Risiko europeoLe conseguenze della strategica intesa sui carri armati tra Leonardo e Rheinmetall

L’accordo per lo sviluppo della nuova generazione di sistemi di difesa terrestre è una mossa con fortissime implicazioni per l’assetto di tutta l’industria della difesa europea. Il settore si sta evolvendo verso un modello più dinamico e anticipatore delle esigenze future, con un maggiore coinvolgimento e iniziativa da parte delle aziende private

AP/ LaPresse

La notizia era ampiamente prevedibile, e infatti prevista: Leonardo, dopo l’inatteso fallimento delle trattative con Knds per equipaggiare l’Esercito italiano con i carri armati Leopard 2A8, ha raggiunto l’intesa con Rheinmetall. L’accordo prevede una joint venture paritetica, per sviluppare i mezzi per i requisiti italiani relativi a Mbt (carro armato) e Aics (corazzato da fanteria), ma con uno sguardo agli altri programmi del genere in Europa e sui mercati internazionali, nonché al progetto europeo Mgcs per il carro armato futuro. Si tratta di una mossa con fortissime implicazioni per l’assetto di tutta l’industria della difesa europea, o per lo meno per il suo comparto terrestre; un’industria che oggi ha certamente un futuro di forte crescita, sia per gli stanziamenti all’interno dell’Unione europea, sia per la crescita dei bilanci militari un po’ in tutto il mondo.

Prima di analizzare queste implicazioni, però, è il caso di chiarire bene di cosa si parla, visto che le informazioni su molti media, come spesso accade quando si parla di armi, sono spesso inesatte. Cominciamo allora dal requisito italiano: oltre duecento Mbt, molti dei quali in versioni derivate (gettaponte, carro recupero, mezzo del genio ecc.) e circa un migliaio di Aics, per un totale previsto di circa venti miliardi nel corso di dieci anni. La base tecnologica di partenza è formata da due soluzioni offerte da Rheinmetall: il carro armato KF-51 Panther e il corazzato da fanteria KF31 Lynx. Il primo è un mezzo molto recente ma già maturo: basato in gran parte sul Puma in servizio presso la Bundeswehr, è stato presentato la prima volta nel 2016, ha già un cliente di lancio (l’Ungheria l’ha adottato nel 2020) ed è, tra l’altro, uno dei due mezzi in corsa per il programma americano XM30, destinato a sostituire il venerando M2A3 Bradley (l’altra proposta è della General Defense Land Systems).

Ben diversa la situazione del Panther, che è stato presentato nel 2022 ed è ancora in una fase di sviluppo, per quanto avanzata: lo scorso 15 dicembre, Rheinmetall ha firmato un contratto con l’Ungheria per portare avanti una variante equipaggiata con il classico cannone da 120mm (invece del nuovo pezzo da 130 sviluppato proprio per il Panther) e lo chassis del Büffel, carro recupero a sua volta ricavato dal Leopard 2. Insomma, siamo ancora a un modello preliminare, quindi a uno stadio ben diverso dal Leopard 2A8, perfettamente maturo, pronto per la produzione e già adottato, a meno di un anno da sei paesi europei (Germania, Ungheria, Olanda, Repubblica Ceca, Lituania e Norvegia).

Questo aspetto va sottolineato, visto che i vertici militari, nell’emanare i requisiti per Mbt e Aics, insistevano sull’opportunità di scegliere tecnologie mature e mezzi subito disponibili, anche considerando lo stato pietoso della componente pesante italiana. Il carro armato Ariete e il corazzato da fanteria Dardo sono, a essere generosi e con parecchia carità di patria, i parenti poveri di mezzi in servizio nei paesi occidentali negli anni Ottanta, e infatti non sono praticamente mai stati usati nelle numerose spedizioni militari italiane (il Dardo è stato in Iraq e in Afghanistan ma in numeri molto limitati e per missioni ridotte). Quindi, mentre il Lynx era di fatto un possibile candidato, forse anzi il più probabile insieme allo svedese CV90, il Panther sembrava esplicitamente fuori discussione.

I generali, quindi, dovranno probabilmente digerire una scelta che privilegia le strategie industriali rispetto alla prontezza operativa. Per capire la portata di queste strategie, bisogna spostare lo sguardo verso un altro programma, noto con la sigla Mgcs (Main Ground Combat System). Si tratta del progetto franco-tedesco, avviato nel 2017 per sviluppare una nuova famiglia di corazzati pesanti che sostituiscano, rispettivamente, Leopard 2 e Leclerc e citato come un pilastro della cooperazione europea per la difesa nella bussola strategica del 2022. Il programma vede il forte coinvolgimento dei rispettivi governi ed è affidato alla società franco-tedesca Knds, nata dalla fusione tra i tedeschi di Kmw (Krauss-Maffei e Wegmann) e i francesi di Nexta, con i primi in maggioranza; vi partecipa anche Rheinmetall, ma con un ruolo secondario che l’ha spinta a sviluppare, in autonomia e come progetto privato, proprio il Panther.

Altri paesi hanno cercato di entrare nel consorzio franco-tedesco, ma senza risultati concreti, anche per le resistenze e l’atteggiamento ondivago di Parigi e Berlino. Oggi, nonostante parecchi tentativi di rilancio da parte dei due governi, il programma sta continuando a produrre ricerca tecnologica e prototipi intermedi, ma francamente sembra che i tempi previsti inizialmente (lancio della produzione nel 2035) siano davvero troppo lunghi per le nuove esigenze, emerse in seguito all’invasione russa dell’Ucraina.

Lo sviluppo, rapidissimo, del Leopard 2A8 è un chiaro segno di questa discrasia nei tempi: oggi serve un mezzo all’altezza delle nuove sfide, in particolare per quanto riguarda la protezione da droni e missili anticarro, e questa versione è senz’altro all’altezza della situazione, ma certo è lo sviluppo di una piattaforma ormai di quasi cinquant’anni fa, che dovrà prima o poi essere sostituita con un sistema più avanzato. Anche i rapporti tra le industrie francesi e tedesche sono cambiati. Se prima Parigi aveva un bilancio militare rispettabile e la Repubblica Federale disponeva di risorse e ambizioni molto più ridotte, oggi la Zeitenwende ha cambiato il panorama e i tedeschi sembrano sempre meno inclini a legarsi ai transalpini. Anche all’interno della Bundeswehr, si nota una forte propensione a resettare il programma, per avviare una cooperazione europea a guida tedesca, che lanci un nuovo mezzo di riferimento su scala continentale.

A queste condizioni, la sigla Mgcs può assumere un nuovo significato: non più il programma franco-tedesco, ma un requisito europeo più ampio, in cui possa essere coinvolto un maggior numero di attori, con maggiore flessibilità industriale e tecnologica. Il Panther “italiano” sarebbe una soluzione intermedia, più avanzata e con maggior potenziale di crescita rispetto alle varie versioni del Leopard 2, che è comunque un mezzo nato alla fine degli anni Settanta; al tempo stesso, potrebbe essere il banco di prova ideale per diversi sottosistemi (propulsore, armamento, protezioni attive e passive, sensori, comunicazione ecc.) da impiegare nella versione finale. Certo, è probabile che Knds non finisca per restare a bocca asciutta e che dal Panther nasca un nuovo mezzo con alcune delle caratteristiche in corso di sviluppo per l’Mgcs; più difficile che entrambi i sistemi possano andare avanti, dato che sono a prevalenza tedesca e che difficilmente il governo federale potrà sostenerli tutti e due. Certo è che oggi il Made in Germany, almeno per quanto riguarda i sistemi terrestri, occupa una posizione di assoluta preminenza sullo scenario europeo e che la fame di sistemi aggiornati e ad alte prestazioni nel nostro continente potrà dare a entrambi i contendenti ordinativi sufficienti a mantenere linee di produzione molto robuste, con economie di scala che ne rafforzeranno ulteriormente il margine competitivo.

Va sottolineato come uno dei fattori chiave di questo nuovo assetto sia la strategia di Rheinmetall che, sotto la guida del suo Ceo Armin Papperger, ha completamente abbandonato l’attendismo parastatale che caratterizza l’industria della difesa, europea e non solo. Un paio di esempi:

  • La scelta di sviluppare il Lynx prima e, soprattutto, il Panther poi, come private venture, mezzi destinati all’esportazione senza poter contare su nessuna commessa iniziale dal governo tedesco;
  • Il massiccio incremento della capacità di produrre munizioni, con acquisizioni (in Spagna, Sudafrica ed Europa baltica e settentrionale), apertura di nuovi stabilimenti ed espansione di quelli esistenti, prima ancora che si cominciasse a parlare di acquisti europei;
  • La decisione di aprire impianti in Ucraina, per la riparazione di veicoli, la produzione di munizioni e ora anche quella di corazzati, dal trasporto truppe Fuchs al Lynx e, a partire dall’anno prossimo, anche il Panther;
  • Lo sviluppo di sistemi contraerei e contro droni, coinvolgendo altre aziende europee e americane per disporre rapidamente di sistemi pronti in breve tempo;
  • Il forte impulso alla realizzazione di droni avanzati aerei e terrestri, da ricognizione e combattimento, per garantire l’efficacia di questo tipo di arma anche quando saranno disponibili contromisure più efficaci delle attuali.

Tutte queste scelte hanno comportato forti investimenti allo scoperto, secondo un approccio tipico delle aziende high-tech, che cercano di prevenire la domanda del mercato generando l’offerta attesa per essere nelle condizioni migliori per soddisfarla. Un modello di business radicalmente diverso da quello tipico delle industrie della difesa, che tendono a muoversi di concerto con le decisioni governative e a sviluppare capacità tecnologiche e produttive solo a fronte di ordinativi confermati o comunque certi.

Chi ha capito benissimo l’importanza di questo approccio è il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius, che già il 20 febbraio dello scorso anno aveva iniziato una inedita visita agli impianti industriali della difesa, cominciando proprio dalla sede Rheinmetall di Unterlüß. In questa occasione, il ministro aveva lodato le iniziative dell’azienda e sottolineato non solo l’appoggio del governo federale, ma la necessità di sviluppare un atteggiamento proattivo dell’industria per far fronte alle nuove necessità. Ancora una volta, la Zeitenwende si conferma non solo come la necessaria risposta alle nuove minacce, ma come la chiave di volta di tutto un nuovo paradigma di politica industriale, nella quale la parte pubblica investe e indirizza, ma gli operatori privati so

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