Chi ben cominciaLa settimana europea dell’Ucraina

Dall’avvio dei negoziati di adesione al trattato sulla sicurezza, ecco come Kyjiv sta accorciando la distanza con Bruxelles

AP/Lapresse

La settimana europea dell’Ucraina si è appena conclusa, ma in questi giorni si sono messe le basi per un avvicinamento al blocco che prenderà forma nel medio (forse anche lungo) periodo. Un avvicinamento che procede ora su due binari chiaramente definiti: quello politico, che porterà a tempo debito all’ingresso di Kyjiv nell’Unione, e quello economico, che mira a sostenere nell’immediato la resistenza ucraina.

Tutto è cominciato lunedì (24 giugno) a Lussemburgo, quando i ministri degli Esteri dei Ventisette hanno adottato il quattordicesimo pacchetto di sanzioni contro la macchina bellica del Cremlino e hanno raggiunto l’accordo sull’utilizzo degli extraprofitti generati dai capitali russi immobilizzati nelle banche europee, che fungeranno da garanzia per finanziare gli aiuti a Kyjiv.

Sempre a Lussemburgo, martedì si è tenuta la prima conferenza intergovernativa (Cig) Ue-Ucraina: dopo la concessione dello status di Paese candidato, lo scorso dicembre, si è trattato dell’avvio ufficiale dei negoziati di adesione di Kyjiv. Una formalità, certo, ma che ha messo in moto il complesso percorso che dovrà portare, in un arco di tempo indefinito, l’ex repubblica sovietica all’interno del club europeo.

“Un processo lungo e impegnativo”, nelle parole della presidenza belga dell’Ue, e che richiederà “riforme importanti” da parte del governo, del popolo e dello Stato ucraino. Ma che è nei fatti irreversibile, data la nettezza della scelta compiuta da un’intera nazione che, dieci anni fa, sventolava le bandiere europee sulla piazza Maidan a Kyjiv, sfidando cannoni ad acqua, granate lacrimogene e proiettili ad altezza uomo.

All’epoca, gli ucraini che protestavano contro il regime corrotto di Viktor Janukovyč, che aveva provato a riportare bruscamente il Paese nell’orbita di Mosca, gridavano «l’Ucraina è Europa». La risposta di Vladimir Putin era stata l’annessione illegale della Crimea e l’inizio della guerra in Donbass. Dieci anni dopo, l’Ucraina ha finalmente iniziato il suo cammino verso l’Europa. E non è solo un cammino simbolico.

Certo, come ha ammesso la ministra belga degli Esteri Hadja Lahbib, visibilmente emozionata, «la strada sarà lunga e non sarà una strada facile». Gli Stati membri dovranno valutare continuamente se Kyjiv soddisfa i requisiti e le condizioni per procedere con il processo di adesione. Le riforme che lo Stato ucraino deve mettere in campo sono enormi, e il duro lavoro comincia ora. «Ma siamo sicuri che l’Ucraina ce la farà», ha concluso Lahbib, garantendo il supporto continuato di Bruxelles.

Del resto, come sottolineato dalla vicepremier ucraina Olha Stefanishyna, «nessun discorso politico nel Paese può rappresentare un ostacolo per la trasformazione» che serve per entrare nel blocco: «L’Ucraina è pronta ed è capace e raggiungeremo i nostri obiettivi in questo processo», ha ribadito, aggiungendo che «se dovremo iniettare dell’energia ad altri all’interno dell’Ue (riferimento all’Ungheria di Viktor Orbán puramente casuale, ndr) siamo pronti a fare anche quello».

E la settimana si è conclusa ieri (27 giugno) a Bruxelles, dove Volodymyr Zelensky ha partecipato come ospite d’onore al Consiglio europeo. A coronare questa serie di «passi storici», come lui stesso li ha definiti, è arrivata infatti la stipula di un accordo sulle garanzie di sicurezza dell’Ue all’Ucraina.

Una scelta che pone i suoi artefici dal lato giusto della storia, nelle parole dello stesso presidente ucraino, che ha peraltro auspicato il pronto ingresso nel blocco anche della Moldova, dei Balcani occidentali, della Georgia e addirittura della Bielorussia di Aljaksandr Lukašėnka.

Il patto siglato da Zelensky e dai vertici Ue (Charles Michel per il Consiglio europeo e Ursula von der Leyen per la Commissione) dovrebbe permettere a Kyjiv di ricevere aiuti militari per un valore di circa cinque miliardi di euro nel 2024. Ora, questa somma dovrebbe arrivare dal Fondo di assistenza per l’Ucraina (Uaf) introdotto lo scorso marzo, dovrà essere incanalata in un fondo speciale la cui creazione legale avverrà in un secondo momento, e per la quale andrà vinta, per l’ennesima volta, la resistenza di Budapest – oppure, come suggeriva ieri sera una fonte vicina al governo ungherese, di garantire allo Stato magiaro un opt out su tutte le decisioni relative al sostegno militare all’Ucraina. Dopodiché, potrebbero essere sborsate annualmente delle tranches aggiuntive (potenzialmente del medesimo importo) fino al 2027, quando scadrà l’attuale bilancio pluriennale dell’Ue.

Il documento prevede che, in caso di futura aggressione, l’Ue e l’Ucraina si consulteranno entro ventiquattro ore dallo scoppio delle ostilità per esaminare le esigenze di Kyjiv e «determinare rapidamente» i passi successivi. Tra le attività in cui i Ventisette si impegnano a sostenere la resistenza ucraina ci sono vari ambiti della politica di difesa, tra cui la fornitura di armi, l’addestramento militare, la cooperazione industriale e lo sminamento del territorio.

«Per la prima volta, questo accordo sancirà l’impegno di tutti i 27 Stati membri a fornire all’Ucraina un sostegno sostanziale, indipendentemente da qualsiasi cambiamento istituzionale interno», ha dichiarato il presidente. «Ogni passo che compiamo ci avvicina al nostro obiettivo storico di pace e prosperità nella nostra casa comune europea», ha aggiunto. Gli impegni rimarranno validi finché il Paese avrà terminato il proprio percorso di adesione al blocco, e verranno rivisti al massimo tra dieci anni.

Oltre a quello con l’intero blocco, l’Ucraina ha stipulato oggi accordi bilaterali anche con Lituania ed Estonia. Che si vanno ad aggiungere agli altri 17 firmati con altrettanti alleati, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Giappone e Italia. Naturalmente, non si tratta di garanzie paragonabili a quelle offerte dal famigerato articolo 5 del Trattato Nordatlantico, la disposizione su cui si basa la Nato che di fatto offre la protezione dell’ombrellone nucleare statunitense. Ma, per un Paese nella situazione in cui si trova Kyjiv, è decisamente qualcosa che va molto oltre il simbolismo.

Secondo Zelensky, tuttavia, «la pressione attuale sulla Russia non è sufficiente. Voglio quindi chiedere sostegno militare: artiglieria, munizioni. E il mantenimento di tutte le promesse non solo per proteggere le vite ma anche per distruggere l’illusione che (i russi, ndr) possano ottenere qualcosa con la guerra». «Il finanziamento è molto importante», ha continuato, chiedendo ai suoi omonimi del blocco di adoperarsi per fare in modo «che ogni pacchetto annunciato arrivi sul campo di battaglia il prima possibile, per favore, il prima possibile».

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