Rosso inconscio La maternità secondo Louise Bourgeois

Dal 22 giugno al 20 ottobre, due mostre al museo del Novecento di Firenze esporranno le opere più celebri dell’artista francese naturalizzata americana, comprese quelle dedicate alla dialettica tra madre e bambino

Louise Bourgeois, PREGNANT WOMAN, 2008. Photo: Christopher Burke, © The Easton Foundation/Licensed by S.I.A.E., Italy and VAGA at Artists Rights Society (ARS), NY

Non c’è tema più attuale, controverso e saturo di quello della maternità. Come ha scritto Veronica Raimo in un recente articolo su Lucy sulla cultura, dovremmo forse abbandonare l’idea che la vita di ogni donna ruoti intorno a questo grande dilemma. Potrebbe essere la sfida del femminismo contemporaneo. Invece di rendere la procreazione più accessibile a tutti, sarebbe forse meglio spostare la nostra attenzione da lì, considerando che siamo un mondo già abbondantemente sovraffollato e che le risorse sono in via di definitivo esaurimento? O forse il principio della maternità è, come ha sancito la psicoanalisi, lo specchio primo delle relazioni umane successive, il paradigma iniziale a partire dal quale tutti gli altri rapporti si innestano e prendono vita?

È utile preparare questi quesiti esistenziali prima di visitare la mostra dedicata a Louise Bourgeois a Firenze, Do not abandon me curata da Philip Larratt-Smith e Sergio Risaliti grazie al Museo del Novecento. A partire dal 22 giugno, parte del museo delle Ex Leopoldine sarà occupato dalla rassegna delle cosiddette gouaches rosse, le celebri raffigurazioni dei vari cicli dell’esistenza che Bourgeois ha realizzato durante gli ultimi cinque anni della sua vita: sessualità, procreazione, nascita, maternità, alimentazione, dipendenza, coppia, unità familiare e i fiori. Una serie di iconografie che dunque rappresentano stadi emotivi universali, eppure eminentemente connessi alla dialettica tra la madre e il bambino, tra la madre e il proprio figlio e che riporta a considerare quanto detto sopra: se la dipendenza, la sessualità e l’alimentazione, tanto per citarne alcuni, sono i contenuti simbolici di tutte le strutture relazionali che imbastiamo nel corso della vita non è forse vero che è il richiamo materno, ancora oggi, a renderle possibili, ad avvalorale, a funzionare, per usare un altro termine junghiano, archetipiche?

Louise Bourgeois, PREGNANT WOMAN, 2008. Photo: Christopher Burke, © The Easton Foundation/Licensed by S.I.A.E., Italy and VAGA at Artists Rights Society (ARS), NY

Del resto, è stata proprio Bourgeois a chiarire la preminenza dell’inconscio, del materiale sepolto sotto gli strati della coscienza in merito alla germinazione artistica. E che esorcizzava il proprio vissuto famigliare mediante un afflato e una ricerca stilistici conturbanti, allegorici, fiabeschi. Inquieta, delicata, affascinante, Louise Bourgeois doveva aver sentito che si avvicinava la sua fine e l’aveva intesa alla stregua di un preludio alla nascita. Aveva della maternità un’idea dolente che coincideva con l’abbandono e forse proprio la morte aveva sottolineato, reso vivido il desiderio di un ritorno alle proprie origini, di un ritorno all’utero materno, in una concezione esistenziale sferica, concentrica, ciclica per l’appunto, in cui l’inizio equivale al termine di tutte le cose.

Per questo ha lavorato prevalentemente con il rosso, che è il colore che rimanda al sangue, al liquido amniotico, alle viscere intrauterine, ai fluidi corporei, le mestruazioni e che è il più prevalente all’interno delle sue opere. Quasi tutte sembrano la rielaborazione di un sogno: i contorni sono sfranti, strabordano, non sono messi bene a fuoco. Come se un’immagine fosse stagliata dentro il quadro dal fondo della coscienza. Alcune stampe digitali nascono dall’incontro e dalla collaborazione tra Louise Bourgeois e Tracey Emin, nota artista britannica, tuttora vivente, i cui dipinti ricordano, vagamente, l’utilizzo dei colori e delle forme di Bourgeois.

Louise Bourgeois Umbilical Cord, 2003. Photo: Christopher Burke, © The Easton Foundation/Licensed by S.I.A.E., Italy and VAGA at Artists Rights Society (ARS), NY

Ma l’attesa è rivolta soprattutto a Spider couple, una scultura in bronzo del 2003, esposta nel cortile dell’edificio: per chi non lo sapesse, Bourgeois era ossessionata dalla figura del ragno, ne realizzerà diversi, di grandi dimensioni, quasi tutti volti a rappresentare la sua idea di madre, del materno, in questo caso addirittura due, un ragno femmina e accanto il suo doppio in miniatura, il figlio. Bando alle interpretazioni frettolose, il ragno simboleggiava, per Bourgeois, il concetto di cura. Cuce, anzi, tesse la propria casa allo scopo di proteggere la sua prole. Ma è anche, inevitabilmente, foriere di istintive associazioni traumatiche, minacciose, connesse ancora una volta ad arcaiche reminiscenze infantili.

Louise Bourgeois THE FEEDING, 2007 © The Easton Foundation/Licensed by S.I.A.E., Italy and VAGA at Artists Rights Society (ARS), NY

Anche il Museo degli Innocenti dedica un’esposizione a Louise Bourgeois, dal titolo Cell XVIII (Portrait), di cui fa parte Peaux de lapins, chiffons ferrailles à vendre del 2006, una installazione che rimanda al ricordo delle grida dei raccoglitori di stracci in mezzo alla strada quando era bambina. Il termine “cell”, o cellula, raccoglie significati sovrapposti, dalle particelle elementari di cui tutti gli esseri viventi sono composti, che dunque è sinonimo di qualche cosa di organico, universale, infinitesimale ed essenziale, al senso di claustrofobia e di interdizione proprio della cella, della gabbia, della prigione. I soggetti sono dunque racchiusi all’interno delle cells di Bourgeois e non è forse un caso che aderiscano perfettamente ai luoghi monastici che a Firenze li accoglieranno.

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