«Un Vladimir Putin furibondo per la sfacciataggine di quegli ucraini che invece di arrendersi contrattaccano addirittura, ha tirato fuori dal cilindro un’arma segreta per ricacciarli subito via dal territorio della Santa Russia». È più o meno il messaggio che è passato sula stampa italiana e ancora di più dalle tv all’inizio della puntata su Kursk. Una bufala in realtà, ma come le bufale più efficaci si basa su un fondamento di verità. Sì: è vero che i russi dispongono di armi termobariche. Sì: è vero che le hanno usate contro l’inopinata offensiva. Il punto, però, è che, 1) ce le hanno almeno dal 1988, 2) le stanno usando dall’inizio della guerra, e 3) non hanno fermato niente, tant’è vero che dopo una settimana gli ucraini continuano ad avanzare, i civili russi evacuati sono già centoventimila, le località russe occupate ventotto, e lo stesso Putin ammette ormai che la priorità è diventata quella di «espellere il nemico» dal suo territorio. Dunque, nessuna «arma miracolosa», nessuna «arma terrificante e innovativa», nessuna «arma di rappresaglia», come rimbalzato sulla stampa italiana.
Simpatie putiniste a parte, probabilmente il problema informativo è stato che l’Ucraina all’inizio ha mantenuto il silenzio più stretto sull’operazione, appunto per mantenere la sorpresa. Così le informazioni sono arrivate innanzitutto da allarmati blogger di guerra russi; generalmente ultra-nazionalisti e anti-ucraini in maniera arrabbiata, ma critici verso il modo in cui la guerra viene gestita da generali e politici che considerano incapaci. Poiché la gente aveva iniziato a scappare è stato allora il governo russo a dare informazioni, ma in modo da rassicurare l’opinione pubblica. Così hanno detto delle armi termobariche che avrebbero fermato i «naziucraini» sull’equivalente di quello che Mussolini avrebbe definito il «bagnasciuga». E un po’ di media le hanno rilanciate, con un minimo di informazioni aggiuntive. «La Russia lancia una bomba termobarica contro i mercenari dell’Ucraina a Kursk. Si tratta di un tipo di bomba che dà origine a un’enorme palla di fuoco e risucchia tutto l’ossigeno circostante. Intanto proseguono i flussi di gas dalla Russia all’Europa», ad esempio. Indicativo dell’origine delle informazioni appunto il termine «mercenari», oltre alla rassicurazione su gasdotto.
Oppure: «Russia, missile termobarico sui mercenari di Kiev. La Russia ha risposto all’offensiva ucraina nella regione di Kursk, colpendo con un missile termobarico i mercenari stranieri alla periferia meridionale della città di Sudza. Secondo il ministero, nell’attacco effettuato dall’esercito russo sono morti “quindici mercenari stranieri”». Se non altro, qua la fonte delle informazioni è chiaramente indicata.
O, ancora: «L’offensiva. Per fermare l’avanzata ucraina a Kursk, Putin sgancia la bomba termobarica. Chiamata la mini-atomica, è l’arma convenzionale più potente. Mosca l’ha impiegata altre volte dall’inizio della guerra, in situazioni critiche. Ma l’esercito cerca di tranquillizzare». Qua si ammette che non è una novità, ma si insiste che si tratta di una sorta di asso nella manica.
E, ancora: «Mosca usa la “superbomba” termobarica per fermare l’avanzata ucraina. Stato d’emergenza in tre regioni». Il secondo periodo è un po’ una riposta alla domanda se hanno funzionato le misure annunciate nel primo.
Per concludere il campionario: «la sentenza di morte da 500 chili fatta di fiamme, pressione e devastazione: Mosca reagisce all’operazione ucraina senza precedenti nella regione di Kursk e annuncia di aver sganciato sui soldati nemici una temibile bomba termobarica Odab-500 e rivendicando di aver ucciso personale, attrezzature e 15 mercenari stranieri al soldo di Kiev. Un monito della forza militare a disposizione di Vladimir Putin, mentre per il quinto giorno sono proseguiti i combattimenti nell’oblast russo di confine, con Mosca che è corsa ai ripari colpendo dal cielo e a terra ed evacuando i civili, finora oltre 76.000 persone». Anche qui, i settantaseimila poveracci in fuga sono un commento implicito all’efficacia del supposto «monito».
In realtà, e basterebbe solo consultare la banalissima Wikipedia per saperlo, l’arma di riferimento sarebbe il TOS-1 «Buratino»: un lanciarazzi pesante multiplo progettato specificamente per il bombardamento di artiglieria in campo aperto e la distruzione di fortificazioni e mezzi blindati fin dagli anni Settanta, ed entrato in linea nel 1988. Trentasei anni fa. Presenta un impianto di trenta tubi lanciarazzi, ridotti a ventiquattro nella versione A, montati su una piattaforma girevole e che lancia razzi non guidati, con testata termobarica o incendiaria e motore a propellente solido. Il sistema permette di lanciare tutti i razzi caricati in un tempo che va dai sei ai dodici secondi. La gittata, peraltro assai inferiore rispetto all’omologo Mlrs occidentale, e va dai cinquecento metri ai 3-6 chilometri, sebbene alcune fonti sostengano che i razzi possano arrivare anche a dodici chilometri.
Ma si diceva appunto del 1988. Il battesimo del fuoco del Buratino avvenne appunto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, nella vallata del Panjshir. Successivamente venne impiegato anche nella Battaglia di Groznyj, nel 1996, all’interno della prima guerra cecena.
Un suo utilizzo estensivo avvenne durante la seconda guerra cecena: fu l’allora comandante delle forze russe nel teatro ceceno, il colonnello generale Gennady Troshev, a dire che «l’alta precisione e l’alta efficienza di questo sistema hanno permesso di ottenere risultati là dove altre armi da fuoco erano impotenti».
Osservatori dell’Ocse lo individuarono nel Donbas già nel 2015, in un campo d’addestramento delle forze ribelli filorusse, che poi in realtà erano in gran parte forze russe infiltrate. È stato poi impiegato anche nella guerra civile siriana e nella guerra in Iraq contro l’Isis: sia da parte delle forze russe ivi presenti; sia da parte dell’esercito siriano, che in quanto alleato avrebbe ricevuto almeno un Buratino. La Russia ha poi mobilitato vari TOS-1A durante l’invasione in Ucraina del 2022. Per la Tass, anzi, l’esercito della Federazione Russa avrebbe dato il battesimo del fuoco all’ultima versione TOS-2 durante la campagna d’invasione russa dell’Ucraina del 2022.
Sarebbero non più di una ventina i TOS-1 ancora in azione per l’esercito russo. Ma sono impiegati regolarmente su suolo ucraino: contro obiettivi militari e soprattutto civili. Alcuni di essi sono stati distrutti o catturati dagli ucraini e riutilizzati contro i loro stessi precedenti proprietari. Alcune testate termobariche, poi, sono state impiegate montandole a bordo delle vecchie bombe d’aereo a caduta libera FAB500. È stato fatto adesso, ma era stato fatto anche a Bakhmut, ed è stato il sistema d’arma principale usato per la distruzione della città di Mariupol. In particolare, per l’attacco al complesso Azovstal.