La strategia dell’usato insicuroDal revival dell’Unione a Biden, la sinistra ha fiducia nel passato

Ormai in Italia come negli Stati Uniti, i democratici ripetono l’unico schema con cui il mondo progressista ha vinto le elezioni negli ultimi trent’anni, finendo però sempre per andare in pezzi un minuto dopo, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP/Lapresse

Fino a pochi giorni fa ero convinto di avere capito tutto. Mi sembra che bastasse mettere in fila i fatti. L’incapacità della destra di nascondere la sua natura e le sue intenzioni, a cominciare dal desiderio di fare cappotto con la riforma costituzionale. Il fatto che una simile tentazione avesse già portato alla rovina numerosi e anche più scaltri predecessori di Giorgia Meloni, con l’aggravante, stavolta, di un contesto interno e internazionale fatto di saluti romani in sezione, amici ungheresi in Europa e golpisti americani a un passo dalla Casa Bianca. La spinta a coalizzarsi che tutto questo avrebbe prodotto nel fronte delle opposizioni, cementato dalle ottime ragioni della battaglia costituzionale. Non che non vedessi tutti i limiti dell’attuale leadership del Partito democratico e del modo in cui si era arrivati fin qui, ma i passi avanti mi sembravano indiscutibili, almeno se misurati a partire dalla scorsa legislatura, e in particolare dal punto più basso mai raggiunto dalla sinistra italiana, con l’esaltazione di Giuseppe Conte quale unico possibile candidato alla guida del governo.

Dopo i risultati delle Europee, il ruolo di Conte e del Movimento 5 stelle in una ipotetica alleanza appariva inevitabilmente ridimensionato, non molto diverso da quello della Sinistra Arcobaleno nel 2006. E questo, in conclusione, mi pareva lo sbocco inevitabile di tutto: una coalizione analoga all’Unione con cui Romano Prodi vinse allora le elezioni per un soffio, agonizzando poi al governo per circa due anni, prima di riconsegnare Palazzo Chigi alla destra, regalandole (con vari aiutini su cui ora non mi dilungo) una vittoria elettorale schiacciante.

Mi sembra utile ricordare, visto l’entusiasmo frontista serpeggiante qua e là, che la nascita del Pd è stata raccontata per anni proprio come la risposta alla crisi del centrosinistra prodiano, come l’antidoto a quel modello di coalizione ingestibile e impresentabile, all’alleanza dal programma elettorale di 281 pagine, al governo dei cento sottosegretari, ai tavoli di coalizione da duecento posti in cui si discuteva per giorni senza cavare un ragno dal buco. A riprova che non si impara mai niente da niente.

E tuttavia anch’io, fino a pochi giorni fa, mi ero convinto che alla fine dei conti un simile esito sarebbe stato il male minore, almeno nell’immediato. Ma dopo avere visto il doloroso spettacolo di Joe Biden incapace di tenere il filo del discorso nel dibattito con Donald Trump, e il caos che ne è seguito nel fronte democratico, ho cominciato a ripensarci. Soprattutto, mi è sembrato di vedere un tratto comune – potremmo chiamarla fiducia nel passato, o strategia dell’usato insicuro – tra la scelta dei democratici americani di accanirsi sull’anziano presidente e la volontà dei democratici italiani di ripercorrere ostinatamente l’unico schema con cui la sinistra abbia vinto le elezioni negli ultimi trent’anni, finendo però sempre per andare in pezzi un minuto dopo. E ho cominciato a pensare che questa volta potrebbero non essere così fortunati.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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