L’amaro fragileLa vincitrice dello Strega, e una serata romana per una volta senza abiti di Gai Mattiolo

Donatella Di Pietrantonio vince il premio letterario, quest’anno con gli autori vestiti come se fossero di Milano. Per la seconda volta consecutiva, Petrocchi punta sul libro sbagliato, poi lo molla e infine spinge per la vittoria di un altro

foto LaPresse-Anteo Marinoni 09/09/2017-Venezia (IT.) cronaca Premio letterario Campiello 55° edizione, serata finale e premiazione al teatro La Fenice, Venezia. nella foto: la vincitrice Donatella Di Pietrantonio con " L'Arminauta", editore Einaudi photo LaPresse- Anteo Marinoni 09/09/2017 - Venice (IT.) news Closing ceremony for Campiello literature award, at Fenice camera hall, Venice. In the pic:

Il frisson arriva al mattino, dopo settimane in cui tutto si sapeva e tutto doveva andare come secondariamente pianificato per il secondo anno, il secondo anno in cui Stefano Petrocchi punta sul libro sbagliato, poi lo molla e in seconda battuta decide che debba vincere un altro. Il frisson arriva al mattino e dice: c’è Baricco.

C’è Baricco, la sera, tra i seicento Felici Pochi che non hanno ricevuto la letterina. La letterina dello Strega che diceva ci dispiace, abbiamo solo seicento posti, quest’anno non potete venire. Non siete tra le nostre seicento priorità, che non è una cosa carina da sentirsi dire.
E proprio quest’anno, mentre i non seicento recriminano da settimane sui social che come si permette lo Strega di negar loro l’accesso al buffet, proprio quest’anno Alessandro Baricco, che lo Strega non se l’era mai filato, ci sarà.

Per la gioia di Petrocchi, che pare sia sovreccitato come non sarebbe neanche se gli dovesse accadere d’imbroccare il vincitore alla prima selezione; ma, soprattutto, per amicizia con Dario Voltolini, che fino al mercoledì era uno qualunque della sestina, d’una sestina che prevedeva la vittoria del romanzo Einaudi ch’era seconda scelta di Petrocchi, quello Donatella Di Pietrantonio, “L’età fragile”. E adesso?

Adesso niente, che c’entra. Come che c’entra, mica mi vorrai dire che Voltolini fa incomodare l’amico Baricco ad andare e poi neppure vince. Oddio, e se si trattasse, che cosa pazzesca che neanche ci sono le parole per dirla, d’uno Strega con un vincitore a sorpresa? Al tramonto il frisson è già passato, chiedi di Voltolini e ti rispondono «Ma figurati».

Al tramonto è tutto rientrato nei ranghi di un anno cominciato con “Oro puro”, il libro di Fabio Genovesi, sulla scrivania di Petrocchi, «il libro della maturità», raccontano dicesse. Libro della maturità (t’avessi preso prima: Genovesi ha cinquant’anni) che combaciava con le promesse fatte: voi – gruppo Mondadori – mettete i vostri voti per far vincere “Come d’aria” (il libro di Ada D’Adamo che Petrocchi aveva tardivamente capito fosse il ricatto emotivo giusto per vincere nel 2023, dopo avere mollato quello di Romana Petri su cui aveva puntato inizialmente), e io vi prometto che l’anno prossimo lo Strega è vostro.

Poi il gruppo editoriale di Marina Berlusconi ha deciso che il suo turno di Strega era meglio investirlo sulla Di Pietrantonio, e il povero Genovesi non è neanche stato fatto entrare in dozzina, e per evitare il ripetersi di due Einaudi che si sottraessero voti la Lattanzi è stata esclusa dopo la semifinale, e per Mondadori è stata mandata in finale una Carneade che non disturbasse nessuno, e siamo arrivati alla sera dei seicento.

I sei dei quali in gara, ohibò, addirittura vestiti con stilisti non romani: quindi a Villa Giulia possono entrare abiti non di Gai Mattiolo, ma pensa te. Pare ieri che Jonathan Bazzi si fotografava coi Valentino omaggiati, ma all’idea che i romanzieri finalisti abbiano tutti e ufficialmente un marchio addosso c’è stata un’incertezza: dobbiamo indignarci? Poi alla fine tutto sotto controllo, siamo pur sempre a Roma, ed è assicurato quell’effetto che a Milano si riusciva a ottenere solo con la Ferragni: le metti addosso un Gucci, e questa gente sembra comunque che abbia ordinato qualcosa su Postalmarket.

Siamo pur sempre nell’ambito della tv culturale con pretese umoristiche, quindi ci sono dei tragici video zuppi di spirito di patata che ci spiegano che agli «intellettualoni» non interessa vendere (sì, lo so che è una sagace parodia di chi userebbe davvero quella parola, sagacissima invero); o un falso di Umberto Eco che parla di società liquida (che confusione filosofica, sarà perché c’è poco budget), o Calvino che l’intelligentissima intelligenza artificiale fa parlare della partita di calcio.

Ogni anno la serata dello Strega ha due problemi principali: far durare lo scrutinio dei voti abbastanza ma non troppo (vogliamo tutti andare a dormire, noialtri cui tocca il resoconto, e persino quei seicento con accesso al buffet), e raccontare cinque o sei libri in modi che non facciano venire il sospetto alla Rai che i cachet degli autori siano superflui. Quest’anno, i libri li raccontano delle lettrici che camminano nei campi, o dei macellai, credo sia l’idea televisiva di paese reale (ogni anno, la povera Geppi Cucciari intervista gli autori e fa domande da una che i libri li ha letti davvero, una cosa televisivamente piuttosto straniante).

Anche quest’anno non ho, diversamente da Geppi, letto nessuno dei libri finalisti, però simpatizzo molto con Donatella Di Pietrantonio. Che, nella serata più fotografata della sua vita, aveva il reggiseno bianco che le spuntava dall’abito scuro. Mai, nel secolo della letteratura che si preoccupa solo d’essere immedesimabile, una pagina m’aveva fatto dire «Anch’io» quanto quell’incongruo bordo bianco che tracimava dalla scollatura della vincitrice.

Si può fare letteratura senza senso del ridicolo? Me lo chiedo quando Pino Strabioli intervista uno dell’organizzazione, gli chiede se qualcuno abbia mai bevuto il liquore fin troppo di gusto, alla premiazione, e quello risponde serio e compiaciuto che Piperno avevano dovuto fermarlo. Ma Alessandro Piperno, come sanno anche i muri, bevette per zelo suggerito dall’editore, e finì all’ospedale con una colica: non esattamente la pubblicità che uno vorrebbe per il proprio liquore.

Può la letteratura competere con la realtà? Me lo chiedo quando Geppi dà la parola a Vittorio Lingiardi, che deve psicanalizzare il premio o qualcosa del genere, ma io non riesco ad ascoltarlo perché penso solo a Natalia Aspesi che, al proprio compleanno, lo presenta a Miuccia Prada, forse la donna più riconoscibile d’Italia. La quale, nonostante stia mangiando, sorride, posa la forchetta, e gli allunga una mano da stringere. E Lingiardi la guarda e, se me l’avessero raccontato non ci crederei, domanda: e lei come si chiama? Quando mi danno una prima scena così, giuro che comincio a leggere gli italiani viventi.

Adesso possiamo iniziare a concentrarci sullo Strega del 2025, che pare abbia intenzione di vincere un editore che non partecipa quasi mai, con un libro finalmente selezionato per una ragione solida. Una ragione che non è la trama, non è la lingua, non è lo stilista che veste l’autore, non è l’engagement politico del tema scelto, non è neppure il volubile gusto di Petrocchi. Finalmente, nel 2025, si annuncia la tentata vittoria d’un autore scelto per l’unico serio vantaggio competitivo: non avere in uggia la mondanità romana, e quindi avere nella rubrica telefonica tutti o quasi gli amici della domenica.

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