Promesse e realtà La strategia della disperazione di Sunak non intacca il vantaggio di Starmer

Con il primo dibattito televisivo, a un mese dalle elezioni, il premier conservatore sgomita per recuperare terreno, ma il nuovo leader laburista rassicura (anche perché non è Corbyn)

AP/Lapresse

A un mese esatto dalle elezioni in Regno Unito, martedì 4 giugno è andato in onda sulla rete britannica Itv news il primo dibattito televisivo tra il leader conservatore Rishi Sunak e il laburista Keir Starmer. Era considerato a giudizio unanime lo scontro più importante e atteso, perché il primo dibattito è quello che resta impresso nella memoria degli elettori, dà un’istantanea delle forze in campo e può di impostare la narrazione per le settimane successive.

In questo caso, il confronto è stato piuttosto in linea con il resto della campagna elettorale: uno Starmer solido e rassicurante, che porta avanti la sua rivoluzione gentile; un Rishi Sunak che invece tenta di giocare il tutto per tutto con i suoi «desperate gimmicks», come li ha definiti a un certo punto Starmer, ovvero degli «espedienti della disperazione» per cercare di sovvertire un risultato che sembra già scritto. D’altronde, qualche giorno fa l’Independent ha scritto che Starmer era già il vincitore del dibattito, prima ancora che si tenesse.

Un esito confermato anche dai sondaggi post-confronto di YouGov, che nonostante abbiano riconosciuto la tenacia di Sunak, in generale hanno visto Starmer prevalere quasi in tutte le categorie: secondo gli spettatori, il candidato del Labour è stato il più affidabile (quarantanove per cento dei consensi), il più simpatico (metà dei consensi) e anche quello più vicino ai bisogni dei cittadini (due terzi dei consensi). In sostanza, gli elettori hanno confermato le sensazioni di questo primo scorcio di campagna elettorale, e questo successo non va sottovalutato: Starmer aveva molto più da perdere di Sunak, che ormai si sta giocando il tutto per tutto; un passo falso di Sir Keir sarebbe costato molto di più rispetto a uno del suo sfidante. Oltretutto, questi confronti sono un po’ come i derby nel calcio: possono riservare grandi sorprese e arrivare da favoriti non conta molto.

A dire il vero raramente i dibattiti televisivi spostano. Si dice spesso che sorprese solo quello del 2010, il primo di sempre per la politica britannica (con cospicuo ritardo rispetto al resto del mondo), vinto dal liberaldemocratico Nick Clegg: riuscì a guadagnare sostanziosi consensi in vista del voto, ed è forse l’unico caso in cui un confronto del genere sia riuscito a influenzare l’andamento di una campagna elettorale nel Regno Unito.

Quanto a Sunak e Starmer, sembra difficile che lo scontro televisivo possa cambiare gli equilibri, nonostante il leader conservatore abbia avanzato un sacco di «promises not worth the paper they’re written on» («promesse che non valgono la carta su cui sono scritte», o per meglio dire, irrealizzabili), come le ha definite Starmer, che ha sottolineato quanto sia insostenibile il programma dei Tories per il bilancio del Paese.

Economia, sanità, immigrazione: tutti gli argomenti principali della campagna sono stati toccati dal dibattito, con lo stimolo delle domande provenienti dal pubblico, che è intervenuto a più riprese. Starmer ha avuto buon gioco nell’affondare sullo stato del Servizio sanitario nazionale, l’Nhs, e sui passi falsi dei Tories, citando più volte anche il fallimentare governo di Liz Truss; allo stesso modo, ha attaccato Sunak sui folli contorni del suo Piano Ruanda per il trasferimento dei richiedenti asilo, proponendo invece di rafforzare la lotta alle bande di trafficanti se eletto.

Da parte di Sunak si poteva toccare con mano un certo tipo di frenesia (per non dire agitazione), quella di chi è costretto a giocare in rimonta, e che il premier uscente ha cercato di esprimere incalzando più volte il suo sfidante con una serie di domande: in alcuni frangenti, questo atteggiamento lo ha avvicinato quasi più al ruolo di co-conduttore che di sfidante. Oltre alle domande, Sunak ha ripetutamente affermato che le politiche laburiste porteranno a un aumento delle tasse di duemila sterline per ogni famiglia, un refrain contro la sinistra che alza le tasse già visto centinaia di volte in tutto il mondo e che ha poco in comune con questo Labour.

Starmer non ha perso il controllo e spesso ha provato a liquidare le proposte e le provocazioni dei conservatori con una battuta, come quando ha definito l’idea di Sunak di introdurre il servizio militare e civile come una «teenage dad’s army», riferendosi a Dad’s Army, una storica sitcom britannica con protagonisti dei volontari non idonei al servizio militare. Oppure, quando ha scherzato sul background finanziario di Sunak, commentando le arringhe del premier sulla spesa pubblica con un secco «e meno male che hai studiato matematica!» e strappando un sorriso ai presenti.

La verve di Starmer ha smentito anche le accuse di chi ha scambiato la sua fermezza e la sua tranquillità per mancanza di carisma, affibbiandogli il soprannome di «sleepy Keir», sulla scia di quanto l’ex presidente americano Donald Trump ha fatto con il suo successore Joe Biden. Il fatto è che Keir Starmer ha un vantaggio così ampio nei sondaggi che la sua priorità in questa campagna elettorale è rassicurare i cittadini, soprattutto gli elettori moderati che vogliono passare al Labour. In un’intervista al Times, ha anche detto che la creazione di ricchezza nel Regno Unito sarà la «missione numero uno» dei laburisti al governo, un chiaro tentativo di portare dalla propria parte le imprese e gli elettori della classe media e un deciso cambio di passo rispetto all’epoca di Jeremy Corbyn.

Il confronto del 4 giugno non sposterà granché in vista delle elezioni, ma conferma gli equilibri attuali. La strategia di Sunak era quella di ridurre il divario con i laburisti nella prima fase della campagna, ma non è avvenuto, anzi ora si è persino materializzato Nigel Farage ad alzare il livello della concorrenza a destra.

Per Starmer, le posizioni su ricchezza, immigrazione e difesa sembrano puntare a mantenere il suo vantaggio e a prevenire gli attacchi dei Tories. Il confronto ha ricordato a tutti che Sunak non demorderà facilmente e che è pronto a giocare tutte le sue carte, ma anche che non bastano solo vaghe promesse per rimontare un distacco così ampio: il vincitore del dibattito resta comunque il partito in vantaggio.

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