L’incudine e il martelloIl dubbio di Meloni e dei Conservatori europei sul sostegno a von der Leyen

La premier ha tenuto i polacchi dentro Ecr, ma il dilemma dell’appoggio al bis della presidente uscente rimane il principale problema della destra radicale. Mentre suonano le sirene sovraniste di Orbán

AP/Lapresse

Dopo il successo di Fratelli d’Italia alle Europee è giunto il momento della verità per Giorgia Meloni. In questa fase di negoziati serrati per definire la distribuzione del potere in Europa nei prossimi cinque anni si trova intrappolata tra l’incudine e il martello. L’incudine è quella della responsabilità di governo, in patria ma soprattutto in Europa, dove i cristiano-democratici potrebbero diventare potenziali partner politici. Il martello è quello dell’estrema destra sovranista e antieuropea, cioè i suoi alleati tradizionali.

Il ventinove per cento dei consensi raccolti da Fratelli d’Italia l’8 e 9 giugno è fruttato alla presidente del Consiglio una pattuglia di eurodeputati di tutto rispetto: ventiquattro eletti a Strasburgo, la delegazione nazionale più folta all’interno del gruppo dei Conservatori e riformisti (Ecr), che dopo un’efficace campagna acquisti conta ora ottantaquattro parlamentari ed è diventato il terzo all’Eurocamera sorpassando i liberali di Renew, inchiodati a settantasei seggi. Una posizione di potere che sembrerebbe invidiabile, ma che per la leader dell’esecutivo rischia di diventare problematica.

A Bruxelles, infatti, è in corso la partita che porterà nei prossimi mesi alla nomina del commissario italiano. Il nome che circola con una certa insistenza è quella dell’attuale ministro agli Affari europei, Raffaele Fitto, membro del cerchio magico di Meloni. Roma vorrebbe un supercommissario: una vicepresidenza esecutiva, possibilmente, con un portafoglio di rilievo (magari economico). Una casella che, nel nuovo Collegio da inaugurare in autunno, andrà strappata a Parigi, con il presidente assediato Emmanuel Macron che intende riconfermare il suo fedelissimo Thierry Breton.

Per non chiudersi completamente la porta dei negoziati, la premier italiana ha optato per un’astensione sul nome di Ursula von der Leyen allo scorso Consiglio europeo. Meloni dovrà ora riuscire in un’opera di delicato equilibrismo politico. Da mesi si fa un gran parlare dell’apertura di credito di von der Leyen – e del suo Partito popolare europeo (Ppe) – nei confronti del capo del governo e dei suoi Fratelli d’Italia. Ma, al momento di definire il pacchetto delle nomine per i top jobs dell’Unione, la premier (che dal 2020 presiede il partito europeo dei Conservatori) era rimasta tagliata fuori dai giochi, esclusa dal tavolo delle trattative gestite tutte tra Popolari, Socialisti e liberali.

Meloni ha esplicitato ripetutamente la sua frustrazione per lo sgarbo ricevuto, ma se vuole essere considerata come un partner affidabile dai maggiorenti europei ha poca scelta se non garantire i voti della sua pattuglia in Aula quando, il prossimo 18 luglio, gli eurodeputati saranno richiamati a confermare o affossare definitivamente il secondo mandato di von der Leyen.

Dal canto suo, la Spitzenkandidatin dei cristiano-democratici si sta affannando in una corsa contro il tempo per assicurarsi i voti necessari a centrare il bis. Il numero magico, cioè la soglia della maggioranza assoluta dei seggi, è fissato a 361 su 720. Sulla carta, la maggioranza europeista (Ppe, Pse e Renew) dispone di quasi quattrocento voti, ma a Bruxelles temono una cinquantina di franchi tiratori nello scrutinio segreto. Così von der Leyen si trova di fronte ad un bivio.

Se accetterà il supporto parlamentare dei Verdi (cinquantaquattro deputati), che si sono esplicitamente offerti di puntellare dall’esterno la maggioranza, la Spitzenkandidatin del Ppe rischia di perdersi per strada dei pezzi del suo stesso partito. Il leader azzurro Antonio Tajani, ad esempio, ripete da settimane che i Popolari devono guardare all’Ecr per un’alleanza più strutturale e farla finita con l’ideologismo degli ambientalisti. Del resto, già dalla fine della scorsa legislatura il Ppe si è dimostrato sempre più insofferente su quello stesso Green deal che era stato il cavallo di battaglia della sua presidente della Commissione nel 2019.

Viceversa, dialogare con la destra radicale di Ecr (o almeno con le sue parti sane, quelle cioè che rispetterebbero le linee rosse fissate da von der Leyen stessa: essere pro-Ue, pro-Ucraina e pro-Stato di diritto) avrebbe l’effetto di alienare il sostegno non solo dei Verdi ma anche dei Socialisti e di una parte dei liberali. Pallottoliere alla mano, questa opzione appare più pericolosa. Ma il segreto dell’urna complica i calcoli.

Del resto, alcuni voti contrari sono già annunciati. A non supportare il secondo mandato di von der Leyen ci saranno, nell’Ecr, i 20 deputati polacchi di Diritto e giustizia (PiS), il partito ultranazionalista dell’ex primo ministro Mateusz Moriawecki. Il PiS è in subbuglio da qualche tempo, con l’ala fedele all’ex premier che ha dovuto gestire la fronda della vecchia guardia fedele al fondatore Jaroslaw Kaczinsky. Tali scontri intestini hanno costretto i Conservatori a rimandare la riunione costitutiva del gruppo dal 26 giugno al 3 luglio, quando, durante un incontro ibrido tra Brucoli (Siracusa) e Bruxelles, è stata trovata la quadra sulla formazione del gruppo nella decima legislatura.

L’accordo, salomonico, prevede l’elezione del polacco Joachim Brudzinski come co-capogruppo, affiancato dal meloniano Nicola Procaccini che è stato rinnovato nell’incarico. Per ora le differenze, sia quelle interne al PiS che quelle con FdI (accusato di gestire la leadership in maniera troppo verticistica) sembrano appianate, ma potrebbe trattarsi solo di una calma apparente.

Questo mette fine alla saga, durata quasi una settimana, relativa alla paventata emorragia della delegazione di Moriawecki dal gruppo conservatore nella direzione del nuovo soggetto politico alla cui creazione sta lavorando il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Il nuovo gruppo dei Patrioti per l’Europa, la cui costituzione formale dovrebbe avvenire il prossimo 8 luglio, è l’ultimo coniglio uscito dal cilindro del leader magiaro, che l’ha trionfalmente annunciato lo scorso 30 giugno a Vienna insieme al capo dell’Fpö austriaco, Herbert Kickl, e all’ex premier ceco e fondatore di Ano 2011, Andrej Babiš.

Fidesz, il partito di Orbán che attualmente conta dieci eurodeputati, sta dal 2021 nei non-iscritti in seguito all’autosospensione dal Ppe. L’Fpö è fuoriuscito dal gruppo di estrema destra Identità e democrazia (Id), che aveva contribuito a fondare nel 2019, e porta in dote sei seggi. Ano 2011, un partito populista liberal-conservatore che ha eletto 7 rappresentanti alle europee, ha da poco abbandonato Renew per unirsi ai Patrioti. Questi ultimi hanno ricevuto una dimostrazione di interesse, almeno a parole, anche dai portoghesi di Chega (due seggi) e dalla Lega (otto deputati), entrambe delegazioni di Id, mentre non è ancora chiaro se ci sono reali contatti con gli slovacchi di Smer, il partito del premier Robert Fico (cinque parlamentari che siedono nei non-iscritti dopo l’espulsione dai Socialisti nel 2023), e il Pvv olandese di Geert Wilders (sei eletti in Id).

Questo nuovo supergruppo dell’estrema destra sovranista rappresenterebbe dunque, di fatto, un rebranding di Id, che si svuoterebbe per travasarsi interamente nei Patrioti ricevendo qualche nuovo innesto. Tutto è ancora in sospeso, tuttavia, nell’attesa del secondo turno delle legislative francesi in calendario per il 7 luglio. Marine Le Pen, il cui delfino Jordan Bardella potrebbe diventare il prossimo premier ministre, dovrà scegliere dove collocare il suo Rassemblement national dopo che, in un inedito storico, accederà al potere a Parigi. La delegazione del Rn (trenta deputati) è la più grossa non solo del gruppo Id ma dell’intera Eurocamera: potrebbe confluire nei Patrioti, portandoli a diventare la terza forza politica dell’Aula, ma qualcuno specula che possa addirittura entrare nell’Ecr di Meloni, per mostrarsi forza di governo responsabile.

Torniamo così al dilemma che attanaglia la premier italiana. Da una parte, l’incudine su cui la schiaccia la responsabilità di governare un grande Paese che vuole continuare a contare in Europa. Tradotto, si tratta della necessità di non entrare in aperto conflitto con la maggioranza europeista, l’unica in grado di garantire a Roma un commissario di peso. Meloni non può permettersi di smarrire le chiavi di accesso alla coalizione centrista che governa Bruxelles, detenute da Tajani.

La premier è stata recentemente incensata dal presidente della Cdu-Csu, Friedrich Merz, ma sul gruppo conservatore a Strasburgo è incisivo il commento di Manfred Weber: «Ecr ha due facce: una è quella costruttiva, della quale fa parte, per esempio, anche il premier ceco Petr Fiala, e poi c’è quella del PiS. E questa probabilmente è ancora una sfida per Fratelli d’Italia», ha dichiarato il leader-padrone del Ppe alla Stampa. Aver tenuto dentro i polacchi, dunque, potrebbe essere stata una vittoria di Pirro per Meloni. Ora, la stessa “responsabilità” che Weber pretende dai Verdi per cooptarli nella stanza dei bottoni verrà dunque richiesta anche al capo del governo italiano.

Dall’altra parte, sulla presidente del Consiglio incombe il martello delle sirene sovraniste, tra le quali insiste il Carroccio dell’alleato-avversario Matteo Salvini. Secondo il leghista Marco Zanni, capogruppo di Id nella nona legislatura, quello dei Patrioti «è il progetto più interessante per l’alternativa in Europa», e «il suo catalizzatore è l’insoddisfazione per un sistema che non funziona». Lo stesso vicepremier e titolare del Mit ha ribadito che «da anni la Lega lavora per coinvolgere il maggior numero di partiti che mirano a costruire un’Ue diversa, senza le sinistre che negli ultimi anni hanno distrutto l’Europa e indisponibili a sostenere Ursula von der Leyen». Più di così.

Il guaio, per Meloni e per i suoi Conservatori, è che il raggruppamento dei Patrioti potrebbe essere ben più influente in seno al Consiglio e al Consiglio europeo di quanto non possa esserlo al Parlamento di Strasburgo. In Cechia si vota a settembre, e se tornasse al potere Babiš l’Ecr rimarrebbe rappresentato a livello di Stati membri dalla sola premier italiana. Viceversa, ai leader ceco e ungherese potrebbero aggiungersi anche lo slovacco Fico, l’olandese Wilders e l’austriaco Kickl (anche a Vienna si vota a settembre e l’Fpö è in testa ai sondaggi). Per non parlare di Bardella. Il tutto nel semestre di presidenza dell’Ue a guida Orbán. Lungi dall’essere finita con le elezioni Europee, dunque, la lista delle preoccupazioni per la premier italiana non fa che allungarsi.

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