Piante biotechLa confusione tra Tea e Ogm è figlia di un allarmante vuoto normativo (e comunicativo)

La distruzione di una coltivazione sperimentale di riso in provincia di Pavia ha riacceso il dibattito sull’utilizzo delle tecniche di modifica genetica in agricoltura. Mentre ci dividiamo tra entusiasti e contrari, sulle definizioni rimane molta confusione, complici le regole europee in fase di aggiornamento

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La loro vita all’aria aperta è durata poco più di un mese. Le piantine di riso sono state messe a dimora il 13 maggio e poi sradicate da una mano sconosciuta nella notte del Solstizio d’Estate, tra il 20 e il 21 giugno, in un piccolo terreno di ventotto metri quadri a Mezzana Bigli, in Provincia di Pavia. La notizia è arrivata sui giornali perché si trattava di un riso speciale, appartenente alla prima coltivazione italiana a terra di piante ottenute con le Tecniche di evoluzione assistita (Tea). La distruzione dell’esperimento ha riacceso il dibattito sull’utilizzo delle tecniche di modifica genetica in agricoltura (e anche sui termini che usiamo per parlarne).

Il risotto del futuro?
Per provare a cogliere la complessità e l’attualità del tema, si può partire proprio dal caso di Pavia, e quindi dal progetto RIS8imo portato avanti dall’Università degli Studi di Milano e sostenuto dalla Fondazione Bussolera Branca: «Si tratta di un progetto partito sette anni fa in collaborazione con alcuni fitopatologi del John Innes Centre e del Max Planck Institute for Biology», spiegano a Linkiesta Fabio Fornara e Vittoria Brambilla, docenti di Botanica Generale che hanno guidato il gruppo di ricerca. L’idea, proseguono, «era quella di disattivare tre geni noti per conferire suscettibilità a un fungo patogeno, chiamato Pyricularia oryzae, agente eziologico di una malattia devastante del riso, comunemente detta brusone». Il termine “brusone” significa “bruciato”, perché le lesioni sulle foglie assomigliano a delle bruciature. 

Riso malato di brusone (Pyricularia Grisea) Fonte: Università degli Studi di Milano

La malattia è studiata da secoli, ma solo nel 1800, dopo lunghe discussioni tra gli scienziati dell’epoca, se ne è individuata la causa nella Pyricularia. Favorita da concimazioni eccessive e clima umido, oggi continua ad essere la più grave patologia del riso a livello mondiale. Uno studio del 2003 – dallo spiritoso titolo On the trail of a cereal killer – stimava che ogni anno circa il dieci-trenta per cento della produzione globale di riso vada persa a causa del brusone. E ricerche più recenti prevedono che i cambiamenti climatici aumenteranno del cinque-venti per cento il numero di infezioni annuali in tutta Europa entro il 2030.

«La disattivazione di ciascun singolo gene – continua Fornara – è nota per aumentare la resistenza al brusone, ma la disattivazione di tutti e tre i geni non è mai stata testata. I ricercatori del John Innes Centre e del Max Planck Institute for biology si sono rivolti a noi perché da tanti anni utilizziamo tecnologie di genome editing per studiare il riso. Siamo interessati a studi di base, ci interessa capire come funzionano le piante, ma questo progetto aveva anche delle finalità applicative. Se l’ipotesi fosse corretta, potremmo aumentare la tolleranza del riso al brusone e ridurre l’impiego di fungicidi sui campi».

Arrivare allo studio in campo aperto, a terra, era fondamentale. Negli esperimenti in laboratorio la varietà da risotto modificata dai ricercatori mostrava effettivamente maggior resistenza ad un ceppo del fungo, ma in una vera coltivazione coesistono centinaia di ceppi differenti di brusone e le condizioni ambientali sono più sfidanti. «In Italia la possibilità di sperimentazione in pieno campo è stata consentita per le piante ottenute con Tea dal decreto siccità di fine 2023 – precisa sempre Fornara – aprendo una finestra temporale valida fino al 31 dicembre di quest’anno. La prova è stata autorizzata a seguito di una dettagliata notifica, valutata dal ministero dell’ambiente recependo il parere positivo dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra, ndr)».

Trovare le parole
La sigla usata da Fornara, Tea, è al centro delle discussioni di questi giorni. «Nel caso delle piante Tea – spiega il ricercatore – le modifiche sono di piccola portata. Si tratta per lo più di delezioni o inserzioni di una/poche lettere fra i milioni che formano il genoma. Tuttavia, se inserite o cancellate nel punto giusto, possono disattivare un intero gene. Questi piccoli cambiamenti avvengono anche in natura e fanno parte dei normali processi evolutivi. Solo che la scala dell’evoluzione si misura in milioni di anni e questi cambiamenti sono quindi rari e pressoché impossibili da individuare. Il vantaggio delle Tea è che consentono di riprodurre questi cambiamenti in tempi rapidi, esattamente nel punto desiderato del genoma».

Se Tea sta per Tecniche di evoluzione assistita, la parola Ogm, molto più usata, significa Organismi geneticamente modificati. Le due tecniche vengono spesso assimilate, in maniera più o meno consapevole: dopo la distruzione delle piantine a Pavia, ad esempio, Legambiente – da sempre critica nei confronti di tutte le forme di modifica genetica – ha intitolato un suo comunicato stampa “Campo di Ogm distrutto nel pavese: gesto da condannare, ma servono le regole”. Nello stesso testo, il metodo Tea viene definito un «creativo neologismo con cui in Italia si è ribattezzata la nuova generazione di modifiche genetiche realizzate per editing di sequenze inserite in modo più o meno preciso nel Dna da modificare».

Lo screenshot del comunicato di Legambiente Lombardia

Parte della confusione deriva dal fatto che in Europa è stata per anni in vigore una normativa del 2001 (direttiva 2001/18/Ce) che contiene una definizione del tutto giuridica e formale, e perdipiù poco chiara, di Ogm. Si parla di «un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale». Nella stessa direttiva, si fanno alcuni esempi di processi che portano alla creazione di Ogm, basandosi sulle tecniche utilizzate alla fine degli anni Novanta. In Italia, la direttiva era stata poi applicata in modo particolarmente severo, vietando di coltivare organismi geneticamente modificati a scopo commerciale.

Guardando al risultato
Le Tea, che all’estero vengono chiamate Ngt (Nuove tecniche genomiche), sono però arrivate solo negli ultimi anni, e con le loro modifiche precise e localizzate al Dna tendono a sfuggire dalla vecchia definizione inserita nella direttiva europea. Per questo, in Europa si sta procedendo ad aggiornare la normativa: proprio all’inizio del 2024 sono stati avviati i negoziati con gli Stati membri per arrivare a una legge aggiornata, che tenga conto dei progressi fatti dalla scienza.

Per rispecchiare meglio le diverse tecniche esistenti, queste nuove regole distinguono tra due tipi diversi Ngt. Da una parte abbiamo la categoria Ngt-1, in cui sono comprese tutte quelle piante che potrebbero essere state ottenute (più lentamente) anche con incroci del tutto naturali oppure guidati in modo tradizionale. Queste piante saranno soggette a un iter di autorizzazione veloce ed esentate dalla maggior parte dei requisiti di sicurezza previsti per Ogm. Nella categoria Ngt-2, invece, rientrano tutte quelle piante che sono state soggette a modifiche complesse, impossibili in natura; queste piante dovranno sottostare alle regole sugli Ogm (e i produttori saranno obbligati a mostrare in etichetta la presenza di editing genetico). Il riso di RIS8imo fa parte della categoria Ngt-1.

Questa soluzione ha soddisfatto chi è favorevole allo sviluppo delle Tea, soprattutto perché, come altre legislazioni già in vigore fuori dall’Unione, tende a dare maggior peso al risultato finale. Altri, anche in questi ultimi giorni, hanno espresso forti dubbi sulla chiarezza della nuova norma e sul livello di sicurezza garantito da una progressiva deregolamentazione del settore.

A un estremo troviamo Confagricaltura, che ha descritto un «dibattito avvelenato per decenni da considerazioni che non si sono poste come obiettivo la sostenibilità ambientale ed economica della produzione del cibo», denunciando anche l’opera di «un certo lobbismo pseudo-ambientalista, preoccupato di spaventare più che di verificare» e augurandosi che venga un giorno «eliminato alla radice tutto l’approccio normativo al miglioramento genetico biotecnologico, che norma la tecnica anziché il prodotto». 

A febbraio invece, poco prima del voto del Parlamento europeo sul nuovo regolamento, quarantadue organizzazioni italiane riunite nella Coalizione Italia Libera da Ogm avevano invitato gli europarlamentari a fermare la «pillola avvelenata delle Ngt». Nel comunicato, si leggeva che i «nuovi Ogm» vengono fatti «passare per una medicina utile contro i problemi di un modello agricolo intensivo insostenibile la cui crisi è ormai cronica», aggiungendo che «i loro effetti sulle piante e sugli organismi viventi sono ancora largamente sconosciuti, ma vengono minimizzati da una ricerca che dipende ormai dalla vendita delle sue “innovazioni” ai signori dei semi».

Intanto, a Pavia la ricerca si è interrotta e l’identità di chi ha distrutto l’esperimento dei ricercatori milanesi rimane avvolta nel mistero. «Non sappiamo chi sia stato – conclude Vittoria Brambilla – se ci avessero contattati per dimostrare il loro dissenso invece che distruggere tutto saremmo stati felici di ascoltare le loro perplessità e spiegargli bene il progetto».

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