Lessico e nuvoleSi può dire cucina etnica?

Gli scambi culturali passano per le parole, ma anche per il cibo e per le relazioni che si costruiscono attorno, e la curiosità in questo settore è un motore fondamentale

Foto di Louis Hansel su Unsplash

Possiamo forse dirci che questa cosa del “non si può dire” ci è leggermente sfuggita di mano? Mi è successo di fare conversazioni su come si deve definire una persona con la pelle scura… Ore e ore a discutere sulla validità di alcune forme linguistiche e poi, guardando tutto da fuori, io ero l’unica nera nella stanza e lo sono stata per anni, e ancora oggi lo sono. Perché ci piace discutere su come chiamarci, ma non ci chiamiamo mai per una pizza. Perché l’amico nero/di colore/africano/migrante lo andiamo a vedere a teatro per lo spettacolo finale del corso di teatro migrante.

Perché diciamoci la verità, le nostre scelte culinarie dipendono dalla narrazione che se ne fa. Quindi il cinese è stato approvato, il sushi è diventato glamour. Ma il resto, (l’etnico) lo lasciamo alle feste nei quartieri multietnici e alle feste delle comunità. Come una sorta di appuntamento religioso che ci ripulisce la coscienza dai nostri limiti culturali, per la nostra assenza di curiosità e con una latente e complessa paura di quello che non conosciamo. Allora passiamo il tempo a dargli una definizione che ci tranquillizzi. Senza prendervi il tempo di ascoltare.

Ma non divaghiamo, che questo è il mio primo articolo e vorrei poterne scrivere altri per questa testata.

“Etnico” non si può dire, mi ha detto una persona di nostra conoscenza. E io, in un’ora e dieci minuti di treno, non sono riuscita a non pensare a questa frase.

Ma in che senso non si può dire cucina etnica?

Sono tornata a casa e ho rispolverato alcuni libri dell’università. Adoro cercare risposte al passato, per domande del presente. E lì trovo l’etimologia della parola “etnico”.

Che magia i libri.

Ed ecco a voi la risposta alla mia domanda.

La parola “etnico” deriva dal termine latino ethnicus, che a sua volta proviene dal greco antico ἐθνικός (ethnikós). Questo termine greco deriva dalla parola ἔθνος (éthnos), che significa nazione, popolo o gruppo di persone.

In origine, ethnikós in greco si riferiva a qualcosa appartenente a un popolo o a una nazione, spesso usato per indicare i popoli non greci, cioè i “barbari” o i “gentili”. Con il passaggio al latino, ethnicus ha mantenuto il significato di «appartenente a una popolazione o a un gruppo distinto».

Allora perché abbiamo deciso (chi?) che non possiamo usare la parola “etnico” (cosa)? Ma nessuno ha detto quale parola possiamo usare (come?).

Se dico cucina etnica, che succede? Si suicida una boccia di berberè (una miscela di spezie etiope ed eritrea)?

Io penso niente, perché non sono nessuno. Ma devo comunque finire l’articolo e lasciarvi qualcosa. Quindi vado per punti.

Laddove le affermazioni non ledono la dignità della persona o della comunità a cui sono dirette, io non griderei allo scandalo, ma mi fermerei a parlarne. Perché la risposta a tutti i drammi è sempre la stessa: studiare e condividere. Che nella versione moderna è: essere curiosi e comunicare.

Vi siete mai chiesti se sia più importante cambiare le parole o usare le parole che già conosciamo per iniziare nuove conversazioni? E nuove conversazioni significano nuove porte che si aprono, fatte di umanità e gusto.

Chiedete tutto, ogni volta che entrate nel vostro “etnico” preferito, chiedete come sono fatti i piatti e come sarebbero nella versione originale. Perché lo sapete, vero, che i piatti vengono italianizzati? (questo si può dire?)

Ecco il primo paradosso.

Farnetichiamo su come chiamare le cose, mentre aspettiamo in cassa che ci diano il biscotto della fortuna (i biscotti della fortuna hanno origini giapponesi e sono diventati popolari negli Stati Uniti attraverso l’immigrazione giapponese e successivamente adottati dai ristoranti cinesi durante il periodo di internamento dei giapponesi-americani).

Dai, su! Allora parrebbe più interessante farsi due chiacchiere con il cinese di turno, che ha faticato a preparare un menu per soddisfare i nostri palati italiani. Perché se quello stesso cinese ha cambiato il suo nome per facilitarci la comunicazione, forse ha voglia di essere chiamato. Ipotizzo.

Perché chi lascia casa sua, si porta dietro solo il nome e il colore della pelle.

Il resto è tutto da ricostruire.

“Cucina etnica” identifica ogni cucina che non appartiene alla tradizione del Paese in cui si apre il ristorante. Non suona così male questo uso delle parole.

Forse, suona peggio non assaggiare un piatto perché non ne conosciamo gli ingredienti e la provenienza? Perché la conoscenza e la divulgazione salveranno questo mondo dalla noia, vorrei assicurarvelo, ma voi promettetemi di fare almeno una di queste cose nei prossimi giorni.

Conoscete un piatto, chiedete e divulgate la ricetta, perché tutti possano viaggiare rimanendo fermi e tutti si possano sentire accolti quando provano a ricostruire un pezzo di casa.

Cercate contatti e amicizie per potere ricevere sapori e odori che sappiano di Sahara e Ande.

Fatevi invitare a ogni festa filippina, indiana, marocchina, brasiliana, a ogni ifṭār (pasto serale con cui i musulmani interrompono il digiuno quotidiano durante il mese sacro del Ramadan), perché queste saranno le esperienze culinarie che non dimenticherete mai nella vita. Assaporate l’altro, chiedetegli come si chiama e fatevi raccontare come si fa il biryani (un piatto di riso speziato, preparato con carne, riso basmati e una miscela di spezie aromatiche come zafferano, cardamomo, chiodi di garofano, cumino e coriandolo; viene spesso arricchito con yogurt, cipolle fritte e a volte uova sode e patate), che mio cognato pakistano non è riuscito ancora a insegnarmelo.

Parlate, studiate, assaggiate, assaporate e poi scegliete cosa vi piace.

Il resto lo lasciamo ai linguisti dell’ultima ora.

Arrivando alle conclusioni, abbiamo capito che questo articolo ha poco senso perché vi dico tutto e non vi dico niente, ma quando si danno delle sentenze poi si finisce con il rimanerne imprigionati. Eviterei.

A me piacciono le porte aperte e le finestre spalancate, per far entrare i venti forti del possibile.

E mentre mangio un khachapuri (è una sorta di pane farcito con formaggio, molto popolare in Georgia), nel quartiere “multietnico” di Bologna, penso al meraviglioso privilegio di essere nata in Etiopia, essere cresciuta in Sicilia, e aver costruito a Bologna il mio futuro.

Mi chiamo Azeb Lucà Trombetta e vorrei potervi raccontare la cucina che piace a me e ogni tanto poter usare la parola “etnico” senza scatenare l’inferno.

Siate buoni, divertiamoci!

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