Sotto le stelle Il mondo delle fiabe esiste e si trova in Alto Adige

Sul lago di Dobbiaco c’è un campeggio perfetto per gli amanti del contatto con la natura: al Toblacher See si dorme infatti anche in cubi di vetro, fatti apposta per immergersi nel blu profondo del cielo

Ph.Cr. Martin Lugger

C’è chi d’estate preferisce il mare e chi invece non può rinunciare alla montagna. Sono scelte, ben distinte, diverse, ma in comune hanno un unico scopo: quello di far rilassare. E se le spiagge e le città della costa sanno essere spesso caotiche, rumorose e fin troppo vissute, la montagna regala invece una sorta di benessere interiore. Quel quid che, appena lasciata alle spalle la “civiltà”, è in grado di iniettare una strano senso di quiete e gratitudine. Sarà per il silenzio che quasi sempre regna sovrano, sarà per quella naturale maestosità che si insinua a ogni angolo di sguardo e di ramoscello, sta di fatto che scegliere di trascorrere qualche giorno lontani dall’afa dei nostri centri storici e delle strade infuocate può rivelarsi davvero l’opzione migliorare per rigenerarsi completamente. Perché no, non è vero che la montagna si vive solo in inverno, non lasciatevi convincere da chi sostiene questa tesi: anzi, la meraviglia la si può trovare anche senza neve e con temperature più gradevoli. 

D’altronde l’Italia offre spettacoli alpini che valgono un viaggio e ore di coda in autostrada. Come quello che si può ammirare sul lago di Dobbiaco, tra  il Parco Naturale Dolomiti di Sesto e quello di Fanes-Sennes-Braies, a pochi chilometri dalle imponenti Tre Cime di Lavaredo. Qui sorge il Toblacher See, campeggio che in realtà dovreste immaginarvi più come un glamping (anche se qui questa parola non piace), una tipologia a metà strada tra il classico e il campeggio di lusso, nato nel secondo dopoguerra come campo militare americano e poi diventato negli anni luogo per turisti negli anni sessanta. 

Accanto a piazzole e roulotte comuni, infatti, si trovano anche gli Skyview chalet, dodici strutture dalla forma cubica interamente realizzate in vetro e legno: un modo affascinante e sicuramente innovativo per immergersi, in senso letterale, con la natura circostante. Gli chalet sono stati infatti concepiti come una sorta di continuum con questo luogo, che ha un che di magico, sia in inverno, con la neve che avvolge gli alberi, sia in estate, quando i boschi assumono una tonalità di verde intenso. Punto in comune, al di là dell’asse temporale che fa mutare stagioni e panorami, la possibilità di addormentarsi sotto le stelle.

Ph.cr. Martin Lugger

La camera da letto è concepita proprio per creare quasi un mondo a sé: gli arredi sono essenziali e robusti, come nel resto dello chalet, il letto è accompagnato da un piumone morbido e vaporoso, tutto intorno il cielo e la natura. Se si è alla ricerca di un luogo dove staccare del tutto, questo è senza dubbio il posto perfetto, quello delle fiabe, del lasciarsi l’intero universo alle spalle. Intorno, un’atmosfera senza spazio e senza tempo, impreziosita in alcuni casi dalla versione superior degli chalet, che può comprendere anche una sauna a raggi infrarossi e una terrazza panoramica in cui concedersi una bagno nella vasca idromassaggio. Sì, anche a dicembre, quando fuori dall’acqua le temperature pizzicano la pelle, ma il calore delle bolle sa come farsi amico l’inverno. Nel mondo fatato degli Skyview chalet, la colazione ve la portano direttamente gli elfi del bosco e al vostro risveglio ritroverete una cesta da picnic piena zeppa di tutto quel che potete desiderare per un risveglio in montagna: i salumi, gli yogurt, il pane, il burro, il latte, i croissant. 

Il pranzo, qui al Toblacher See è servito al ristorante Seeschupfe, in italiano “Il Fienile”, ristrutturato da poco e regno della cucina altoatesina, tappa quasi obbligata dopo una passeggiata in mountain bike o un arrampicata sulle rocce. Un modo classico e confortevole per vivere la tradizione di questi luoghi: la pasta fresca, i canaderli, il goulash. Se si cerca invece qualcosa di diverso, ad accogliervi sarà Andreas Panzenberger, padrone di casa, alla terza generazione, al Hebbo Wine & Deli fine Dining experience, ristorante gastronomico di nuova apertura, che ha già conquistato un suo posto nella “Rossa”, grazie a una grande competenza e passione per il vino di Panzenberger e all’estro creativo del giovanissimo chef austriaco David Senfter. La formula è quella della degustazione a sorpresa: la scelta verte solo sul numero delle portate, sette o nove, a mezzogiorno anche la possibilità di sceglierne cinque. Gli ingredienti alpini sono invece i protagonisti del menu, portati a tavola dopo essere passati attraverso accostamenti e tecniche che riportano con la mente alla cucina del nord Europa e che qui trovano una dimensione italiana, di lago e divertente. Un forte legame con l’ambiente e con la terra che si riflette non solo nei piatti, ma anche nell’arredamento stesso di Hebdo, luogo dal design essenziale, con il legno a dettare le regole del gioco. Il ristorante nasce un po’ al contrario, dall’amore per il vino del suo proprietario che desiderava un posto dove abbinare calici al cibo e non viceversa. 

Ph.Cr. Martin Lugger

Le carni, i pesci di lago, gli ortaggi: tutto arriva dai dintorni e rappresenta il modo personalissimo di Hebbo per raccontare il territorio. La definizione di fine dining è stata data solo per questo motivo, per dare appunto una definizione di cucina, ma senza voler essere esattamente questo. Il concetto in realtà è legato a una narrazione di prodotto e di produttori, di tecniche ancorate al territorio e di interpretazione dei luoghi.  Fermentazione, sottovuoto, nessuno spreco e sette persone in cucina, tutte giovanissime. I colori della terra sono riportati sia nei piatti che nella sala. I sapori sono forti, curiosi e mai banali. La trota salmonata, il sashimi di salmerino, carota gialla presentata in tartare, il burro montato al sale e il pane alla birra: il percorso degustazione è un gioco che il giovane chef cerca di condurre senza sovrapporsi ai vini, che trovano con le portate un matrimonio felice. È ancora una volta la rivincita dei piccoli centri, dei luoghi nati per passione, dove le nuove generazioni di chef conducono sfide che partono dalle tradizioni imprenditoriali familiari e trovano formule diverse di dialogo, forse ancora più arricchenti di quelle che vediamo nelle grandi città.

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