Nuove ossessioni Il nucleare italiano e il ponte sullo Stretto sono due armi di distrazione di massa

Se l’Italia fosse una nazione priva di drammatici problemi burocratici sulle rinnovabili e con un Sud ricco di infrastrutture efficienti e interconnesse, i due progetti nominati potrebbero anche apparire allineati al presente. La realtà, però, è ben diversa

Matteo Salvini e Gilberto Pichetto Fratin (LaPresse)

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Cosa hanno in comune il rilancio del nucleare italiano e il ponte sullo Stretto di Messina? Sono due tra le principali armi di distrazione di massa del governo Meloni. Ipotizziamo: se l’Italia fosse una nazione priva di drammatici problemi burocratici sulle rinnovabili e con un Sud ricco di infrastrutture efficienti, moderne e interconnesse, i due progetti nominati qui sopra potrebbero anche apparire allineati al presente. La realtà del nostro Paese, però, è ben diversa. Non si tratta di benaltrismo, ma di logicità e ordine da investire negli sforzi per affrontare due questioni sfaccettate, complesse e dettate da road map condivise dalla scienza: la transizione energetica e la sostenibilità dei trasporti. 

Partiamo dal nucleare. Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente, è ossessionato dall’energia dell’atomo. Che si tratti di fissione o fusione, il titolare del Mase ha sempre qualche parola da spendere, qualche conferenza a cui partecipare, qualche «piattaforma nazionale» da implementare e qualche data da ipotizzare (l’ultima è il 2045 per «l’ipotesi» sulla fusione). È molto più facile trovare dichiarazioni di Pichetto Fratin sul nucleare piuttosto che sulla situazione del fotovoltaico in Italia.  

Questa spasmodica attenzione mediatica sta trovando sempre più concretezza a livello normativo, indipendentemente dalla reale fattibilità dei progetti. Pochi giorni fa, per il rotto della cuffia, il governo ha inviato alla Commissione europea il testo definitivo del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), uno strumento con cui gli Stati membri dell’Unione europea identificano le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici dei prossimi anni. In modo estremamente generico, omettendo ogni “come”, il documento ha azzardato l’obiettivo di otto gigawatt entro il 2050 per quanto riguarda l’energia nucleare, che andrebbe a soddisfare l’undici per cento della richiesta di elettricità complessiva in Italia. 

Investire tempo e denaro sul nucleare può avere senso in quei Paesi in cui le centrali esistono già (ma vanno migliorate), funzionano e non sono state smantellate. Secondo Eurostat, nel 2023 questa fonte di energia ha soddisfatto il 22,8 per cento (+1,2 per cento rispetto al 2022) della produzione elettrica nell’Unione europea. In Italia, però, siamo al punto zero. Il nostro è l’unico Stato del G7 a non utilizzare il nucleare, che abbiamo sfruttato dal 1967 al 1990 e poi dismesso anche per volere dei cittadini. Le vecchie centrali sono reperti storici in stato d’abbandono e non possono essere recuperate per rendere più veloce la costruzione di nuovi impianti. «Anche se domani mattina, per qualche motivo imperscrutabile, tutti dovessero essere d’accordo sulla realizzazione di nuove centrali, per riuscire a connettere il primo impianto alla rete elettrica ci vorrebbero dieci o quindici anni», raccontava Flavio Parozzi, uno dei massimi esperti a livello internazionale sull’argomento.

Fonte: Eurostat

Le speranze del governo Meloni si aggrappano ai reattori di piccole dimensioni – i cosiddetti Small modular reactors (Smr) –, ma la loro tecnologia è in fase sperimentale e non esiste alcun genere di applicazione industriale. Secondo l’Institute for energy economics and financial analysis (Ieefa), questi reattori sono ancora «troppo costosi, troppo lenti da costruire e troppo rischiosi» da inserire negli scenari energetici futuri (dieci-quindici anni): «Gli investimenti negli Smr sottrarranno risorse alle tecnologie rinnovabili a basso costo», scrivono gli esperti dell’Ieefa nel report dal titolo “Small Modular Reactors: still too expensive, too slow and too risky”

Ma torniamo alla realtà. Una realtà in cui, in Italia, l’energia rinnovabile resta un affare di famiglia. I buoni numeri del 2023 sul fotovoltaico arrivano specialmente da impianti dalla potenza inferiore ai dodici kilowatt, quindi di piccole dimensioni. Per rispettare gli obiettivi di decarbonizzazione, però, abbiamo bisogno di parchi eolici (onshore e offshore) e solari di grandi dimensioni, attualmente frenati da: tortuosità dei procedimenti autorizzativi, problemi nella gestione delle pratiche, mancanza di forza lavoro, resistenze delle comunità locali che influenzano le azioni politiche.

Per rispettare l’obiettivo di riduzione delle emissioni del 43,7 per cento al 2030 (rispetto al 2005), secondo Legambiente, il nostro Paese dovrebbe installare dodici gigawatt annui di nuova capacità “pulita”. E nel 2030 l’Italia non avrà mai il nucleare. Ma il governo continua a insistere senza sosta sull’atomo, nel tentativo di distogliere l’attenzione dei cittadini dai problemi concreti e risolvibili grazie ad azioni politiche di breve-medio periodo (senza mai parlare, oltretutto, di fonti green emergenti ma promettenti come l’energia marina).

Nonostante la diversità dei temi (e dei tempi), il discorso del nucleare italiano è simile a quello del ponte sullo Stretto, l’opera-bandiera di Matteo Salvini al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit). Come emerge da questa dettagliata analisi di Pagella Politica, al momento è impossibile sapere a quanto ammontano gli investimenti dell’esecutivo nelle infrastrutture calabresi e siciliane, anche perché i numeri annunciati da Salvini sono diversi da quelli comunicati dal suo dicastero. Intanto, si legge dall’ultimo report Pendolaria, l’età media dei treni al Sud è molto più alta rispetto a quelli al Nord (18,1 anni contro 14,6 anni), con punte di 22,6 anni in Molise e 21,4 anni in Calabria. In più, siamo l’ultimo Paese Ocse per soddisfazione degli utenti nei confronti delle infrastrutture. 

LaPresse

Per descrivere i problemi delle strade, delle autostrade, delle ferrovie e dei trasporti pubblici calabresi e siciliani bisognerebbe aprire un’altra newsletter. Il divario territoriale tra Nord e Sud è una voragine anche a livello infrastrutturale, e tutta questa attenzione verso un progetto irrealizzabile (ma l’obiettivo ufficiale è aprire il ponte al traffico entro il 2032), dall’enorme impatto ambientale e lacunoso (le grandi navi non riuscirebbero a passare) suona anche come mancanza di rispetto verso una cittadinanza spesso dimenticata. 

«Molti dicono che è impossibile fare il ponte sullo Stretto. Ma “impossibile” è la parola che usano quelli che non hanno voglia di lavorare», diceva Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, circa quattro mesi fa. Di recente, però, è uscita la notizia del rosso da 82,5 milioni nel 2023 di Stretto di Messina S.p.A. E il governo, il 24 giugno, ha autorizzato il Mit ad approvare il progetto esecutivo del ponte anche per «fasi costruttive» invece che «entro il 31 luglio 2024», come da programma. Qualcosa inizia a scricchiolare. 

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