ricorda che i discorsi su regole ed etica, attraverso cui nell’ambito europeo viene spesso affrontato questo tema, sono inutili se restano astratti rispetto allo sviluppo imprenditoriale e tecnologico, senza cui il protagonismo di un attore politico non è in alcun modo realizzabile, se non nella forma di una dichiarazione di intenti. È dunque utile capire, una volta per tutte, che non può esistere una fantomatica «potenza delle regole» senza capacità imprenditoriale, finanziaria, militare e tecnologica e che l’insistenza europea su questa formula risulta, agli occhi degli altri attori, un’opera di autolesionismo. Ciò non significa che non si potrà parlare di regole in ambito multilaterale ma che il discorso sulle regole potrà essere efficace ed effettivo solo da parte di chi è competitivo in termini di capacità imprenditoriali, finanziarie, militari e tecnologiche.

Tra gli elementi discussi dagli autori nella conclusione, ha particolare rilievo il tema del talento, spesso sottovalutato in una discussione sull’intelligenza artificiale troppo avvolta dalla cappa degli scenari apocalittici in cui i sistemi informatici prenderanno definitivamente il controllo sugli esseri umani o da una logica sensazionalistica e approssimativa, come quella ricordata nel testo discutendo le dichiarazioni da clickbait di Yuval Harari. Nella realtà attuale, la forza degli Stati Uniti nella frontiera tecnologica deriva ancora in modo decisivo dal loro ruolo di principale magnete di talenti del mondo: gli stessi ricercatori cinesi si sono trasferiti negli Stati Uniti per perseguire maggiori opportunità professionali, nell’accademia e nelle aziende. Questa dimensione oggi deve considerare nuovi elementi, tra cui una Cina sempre più chiusa verso l’esterno, la resistenza statunitense verso l’immigrazione, le ambizioni di nuovi attori come l’India e il Vietnam. Un esercizio utile, per gli stessi europei, è stabilire quale ruolo giocare nella competizione dei talenti, che resterà un fattore di primo piano per il futuro dell’intelligenza artificiale e dei suoi spazzolini da denti.

Copyright © 2022 Benjamin Louis Buchanan and William Andrew Imbrie

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter