Sporcare e pulirePerché è importante mettere in discussione la filantropia climatica di Bill Gates

Il fondatore di Microsoft, in buona fede, ritiene moralmente giusto portare avanti la sua ricetta per il fatto di essere smodatamente ricco, ma nel suo discorso pubblico non c’è mai un accenno al fatto che quella ricchezza, oltre alla possibile soluzione, è anche una grande parte del problema

LaPresse

Prima della Cop28, Bill Gates ha scritto un editoriale sul New York Times intitolato: “Come investo i miei soldi in un mondo che si riscalda”. Nel testo viene ripetuta per nove volte, con vari sinonimi (rich, wealthy, high-net), la parola «ricco». Il senso del suo ragionamento è: lasciate fare a noi ricchi, lasciateci fare quello che sappiamo fare meglio (spendere), fatecelo fare a fin di bene, vedrete che troveremo una soluzione. Fidatevi di noi. Da un po’ di anni, questo è il senso dello stare nel mondo del fondatore di Microsoft: investire parte della sua immensa ricchezza personale (oltre centotrenta miliardi di dollari) nella soluzione delle crisi globali, senza mai in nessun momento smettere di essere così ricco. 

Prima di parlare di una figura diventata suo malgrado così tossica nel discorso pubblico globale, è necessario spazzare il campo da ogni complottismo. Le teorie della cospirazione hanno fatto di Bill Gates uno dei loro bersagli più usati, ma qui non c’è nessun complotto: Gates è semplicemente una persona con una ricetta per il mondo che, come ogni ricetta, può funzionare o meno a seconda delle circostanze. Al contrario di quello che piace credere ai fanatici in cerca dei fili segreti che tengono il mondo, è tutto incredibilmente trasparente, ed è possibile discuterne nel merito, partendo dal fatto che, nei limiti della comprensione che ci è data sulle figure pubbliche, io credo che Bill Gates sia in buona fede, una persona convinta sinceramente di fare il bene. 

Il problema è che – come dice nove volte nel suo articolo per il New York Times – Bill Gates ritiene moralmente giusto portare avanti la sua ricetta proprio per il fatto di essere così smodatamente ricco, ma nel suo discorso pubblico non c’è mai un accenno al fatto che quella ricchezza, oltre alla possibile soluzione, è anche una grande parte del problema. Secondo un rapporto di Oxfam (fatto con i solidissimi numeri dello Stockholm Environment Institute) l’un per cento delle persone più ricche dell’umanità contribuisce alle emissioni che causano il riscaldamento globale quanto il sessantasei per cento dei più poveri, circa cinque miliardi di esseri umani (incidentalmente, anche i più esposti al problema). 

La filantropia climatica, di cui Bill Gates è il portavoce più noto, non è solo una serie di strumenti, investimenti, fondi di venture capital. La filantropia climatica è un modello del mondo, basato sull’idea che si possano risolverne i punti di frattura più nocivi, a partire da quelli ecologici, senza cambiare le cause di quelle fratture, senza mai interrogarci su che mondo vogliamo e che mondo è sostenibile avere. Tutto è sostenibile, se troviamo il modo di farlo diventare sostenibile: questo è il messaggio. Un’idea di futuro ottimista, basata tutta su capitale e ricerca, secondo la quale la via maestra per tirarci fuori dal guaio del riscaldamento globale è tutta tecnologica, chiudere il gap tra quello che sappiamo fare e quello che dobbiamo fare. 

Questa è sicuramente una parte della verità: ci sono una serie di settori sui quali la ricerca tecnologica è ancora necessaria, i cosiddetti settori hard-to-abate, cemento, acciaio, chimica, vetro, aviazione, trasporti marittimi. È un bene che ci siano fondi come quello di Bill Gates, Breakthrough Energy, che nel 2021 si era impegnato a un piano triennale di investimenti da 1,5 miliardi di dollari all’anno, senza contare le donazioni della Bill and Melinda Gates Foundation (da cui Melinda si è dimessa da co-presidente a causa del divorzio tra i due), e l’assegno che stacca ogni anno a Climeworks per assorbire le emissioni del suo stile di vita. 

Bill Gates è una persona straordinariamente intelligente ma, come spesso capita alle persone illuminate, segue solo la sua illuminazione, perdendo di vista il disegno più generale, nell’idea che il nostro rapporto col Pianeta possa essere questa cosa qui: un perenne ciclo di sporcare e pulire, come se fosse una gigantesca piscina privata, come se avessimo bisogno solo di aspirapolveri più grandi (come quelli che in sostanza produce Climeworks) per risolvere il problema del nostro impatto. 

Per esempio, Breakthrough Energy è il primo investitore di un progetto chiamato Arkea Bio, una startup molto sostenuta dal mondo venture capital per risolvere il problema delle emissioni di metano dei bovini attraverso la somministrazione di un farmaco, un vaccino. Vedremo come andrà il percorso di ricerca, ma queste soluzioni spesso hanno un problema di scalabilità che le trasforma in merce per il mercato delle illusioni, ma soprattutto l’allevamento dei bovini, se anche per indimostrata ipotesi risolvessimo il problema delle emissioni di metano, avrebbe ancora quelle di CO2, il consumo di acqua, suolo e foreste, per non parlare dell’inquinamento e delle implicazioni etiche. Troveremo un farmaco tecnologico per ognuno di questi problemi oppure possiamo democraticamente provare a dire che non c’è una via che non passi dal cambiare il modello e ridurre drasticamente la produzione di carne rossa, soprattutto per il consumo nel nord globale? 

Potremmo sollevare questa obiezione, epistemologica prima che politica, a ogni angolo della visione del mondo di Bill Gates. Di recente, ha detto a un evento a Londra di credere che l’intelligenza artificiale ci aiuterà a combattere i cambiamenti climatici accelerando l’innovazione. L’IA, però, nel frattempo aggraverà il problema climatico, i data center consumano fino al cinque per cento dell’elettricità globale ogni anno, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, e la crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale farà sì che già tra tre anni consumerà quanto gli interi Paesi Bassi. 

È il paradosso della crescita in un mondo fatto di risorse finite. Bill Gates è anche uno dei sostenitori della geoingegneria, l’ultima spiaggia tecnologica del clima, che punta a modificare l’atmosfera terrestre artificialmente per invertire il corso del riscaldamento globale. A essere onesti, anche climatologi eminenti come James Hansen (il primo scienziato a denunciare l’emergenza climatica) sostengono questa strada, che però non è mai stata testata se non teoreticamente e potrebbe generare una serie di conflitti internazionali ed effetti indesiderati di cui non sappiamo niente.

In un’intervista con la Bbc, Gates ha avuto uno scambio abbastanza aspro con Amol Rajan. Il giornalista gli aveva chiesto degli impatti del suo personale stile di vita, a partire dal suo intenso uso dei jet privati. Lui ha risposto citando i suoi investimenti in Climeworks per la cattura della CO2 e i miliardi che spende ogni anno in innovazione climatica: «Mi sento a mio agio nel pensare che non solo io non sono parte del problema, ma che sono anche parte della soluzione». Nella trasparenza di questo scambio, senza nessun complotto, ci sono tutti gli elementi per farsi un’idea sulla filantropia climatica. 

Alcune delle innovazioni finanziate da Bill Gates funzioneranno, altre falliranno, come sempre capita alle imprese umane e alla ricerca. Qualcosa di utile, da questa frenetica attività di filantropia climatica, arriverà pure, e questa sarà la sua eredità. Tanti soldi saranno stati sprecati, ma questo è normale. La domanda che possiamo farci però, su ciascuna di queste imprese e nel “progetto Gates” nella sua interezza, è che potenziale di cambiamento collettivo ci sia nel puntare solo sulla tecnologia. La filantropia climatica ci spinge in ultima analisi a chiederci (se ancora abbiamo il desiderio democratico di farlo) che cambiamento vogliamo per il futuro dell’umanità, e se sia tutto da lasciare nelle mani di un manipolo di miliardari illuminati, e se la ricchezza sia anche una delega in bianco a decidere per tutti gli altri.

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