Genitori disperati Taylor Swift, la fine delle generazioni e la nascita di nuove nevrosi

Le mamme e i papà sono diventati coetanei dei figli. Non ci sono più cordoni ombelicali da tagliare, non c’è più conflitto, anzi adesso i grandi sono alla spasmodica ricerca dell’approvazione dei piccoli

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Sono cresciuta in anni in cui si poteva dare alle donne delle isteriche bisognose di cazzo, e oltretutto farlo citando il cinema più sofisticato, quindi sono abbastanza sicura che la battuta woodyalleniana che mi è stata più detta negli anni di formazione venga da “Manhattan” (1979) e sia «nel tuo caso pensavo più a un alano».

Se però dovessi dire qual è quella che ho più citato io, sono certa che sia quel momento di “La dea dell’amore” (1995) in cui il coro greco dice «Edipo giacque con sua madre, e una nuova professione era nata, una professione da duecento dollari l’ora, ore da cinquanta minuti perdipiù». L’ho citata anche ieri mattina, in una pasticceria d’una città di provincia, una pasticceria di fianco a un liceo, una pasticceria a due dei cui tavolini c’erano due maturandi con le rispettive mamme. I due figli si somigliavano tra loro e somigliavano a qualunque adolescente: non hanno mai alzato gli occhi dal telefono.

Le due mamme erano di due modelli diversi. La prima nevrotica: ho guardato in basso per dieci minuti e per dieci minuti non ha mai smesso di far saltellare la gamba accavallata, con un’isteria che sembrava l’esaminanda fosse lei (e forse lo era).

La seconda era il modello Bree Van De Kamp (chissà se sa chi sia o se il presentismo ha vinto e le madri di diciottenni hanno rimosso l’ultima serie tv che videro da donne libere, prima di procreare).

Foulard di seta come non ne vedevo nella realtà dagli anni Ottanta e nella finzione scenica appunto da “Desperate Housewives”, arriva, fa sedere il pupone, osserva con raccapriccio il tavolino sporco, si guarda intorno, non ce ne sono altri liberi, va perentoria al bancone a ingiungere a un cameriere di venire a pulire (chiaramente abituata a un mondo in cui esisteva il servizio ai tavoli, mica questa vita da poveri ricchi che ci tocca fare ora).

Mi piace pensare che con lo stesso piglio confuterà le domande che verranno fatte, all’esame, al sangue del suo sangue e piume delle sue piume. È in quel momento che capisco che Sofocle è morto, Freud è morto, e Woody Allen è passato di moda: non ci sono più cordoni ombelicali da tagliare, non c’è più conflitto, non ci sono più generazioni.

Quelle stesse madri, se equipaggiate di figlie femmine, sapranno a memoria le canzoni di Taylor Swift, disperate come bruttine della scuola che vogliano conquistarne il bello, invece di dire alle figlie di ascoltare piuttosto Joni Mitchell (mai al mondo: e se poi la bambina mi dice «boomer»?!). I genitori sono coetanei dei figli, ne sono corteggiatori, ne sono tutto tranne che genitori.

È stato in quella pasticceria che ho capito che hanno torto quelli che dicono mioddio, quanta invadenza; ma ha torto pure Gramellini che scrive che, se va bene al maturando, buona camicia a tutti (citazione che i genitori d’oggi non farebbero perché risulterebbe incomprensibile alla generazione presentista da cui tanto ci tengono a essere compresi).

Il punto non è chi voglia la presenza del genitore all’esame di maturità, o a quello di laurea, o al colloquio di lavoro – se i genitori non dotati d’una propria vita o i figli incapaci di tagliare il cordone. Il punto è che ormai è così: ormai essere genitori è un mestiere, essere figli è un mestiere.

Certo che si ritiene un qualcosa da festeggiare la maturità: si festeggia il prediciottesimo, santiddio, si festeggia il momento in cui si scopre il sesso del feto che ancora si deve partorire, vuoi che non si festeggi l’orale di italiano? (Traccia di tema per il prossimo anno: l’epoca che ha inventato il gender reveal del feto durante la gravidanza è anche l’epoca che ritiene che il sesso venga assegnato alla nascita, secondo il momentaneo capriccio dell’ostetrica; risolva il maturando l’apparente contraddizione).

È uno dei portati dell’americanizzazione dell’occidente: il bambino che alla partita di calcio non sa verso chi correre per festeggiare il goal perché il papà si è dimenticato di andare a guardarlo è passato, da momento lacrimevole di film di quart’ordine da palinsesto estivo, a massimo possibile trauma che il genitore moderno passa la vita a cercare d’evitare d’infliggere.

La tizia che in una puntata di “Scandal” causava non so quanti morti perché era andata al saggio di pianoforte della sua bambina invece di revisionare un aereo che poi era caduto, quella tipa lì è una con tutte le priorità a posto, secondo la società postfreudiana che ritiene che, se la bambina ha il saggio di pianoforte, non ci sia nulla di più importante.

Il punto non è che i nostri genitori non sapessero neanche dove andassimo a scuola (nel mio caso erano peraltro giustificati, avendo io cambiato più scuole che cotte). Il punto è che noi, all’esame di maturità (o in qualunque altra occasione), non ce li avremmo voluti. Il punto è che, nell’epoca d’oro della civilizzazione – quella in cui erano stati risolti i problemi di benessere economico, non c’erano guerre, esistevano il pop e la letteratura e il cinema, i bambini non venivano mandati nelle miniere ma neppure considerati dei piccoli Buddha: in quel magico punto d’equilibrio in cui abbiamo avuto la botta di culo di crescere – i ragazzini avevano una vita, perché ne avevano una i grandi. I ragazzini erano indipendenti, perché lo erano i grandi. I ragazzini avevano i loro gusti, perché i grandi avevano i loro.

Se c’era un cliché relazionale, non era quello della codipendenza di adesso, coi grandi alla perpetua spasmodica ricerca dell’approvazione dei piccoli; era, semmai, quello di noialtri che dicevamo ai genitori «Non farti vedere» quando ci accompagnavano o ci venivano a prendere.

Noi eravamo adolescenti, non badanti il cui impegno è tener compagnia ai genitori senza vita: noi i genitori li detestavamo. Cordialmente ricambiati, beninteso. Vigeva, tra genitori e figli, un mutuo accordo per considerarsi reciprocamente una rottura di coglioni da evitare il più possibile.

L’unica volta che i genitori (quelli di una compagna di classe) ci hanno accompagnate a un concerto, quello dei Duran Duran, era perché era a Modena, e noi avevamo quindici anni e Bologna-Modena in motorino pareva un po’ troppo (i genitori fingevano di non sapere che il sabato notte uscivamo di nascosto e sul sellino di motorini altrui andavamo a Gabicce).

Non conosco un genitore mio coetaneo che non vada a tutti i concerti ai quali vogliono andare i figli. Ogni mia amica con prole femminile porterà la figlia o le figlie al concerto di Taylor Swift. Se chiedi alle figlie cosa piaccia loro di Taylor Swift, ti dicono che è la prima cantante a fare un gran successo con argomenti così femminili (loro dicono «girlie», perché non parlano decentemente nessuna lingua ma a pasticciare con l’inglese si sentono più sveglie; in questo uguali a noi alla loro età, e pure a molti di noi alla nostra età).

Le madri annuiscono, e tu le guardi e non sai se puoi dire che il re è nudo e i testi sentimentali e femminili ce li aveva Alanis Morissette e ce li aveva Ani DiFranco, ce li avevano tutte quelle che ascoltavamo tua madre e io alla tua età, ce li aveva persino Fiorella Mannoia, santiddio, va bene che sei nata ieri ma dovresti nella tua vita avere diritto a un’adulta che ti dica che no, i testi femminili non li ha inventati una nata a muro di Berlino crollato. E invece no, perché l’adulta nella tua vita è tua madre, che annuisce e manda a memoria Taylor così potete squarciagolarla insieme.

E Elettra andò al concerto con la madre, Edipo andò a dare l’orale col padre, e nuove nevrosi erano nate, e anche per le prossime generazioni gli psicanalisti avranno modo di fatturare.

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