Rifiuti in orbitaAnche lo spazio ha bisogno della sua economia circolare (e di una “space law”)

I satelliti inattivi e i detriti che orbitano intorno alla Terra sono sempre di più. Il risultato? Le collisioni si moltiplicano. Mentre nascono le prime imprese di “spazzini spaziali”, in Europa è slittato il progetto di una norma in grado di imporre regole uniformi

Distribution of space debris around Earth \ Fonte: Esa

Il più vecchio si chiama Vanguard I. È un satellite statunitense in orbita intorno alla Terra dal 1958: ormai è inattivo, ma pare andrà avanti a fluttuare nello spazio ancora per un centinaio di anni. Vanguard I non è solo: gli oggetti classificati come space debris – ossia detriti spaziali, di origine umana – sono sempre di più. Quando parliamo di rifiuti e inquinamento, solitamente non pensiamo a quel che succede fuori dall’atmosfera. 

Eppure, secondo i dati diffusi dall’European space agency (Esa) nel 2023, sono circa ventiseimila gli oggetti inerti dispersi nello spazio e monitorati dalla Terra. Tra questi, duemilaottocento satelliti e duemilaquaranta componenti di razzi. Il numero dei detriti più piccoli può essere solo ipotizzato ma, per l’Esa, in questo momento potrebbero essere in orbita trentaseimila rifiuti artificiali più grandi di dieci centimetri, un milione più grandi di un centimetro e più di centotrenta milioni più grandi un millimetro. 

Che siano minuscole porzioni di vernice o grandi veicoli, tutti i detriti possono provocare danni agli altri oggetti che si muovono nello spazio: le collisioni rendono gli spostamenti meno sicuri, mentre sciami di frammenti leggeri causano pericolose sabbiature sulla superficie dei satelliti attivi. Nonostante disponga di sistemi di protezione, ogni anno la Stazione Spaziale Internazionale deve compiere almeno un paio di manovre impreviste per evitare di scontrarsi con i rifiuti più pesanti.

Il foro provocato da un detrito sui pannelli del satellite Solar Max \ Fonte: Nasa

Non solo: ogni incidente genera nuovi detriti, tanto che si è tornati a discutere dello scenario chiamato sindrome di Kessler, proposto nel 1978 dal consulente della Nasa Donald J. Kessler. Secondo questa teoria, le reazioni a catena innescate da nuvole di frammenti sempre più vaste potrebbero un giorno rendere lo spazio a noi vicino del tutto saturo di “spazzatura”, precludendo per generazioni l’esplorazione spaziale e l’uso dei satelliti, ormai fondamentali.

La soluzione al problema non è semplice. Anche se molti detriti tendono a rientrare in atmosfera, aspettare che questo accada naturalmente è troppo rischioso. Non tanto per i danni provocati sulla superficie terrestre – secondo la Nasa, negli ultimi cinquant’anni è caduto sulle terre emerse o in mare circa un detrito spaziale al giorno, per ora senza provocare gravi incidenti, mentre molti altri sono bruciati entrando nell’atmosfera – ma perché per il rientro sono necessari decenni, se non secoli. Servono allora soluzioni più veloci: soprattutto gli oggetti ingombranti vanno spostati intenzionalmente sulle cosiddette orbite cimitero, più sicure, o fatti rientrare. Per questo, in tutto il mondo stanno nascendo compagnie che si propongono proprio come spazzini spaziali, immaginando sistemi per recuperare, smaltire o addirittura riciclare i detriti.

Ne è un esempio l’italiana D-Orbit, una compagnia aerospaziale privata nata nel 2011. In questo momento sta lavorando ad una famiglia di nuovi veicoli, specializzati nella riparazione, nel recupero e nella rimozione a fine vita dei satelliti. «La presenza di satelliti incontrollati in orbita aumenta notevolmente il rischio di collisione (tra gli stessi satelliti, ndr)», spiega a Linkiesta Matteo Trotti, responsabile qualità e impatto di D-Orbit. «Si tratta di un evento che finora si è verificato solo una volta nel 2009, quando un satellite Iridium americano operativo si è scontrato con un satellite Kosmos sovietico alla deriva. L’incidente ha provocato una nuvola di detriti, una parte dei quali è ancora in orbita quindici anni dopo. Oggi l’aumento esponenziale di satelliti nelle orbite polari, una serie di orbite che si incrociano al di sopra dei Poli, può aggravare il rischio in maniera inaccettabile».

In questo momento, prosegue Trotti, «i regolamenti internazionali richiedono agli operatori satellitari di riservare una parte del combustibile per eseguire una manovra di decommissioning a fine vita del satellite, così da liberare l’orbita operativa e inserire il satellite in un’orbita che ne causerà il rientro sulla Terra nell’arco di venti-venticinque anni». D-Orbit si propone di rendere questo sistema più efficiente, puntando alla creazione di «una nuova generazione di veicoli spaziali di servizio, capaci di agganciare satelliti in orbita per ripararli, aggiornarli, e rifornirli, aumentandone la vita, o eventualmente rimuoverli. Questi veicoli avranno infatti anche la capacità di raggiungere satelliti non più operativi, e dotarli di un motore che li rimuova dall’orbita e li inserisca in una traiettoria di rientro diretta, per un rientro entro poche ore, o indiretta, entro pochi anni. Questo tipo di tecnologia, che è già stata collaudata in orbita in contesti sperimentali, non è mai stata proposta a livello commerciale, e noi intendiamo essere i primi».

I dati 2023 sui detriti spaziali, in base alle conoscenze attuali \ Fonte: Esa

Ma, secondo Trotti e molti altri osservatori, non possono essere solo i soggetti privati a intervenire per rendere lo spazio meno inquinato. È uno dei motivi per cui l’Unione europea sta provando a dotarsi di una propria space law condivisa, che D-Orbit sta appoggiando e seguendo con interesse, come molte altre realtà tra imprese, università, gruppi di attivisti. L’iniziativa è però appena slittata alla prossima legislatura: la prima plenaria del nuovo Parlamento europeo sarà il 16-19 luglio. Ma Thierry Breton, commissario per il Mercato interno e i Servizi, ha dichiarato che se ne riparlerà «dopo l’estate».

Una space policy comunitaria renderebbe l’Europa un’eccellenza a livello mondiale: potrebbe assicurare per la prima volta un approccio coerente e coordinato tra più Stati, individuando regole all’avanguardia per evitare le collisioni, ridurre i detriti spaziali, migliorare la gestione del rischio durante le missioni, ottimizzare e rendere più sostenibile il ciclo di vita di satelliti e razzi. «Proprio lo scorso anno abbiamo firmato un contratto con Esa – aggiunge Trotti – per la validazione di un sistema di in-orbit servicing, esattamente il tipo di veicoli che stiamo sviluppando in casa. Anche le attività di questo tipo necessitano infatti di una regolamentazione specifica che, idealmente, dovrebbe essere sviluppata in maniera omogenea tra gli Stati membri». 

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