Fuori dalla logica belluina e ignorante degli spregiatori e da quella pubblicitaria e ruffiana degli entusiasti dei giochi trans-olimpici di Parigi, la vicenda della pugile algerina Imane Khelif, che ieri ha battuto l’italiana Angela Carini nella categoria dei pesi welter, illumina di una luce particolare la questione della cosiddetta identità di genere in un ambito, quello delle competizioni sportive, in cui la certificazione del sesso alla nascita è stato per anni un prerequisito inderogabile di selezione.
Solo recentemente alcune federazioni sportive internazionali hanno aperto alla possibilità di consentire a transgender nate maschi di partecipare a competizioni femminili: il caso contrario di fatto non rileva, perché per le nate femmine che dopo la transizione partecipino a competizioni maschili vi sarebbe uno svantaggio, non un vantaggio competitivo.
Il criterio di ammissione in deroga per le atlete trans è legato in genere all’età in cui sono iniziate le terapie ormonali, in considerazione del fatto che se sono stare particolarmente precoci lo sviluppo del corpo maschile è stato rapidamente interrotto e quindi il principio di inclusione non contrasta apertamente con quello di uguaglianza.
Una parte della stampa e della politica italiana – si può bene immaginare con quale intenzione – ha qualificato Imane Khelif come una “pugile trans”, cosa che l’atleta algerina non è, come non era “trans” la di lei più famosa mezzofondista sudafricana, due volte campionessa olimpica Caster Semenya, caratterizzata come Khelif da livelli di testosterone alti e nettamente superiori a quelli mediamente registrati nella popolazione femminile.
Khelif e Semenya sono atlete del tutto “naturali”. Non sono nate maschi e diventate in seguito femmine, ma per disordini non frequenti, anche se naturalissimi della differenziazione sessuale nello sviluppo embrionale sono genotipicamente maschi e fenotipicamente femmine, cioè con organi genitali esterni femminili. I loro casi rappresentano una clamorosa smentita della rigidità delle categorie normalmente utilizzate nelle polemiche sull’identità di genere.
Se il fronte, diciamo così, conservatore sostiene che l’identità sessuale è e deve rimanere quella di nascita, Imane Khelif è indubitabilmente femmina. Se il fronte, per così dire, progressista, sostiene che l’identità sessuale è quella che un individuo percepisce come propria e di cui intende appropriarsi, al di là delle procedure di riassegnazione anagrafica di una identità diversa da quella di nascita, in questo caso bisogna prendere atto che Imane Khelif non chiede affatto di partecipare a competizioni femminili perché si sente o vuole essere femmina, ma perché femminile è il suo sesso di nascita.
Ci troviamo nella situazione paradossale in cui chi rivendica il diritto di Imane Khelif a partecipare a competizioni femminili (perché è nata femmina) lo fa in base allo stesso argomento utilizzato da chi vuole escludere le atlete transgender dalle competizioni femminili (perché non sono nate femmine). Il che dimostra che una declinazione tutta naturalistica (il possesso o meno di determinati caratteri sessuali) o tutta psico-sociale (l’auto-riconoscimento di determinati caratteri personali) dell’identità sessuale espone in campo sportivo – e non solo – a evidenti paradossi.
Ieri Angela Carini si è ritirata poco dopo l’inizio del primo round, dichiarando di essersi subito resa conto, ai primi colpi ricevuti, della natura impari dell’incontro. E l’intera maggioranza di governo, con in testa la presidente Giorgia Meloni e la ministra Eugenia Roccella, è accorsa in suo sostegno dichiarandola – ha detto la titolare delle Pari Opportunità – «vittima di un’ideologia che colpisce lei e con lei tutte le donne». Peccato che Imane Khelif può gareggiare in campo femminile proprio in base al criterio che l’intendenza anti-gender della destra italiana ritiene inderogabile, cioè quello di fare coincidere l’identità sessuale con il possesso alla nascita dell’organo genitale esterno femminile e non maschile (la vulva e non il pene e i testicoli).
In termini generali, non è affatto arbitrario imporre limitazioni ad atlete femmine con caratteristiche maschili dimostrate da alti livelli di testosterone, perché il compito delle regole sportive è appunto quello di garantire pari condizioni di partenza effettive nelle gare ed è evidente che, a prescindere da altre condizioni (talento, allenamento, intelligenza), un corredo genetico e ormonale più maschile costituisce una condizione di favore. Questo argomento è tanto più significativo se si può porre, come nella boxe, anche un problema di sicurezza e incolumità per le avversarie.
Cosa dimostra, dunque, questa vicenda? Che la polarizzazione ideologica sulle questioni di genere determina sempre cortocircuiti logici e politici insostenibili e che l’essenza complessamente corporale dell’identità sessuale dovrebbe far guardare con sospetto tutte le derive ideologicamente naturalistiche o culturalistiche del dibattito pubblico su questi temi.
D’altra parte, più in generale, se è naturale il sesso con cui si nasce, è altrettanto naturale, molto più che culturale, nelle persone transgender la necessità di riallineare il proprio corpo e aspetto con la propria identità sessuale.
L’idea che si voglia cambiare sesso per un ghiribizzo o per una viziosa ribellione alle leggi della natura è una delle cose più cretine e violente di una polemica politica alienata, a cui corrisponde, come complemento contro-reazionario, quella sorta di circo dell’indottrinamento auto-affermativo, che ormai istiga e autorizza giovanissimi ancora nelle prime fasi dello sviluppo sessuale a diagnosticarsi in interiore homine, col lasciapassare burocratico di specialisti corrivi, sindromi identitarie da curare con generose somministrazioni di bloccanti della pubertà. Dalla affermazione di genere alla programmazione di genere e al riduzionismo identitario di qualunque disagio psichico adolescenziale. Nel bipopulismo gender hanno tutti torto.