
Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Climate Forward in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
Non lontano dal punto in cui sono attraccati dei superyacht in un porto turistico di Dubai, quasi mille pezzi di corallo, tagliati qualche mese fa, vengono coltivati in quattro acquari all’interno di un laboratorio. Un laboratorio sulla terraferma, collocato nel deserto arabo, può sembrare un luogo improbabile per la rigenerazione delle barriere coralline. Ma i coralli tagliati nello scorso novembre già solo un mese dopo erano già più luminosi di quando erano stati prelevati dal mare.
«Dopo poche settimane possiamo iniziare a vedere il segno che il corallo sta iniziando a crescere lentamente dall’alto», dice Ahmed Hamdy, responsabile dell’allevamento. Sei o dodici mesi dopo il loro prelievo dal mare, quando i coralli saranno sufficientemente sani, Coral Vita, una società privata che lavora per ripristinare le barriere coralline, li trasferirà nelle acque al largo di Dubai. Si tratta di un esperimento. I programmi di ripristino dei coralli sono molto difficili da realizzare a causa dei cambiamenti climatici e del degrado dell’ambiente, ma gli scienziati marini affermano che interventi di questo tipo sono fondamentali per garantire che alcune specie non si estinguano. I coralli del Golfo Persico si sono evoluti per resistere alle alte temperature e questo li rende tra i migliori candidati per capire come le barriere coralline possano reagire al calore estremo.
Al vertice delle Nazioni Unite sul clima che si è svolto a Dubai nello scorso dicembre, i negoziati non si sono concentrati tanto sulla crisi della biodiversità globale quanto sulla ricerca di un accordo per la riduzione della produzione di combustibili fossili. Ma degli ecosistemi sani e ricchi, oltre a nutrire piante e animali, sono fondamentali anche per immagazzinare carbonio e proteggere le coste. Le barriere coralline occupano meno dello 0,1 per cento dei fondali oceanici, ma da esse dipende il 25 per cento di tutte le specie marine conosciute, almeno in qualche momento del loro ciclo vitale.
Inoltre, le barriere coralline «fermano le onde delle tempeste», spiega Tali Vardi, direttrice esecutiva del Coral Restoration Consortium, un’organizzazione che si dedica al sostegno dei professionisti del ripristino dei coralli. E questo è un elemento particolarmente importante, dal momento che il riscaldamento globale sta aumentando l’intensità delle tempeste. Il caldo estremo, in ogni caso, sta facendo pagare un tributo anche alle barriere coralline più resistenti di tutto il mondo.
Secondo alcune stime, il pianeta dal 1950 a oggi ha perso metà della sua popolazione di coralli. Secondo John Burt, professore associato di Biologia alla New York University di Abu Dhabi, le temperature record del 2017 hanno portato al secondo episodio di «sbiancamento» di massa dei coralli negli Emirati Arabi Uniti, che ha causato la perdita del 66 per cento della copertura corallina in otto grandi scogliere del Golfo Persico meridionale.
I vivai di coralli collocati sulla terraferma sono molto più costosi di quelli in mare, ma in essi gli addetti alla conservazione possono controllare meglio la temperatura dell’acqua e l’esposizione alla luce, creando le condizioni ideali per la crescita dei coralli. Coral Vita ha concentrato i propri sforzi di ripristino della barriera corallina degli Emirati Arabi Uniti su dei genotipi tolleranti al calore che hanno le maggiori possibilità di sopravvivere al riscaldamento delle acque.
Se i coralli saranno trapiantati con successo in mare aperto, questo progetto potrebbe diventare un modello, insieme ad altri, per lo sviluppo di ulteriori programmi.
Un’opzione, in futuro, potrebbe essere quella di reintrodurre dei coralli non autoctoni ma resistenti al calore anche in altri ecosistemi al di fuori del Golfo Persico, ma questa scelta potrebbe comportare una sfida per quegli ecosistemi e richiederebbe uno studio accurato e l’approvazione di normative al riguardo.
«In questo momento non siamo in grado di sperimentare lo spostamento di coralli da un bacino all’altro», ha detto Vardi. «Siamo forse a malapena in grado di farlo all’interno di uno stesso bacino». «Ci troviamo a un punto in cui dobbiamo più che altro assicurarci di non aggravare ulteriormente la situazione» ha aggiunto. «Il compito degli scienziati e delle autorità che possono elaborare delle normative è davvero importante: devono lavorare insieme su degli approcci intelligenti e sicuri e sull’applicazione di metodi-pilota».
Il cambiamento climatico non è l’unica minaccia per le barriere coralline degli Emirati Arabi Uniti. Anche gli impianti di desalinizzazione, che forniscono acqua dolce ai residenti di Dubai, hanno contribuito ad aumentare le temperature delle acque costiere del Golfo Persico. Secondo uno studio del 2021 pubblicato nel Marine Pollution Bulletin su ScienceDirect (un sito che ospita articoli sottoposti a peer-review), in assenza di interventi, si prevede che entro il 2050 le temperature delle acque costiere del Golfo, su più di metà della costa, aumenteranno di quasi tre gradi.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno anche sviluppato delle isole artificiali che hanno distrutto barriere coralline e altri ecosistemi. Inoltre, stanno accelerando lo sviluppo edilizio della zona costiera, contribuendo così all’inquinamento e all’aumento del deflusso di liquami.
I programmi di ripristino dei coralli costituiscono un campo di studio relativamente nuovo e presentano dei limiti. Mohammad Reza Shokri, professore associato presso l’Università Shahid Beheshti di Teheran, in Iran, afferma che negli ultimi due decenni ha lavorato al trasferimento dei coralli in due aree costiere dell’Iran con un tasso di sopravvivenza del 30 per cento.
Sam Teicher, cofondatore di Coral Vita, dice di aver tratto incoraggiamento dall’accordo raggiunto nello scorso dicembre al vertice sul clima di Dubai, che prevede l’«abbandono dei combustibili fossili». Gli allevamenti di coralli in terraferma sono essenziali perché creano delle banche genetiche per la conservazione futura. Ma i progetti di ripristino da soli non sono una soluzione, dice Teicher.
Sull’isola di Jubail, ad Abu Dhabi, i turisti camminano su piattaforme in un’area di mangrovie protette. Ma, appena oltre la foresta di mangrovie, le gru sono al lavoro su un importante progetto edilizio per la costruzione di appartamenti di lusso. Sebbene il ripristino dei coralli possa costituire un elemento importante in una strategia più ampia di conservazione delle barriere coralline, Shokri afferma che per aiutare i coralli nel modo migliore i governi e le aziende dovrebbero concentrarsi sulla protezione dell’ambiente.
© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY
Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Climate Forward in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.