La nuova EuropaIl maggior peso dei Paesi dell’Est nell’Ue nella nuova Commissione europea

Con l’invasione dell’Ucraina, la Polonia e gli Stati del Baltico hanno assunto una maggiore rilevanza strategica e politica a Bruxelles. Contemporaneamente, i grandi Stati fondatori, come Germania, Francia e Italia, sono meno stabili e vivono una crisi di leadership

AP/Lapresse

Le discussioni sulla composizione della prossima Commissione Europea stanno mostrando in maniera evidente le alterazioni prodotte negli ultimi anni nei pesi specifici dei singoli Stati membri. Con l’invasione dell’Ucraina, i Paesi dell’Est e del Baltico hanno assunto una maggiore rilevanza strategica e, quindi, politica, dopo anni in cui spesso sono stati visti come interessati esclusivamente alla capacità europea di mobilitazione in materia di bilancio, senza però avere la reale intenzione di progredire sul percorso d’integrazione (si pensi alla Polonia).

Questo cambiamento non deriva solo dalla crescente rilevanza di questi Paesi in ottica geopolitica, ma anche dalle recenti debolezze dei tradizionali protagonisti europei: i più grandi tra i Paesi fondatori, che storicamente hanno guidato le decisioni strategiche dell’Unione europea, oggi si trovano in difficoltà. La Francia è alle prese con l’ascesa dell’estrema destra e l’impasse di formare un governo repubblicano in un parlamento dove non esistono chiare maggioranze; in Germania il governo è da tempo preda di litigi interni, con le elezioni in arrivo il prossimo anno e la destra di Alternative für Deutschland in crescita nei sondaggi; in Italia, il governo ha da mesi una linea di sostanziale scontro con la Commissione, con quello che ne segue in termini di capacità d’influenza.

Per giunta, il fatto che il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz siano percepiti come leader deboli sta creando un vuoto di leadership che altri stanno sfruttando. Polonia, Paesi baltici e altre nazioni del fianco orientale dell’Unione europea stanno utilizzando le debolezze altrui e la delicata fase della scelta dei commissari per la prossima legislatura europea per rafforzare la loro posizione.

Quest’operazione sta trovando il suo padrino politico nel primo ministro polacco Donald Tusk: diventato capo del governo dopo una vittoria contro i sovranisti di Diritto e Giustizia, fondamentali nel consolidare l’immagine negativa del Paese a livello europeo, Tusk è europeista e liberale, ma appartenente al blocco orientale dell’Europa; credenziali ottimali per rappresentare un cambio di passo per quegli Stati membri che vogliono smetterla di essere percepiti come partner minori. Non è un caso che il nome proposto dalla Polonia come commissario europeo sia quello di Piotr Serafin, diplomatico di lungo corso che Tusk vorrebbe Commissario al Bilancio, una posizione centrale per contare maggiormente a Bruxelles e incidere sulle sue politiche.

Anche il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski si muove nel solco di Tusk, cercando di stringere il rapporto tra l’Unione europea e gli Stati Uniti e di promuovere una maggiore attenzione alla difesa comune europea. In questo contesto Tusk sta emergendo come una figura chiave, sostenuto anche da alleati come Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, figura centrale ai vertici europei perché la sua recente nomina è stata vista come una conferma della visione estera del fianco orientale.

Il blocco guidato da Tusk, infatti, non si basa solo sulla volontà di un maggior potere per Paesi come la Polonia, le repubbliche baltiche, la Repubblica Ceca e la Romania, ma ha soprattutto degli obiettivi comuni in politica estera: contrastare la minaccia russa, rafforzare la difesa europea e mantenere solidi legami transatlantici con gli Stati Uniti (cosa che, nelle parole, di Sikorski, deve avvenire «indipendentemente da chi sarà il prossimo presidente»).

È facile notare come questo programma minimo, che inevitabilmente relega altri temi europei in posizione secondaria, abbia potuto ricevere legittimità alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina, un evento che, in maniera convergente, ha spinto questi Stati membri a giocare un ruolo più attivo e al contempo ha accresciuto la loro rilevanza agli occhi degli altri Paesi, anche di quelli critici verso l’atteggiamento finora tenuto da questi in sede europea.

Ovviamente, ogni reale spostamento di potere in Europa non sarà totale né immediato: il peso strutturale di Francia e Germania rimane (e rimarrà) rilevante al di là delle attuali debolezze dei loro governi, e i maggiori Paesi europei avranno sempre, dalla loro, un maggiore peso economico e una più ampia rappresentanza in termini di seggi al Parlamento Europeo. Sul piano dell’iniziativa politica, però, la coesione e la determinazione dei paesi dell’Est potrebbero aprire una fase di messa in discussione degli equilibri di potere all’interno dell’Unione europea. Quanto questa sarà concreta e definitiva, però, lo diranno i prossimi mesi e anni.

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