Potere ai mecenati!Scene di lotta di classe alla Braidense, e altre fesserie del mondo contemporaneo

Una festa in una storica biblioteca milanese diventa lo scandalo del giorno, ma anche una macchina acchiappa cuoricini grazie al ruolo di adolescente scemo interpretato dalla sinistra radicale

LaPresse

È il 2007. AA Gill, il più favoloso giornalista inglese che mi sia stato coevo, vuole far mettere all’asta da Christie’s un ritratto di Stalin, di cui ignora l’autore, ma che fino ad allora era stato appeso sulla sua scrivania per fargli venir voglia di lavorare – evidentemente non aveva più bisogno d’incentivi. Christie’s dice che non tratta quadri che ritraggano Hitler o Stalin. Gill domanda: e se fosse uno Stalin di Damien Hirst o di Andy Warhol? Beh, gli rispondono, sarebbe un altro discorso.

Poiché in Italia non si potrà fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti, ma pure in Inghilterra mica scherzano, accade che Gill abbia il numero di Hirst, accade che gli chieda di dipingere un naso da pagliaccio sul suo quadro di Stalin, accade che quello acconsenta.

Il quadro, che Gill aveva comprato per duecento sterline, viene messo in vendita a una base d’asta di ottomila, e aggiudicato a centoquarantamila. Ogni volta che qualcuno tenta di convincermi che l’arte contemporanea non sia una truffa, la mia risposta è: lo Stalin di Hirst.

È stata la mia risposta anche all’amica con cui ho discusso giorni fa dell’annosa questione che ha coinvolto Cristina Fogazzi, questione che riguarda una festa cui non sono andata per non mancare mai al comandamento per cui se c’è una notizia io la schivo, e uno scandale du jour di media stupidità.

Breve riassunto: Fogazzi dà una festa per il lancio in Spagna del suo marchio di trucchi, Overskin; non la dà in Spagna, ma nella biblioteca Braidense, nel quartiere milanese di Brera, invitando delle influencer spagnole che possano riprendere le meraviglie milanesi e farle conoscere al loro pubblico (Fogazzi, come quelle che pure se diventano Federica Pellegrini hanno comunque paura di nuotare senza braccioli, non riesce a credere di poter mollare Instagram, di non aver più bisogno delle influencer, di bastare a sé stessa).

Lo scandalo che ne è seguito è ordinaria amministrazione quando si parla del rapporto degli italiani – più precisamente del nostro ceto medio, complessato quant’altri mai – col, santo cielo, culturale. A Parigi, dove sono evidentemente più scemi di noi, fanno sfilare Vuitton al Louvre, o nello stesso museo fanno girare un video a Beyoncé. Non voglio neanche aprire la questione «la moda è arte?» o «i videoclip musicali sono arte?» (almeno quanto lo è impagliare uno squalo): il punto è che è pubblicità, e sono soldi.

Da noi, se Tod’s mette venticinque milioni nel restauro del Colosseo – era il 2016 – e poi organizza un concerto e una cena per trecento ospiti, scatta la lagna sulle élite e io perché non posso cenare al Colosseo sono forse il figlio della serva (no, ma non sei neanche uno che ha dato venticinque milioni perché il figlio della serva potesse domani, a cena finita, visitare un Colosseo restaurato).

Se i greci con le pezze al culo rifiutano – era il 2017 – due milioni per far sfilare Gucci al Partenone, gli storici dell’arte italiani si sdilinquiscono per lo schienadrittismo greco contro gli invasori plutocrati. Gli inglesi, che lasciarono che Gucci sfilasse nell’abbazia di Westminster, sono evidentemente cretini.

I due milioni e mezzo che mise Fendi per restaurare la fontana di Trevi non bastarono a evitare le polemiche: come sarebbe ci sfilano, come osano? Ora, io non voglio fare paragoni tra la meraviglia d’una sfilata Fendi e quella burinata della fontana di Trevi, perché non è la classifica delle opere d’arte che m’interessa. Io voglio parlare di soldi.

Gli universitari, poverini, sono cretini per definizione: hanno vent’anni, possono mai essere non cretini? Possono non indignarsi perché la biblioteca che loro considerano un luogo sacro e in cui – santo cielo – non possono entrare con lo zainetto con la borraccia perché chi la gestisce teme che rovescino l’acqua su un manoscritto del ’400 (strano, io mi fiderei tantissimo di ventenni con borraccia), e allora perché in quella biblioteca a qualcun altro è permesso, per una sera e sotto controlli di appositi funzionari, cenare? Certo che no: hanno vent’anni, indignarsi è il loro ruolo sociale (uno dei molti che ormai quotidianamente si arrubbano gli adulti in perpetua competizione coi figli – ma non divaghiamo).

Se non fosse Fogazzi, sarebbe, chessò, Taylor Swift: io vado in giro con la borraccia per non inquinare e lei viaggia con l’aereo privatoooo (rimostranza che si legge davvero ogni giorno: ogni mattina una ventenne si sveglia e trasecola scoprendo per mille prime volte l’esistenza delle classi sociali).

Trascrivo dal podcast che alla vicenda ha dedicato Luca Bizzarri: «L’intellettuale del futuro è in quella fase della vita in cui siamo stati tutti, quella in cui sei uno studente e il resto del mondo ti sembra fatto di coglioni per i quali la tua crescita sarà un sonoro calcio nelle palle, perché tu sì che leggi i libri, e che formuli pensieri profondi, e che combatti battaglie essenziali».

Aggiungerei che, quando in quella fase della vita c’eravamo noi, la nostra convinzione d’essere i giusti veniva ignorata dagli adulti (per fortuna), e al massimo relegata in qualche servizio di colore sulla Pantera. Adesso, che gli adulti siamo noi e viviamo nel terrore che i ventenni imbecilli che abbiamo innalzato a fari culturali ci diano dei boomer, il ventenne con borraccia indignato per la cena della Fogazzi viene ritenuto dirimente, e l’indignazione du jour è servita.

Una cena in una biblioteca con volumi antichi viene, sempre per la mancanza di capacità di distinguere di cui mi sembra di scrivere ormai ogni giorno, presa come baluardo della lotta di classe. Se i polemisti di oggi sapessero scrivere, ne verrebbe fuori “I poveri”, delizioso pezzo berselliano uscito postumo in “Cabaret Italia”: «Prendi la sanità. Una volta c’era la mutua. Uno andava dal medico della mutua, il medico non capiva niente, gli dava uno sciroppo, e il povero moriva tranquillo, senza lamentarsi. Con stile, hai capito. Adesso invece, le aspettative sono cambiate». Quelli che hanno rotto i coglioni a una cena in cui gente di Instagram si faceva le foto si percepiscono così: gente che dice eh, certo, a noi ci volete morti mentre voi vi curate nella sanità per i ricconi («sanità per i ricconi» non è mia, viene da un’altra polemicuzza che raccontiamo poi un altro giorno: non si possono mettere in cottura troppe scemenze tutte assieme).

Nel pezzettino di tv che David Parenzo ha dedicato alla questione, era ospite un tal Giorgio Cremaschi, che io nella mia abissale ignoranza non conosco ma che leggo essere un ex sindacalista nonché ex portavoce di Potere al Popolo!, puntesclamativo come nell’originale.

A un certo punto Cremaschi dice che siamo tornati, con questa cena, al Medioevo di Maria Antonietta, e naturalmente Cremaschi è laureato, mi dice sempre Google, all’università di Bologna, che già quando io gattonavo era garanzia di formazione accurata di gente che colloca la rivoluzione francese nel Medio Evo. (Fossi Fogazzi, chiamerei un qualche lucidalabbra “Che mangino brioche”).

I ricchi, dice Cremaschi, devono aver paura di perdere tutto. Ma lì, alla Braidense, di ricca ce n’era solo una, appunto Fogazzi, che coi soldi con cui altre avrebbero comprato una mezza Lamborghini ha invece noleggiato la possibilità di riempire, per una sera, la biblioteca di gente che fa a scrocco la vita da ricca accendendo la telecamera del telefono. Gente disperata ma fotogenica, che la lotta di classe di questo decennio è così fessa da scambiare per ricca vera.

La domanda quindi è: ma, se Fogazzi perde tutto come auspicato da Cremaschi, quei novantamila euro alla Braidense chi glieli dà? Non certo i ricchi, vi direbbe Cremaschi, giacché ciò non è di sinistra. Ah no?

Ma in che modo è di sinistra che le tasse del supplente di matematica, o dell’operaio alla pressa, o dell’infermiere, o di chiunque faccia una vita assai più di merda della mia guadagnando assai meno, in che modo è di sinistra che le tasse di costoro paghino il mio capriccio medio riflessivo d’andare nei musei?

In che modo è di sinistra che i fondi per la cultura vengano dallo Stato – che non è un’entità astratta, una zia che ci dà la paghetta: i fondi dello Stato sono tasse dei cittadini, concetto piuttosto elementare che però pare sempre sfuggire al dibattito pubblico – e non dai mecenati? In che modo è di sinistra che la fiscalità generale, che già si fa carico delle vostre inutili lauree che siete così ciucci da credere di finanziare coi quattro spicci che pagate di tasse universitarie, si faccia carico anche dei musei?

In che modo ha senso che si debba poter vedere gratis, con finanziamenti statali, il ratto di Proserpina, cioè un’opera che – come praticamente tutte le opere nella storia dell’arte – esiste solo perché Scipione Borghese ebbe il capriccio di commissionarla a Bernini? Esattamente quand’è che s’è deciso che il mecenatismo è di destra, e tassare il popolo perché l’aristocrazia passi sfaccendati pomeriggi a percepirsi migliore nei musei è invece di sinistra?

Quando la mia amica mi ha telefonato ululando perché la Fogazzi aveva parlato al Corriere del suo lungo rapporto con l’arte e le mostre e i musei (su cui ha persino scritto un libro), citando tra le altre cose una mostra di Nico Vascellari, e la mia amica era contrariata perché considera Vascellari scarsissimo, la mia risposta è stata la solita: l’arte contemporanea è tutta una truffa, non è che Hirst va bene e Vascellari no.

Invece avrei dovuto rispondere che ogni artista ha il suo mecenate, Bernini ebbe Borghese, Hirst non sarebbe andato da nessuna parte senza Saatchi, Vezzoli ha Miuccia Prada, e a Vascellari è toccata la Fogazzi. La mia amica non ha vent’anni, quindi non avrei dovuto dirle molto altro: è abbastanza adulta da sapere che i mecenati che mettono i soldi nell’arte e ne ricevono in cambio lustro non sono certo un’invenzione del secolo di Instagram.

La domanda quindi è: ma tutti quelli che hanno l’età alla quale queste basi dovremmo averle, e tuttavia hanno dato corda a questa polemicuzza da ventenni, tutti questi polemisti delle scene di lotta di classe alla Braidense erano disperatamente in cerca di cuoricini, o sono drammaticamente ignoranti?

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