Yes, she canKamala, e il partito degli Obama (per una volta più di Michelle che di Barack)

Il pezzo forte della seconda giornata della convention di Chicago è stata la staffetta tra l’ex first lady, con il discorso più politico da quando è sulla scena pubblica, e l’ex presidente, meno epico del solito e poco generoso nei confronti di Biden e, in fondo, anche di Harris

AP/Lapresse

Questo è il partito di Barack Obama, come non lo è mai stato di Joe Biden, come lo era di Bill Clinton ai suoi tempi, come non lo è mai stato di Hillary. E nella seconda giornata della convention di Chicago, a casa loro, gli Obama marito e moglie hanno rapito l’attenzione dei delegati con due discorsi intellettualmente coinvolgenti, ma anche poco generosi nei confronti di Biden e Harris.

Ha cominciato Michelle, senza dubbio con il discorso più prettamente politico da quando, suo malgrado, è apparsa sulla scena pubblica come la moglie di Barack: «Senti qualcosa nell’aria, America? La speranza sta tornando», ha detto l’ex First Lady ricordando che Kamala ha «una spina dorsale d’acciaio» e invitando gli elettori a «darsi una mossa», perché «siamo noi l’antidoto alle tenebre e alla divisione» rappresentati da Trump.

Barack, introdotto da Michelle, ha cominciato con una voce strozzata (dalle sigarette? Dall’emozione? Dalla ruggine? Vai a sapere) e ha continuato con un tono meno epico del solito. Naturalmente ha ringraziato Biden, dicendosi orgoglioso di averlo scelto come vice, e ancora di più di averlo come amico.

Poi è passato a Trump, «abbiamo già visto questo film, e sappiamo anche che i sequel sono sempre peggiori» dell’originale; «tutto il mondo ci guarda e aspetta di capire se riusciremo a superare anche questa», fino a raccontare, senza particolare enfasi, la traiettoria politica di Kamala Harris che considera molto simile alla sua. Ma in generale i due Obama hanno parlato più della mamma di Michelle, e suocera di Barack, scomparsa recentemente, che della nuova possibile presidente degli Stati Uniti.

Rispetto a Trump, ha detto Obama, «noi abbiamo un’idea di libertà più ampia: la libertà di scegliere chi pregare, di costruire la famiglia che vogliamo, di decidere quanti figli avere e con chi sposarci. Crediamo che libertà è anche quella di riconoscere che altre persone hanno la libertà di fare scelte diverse dalle nostre». Un messaggio alto, obamiano si diceva una volta, rivolto a un’unità nazionale che in questo momento in America non c’è, poi contraddetto dall’avvertimento pubblico sul pericolo che Trump rappresenta per l’America e per il mondo.

Obama non ha fatto nessun cenno alla politica estera e di sicurezza, del resto nei primi due giorni di Chicago non se n’è quasi mai parlato, però è sembrato contraddittorio il suo ragionamento su una «America che non deve fare il poliziotto del mondo» ma «deve essere una forza del bene che scoraggia i conflitti, combatte le malattie, promuove i diritti umani, protegge il pianeta dai cambiamenti climatici e difende la libertà. Questo è quello in cui crede Kamala Harris – ha detto Obama – e con lei anche la maggior parte degli americani».

«Yes, she can», ha gridato qualcuno del pubblico, suggerendo a Obama la battuta più impattante e riconoscibile del suo articolato discorso. «Yes, she can», ha ripetuto lui.

Più interessante la riflessione meno politica e più sociologica di Obama sul fatto che viviamo «in tempi di confusione di rancore che premiano cose che non durano: soldi, fama, like sui social. Inseguiamo sul telefono l’approvazione di sconosciuti, costruiamo intorno a noi ogni tipo di muro e di barriera e poi ci meravigliamo perché ci sentiamo soli. Non ci fidiamo l’uno dell’altro perché in realtà non ci conosciamo, e in questo spazio che si crea tra di noi, i politici e gli algoritmi ci invogliano a caricaturizzarci a vicenda, a provocarci e ad avere paura l’uno dell’altro».

Kamala Harris proverà a costruire il partito democratico a sua immagine e somiglianza, ma prima deve vincere le elezioni. Intanto si affida ai colonnelli delle campagne obamiane, tutti ancora in contatto con l’ex presidente che da dietro le quinte nei mesi scorsi ha orchestrato la defenestrazione di Biden dalla testa del ticket presidenziale del 5 novembre, raggelando per sempre i rapporti tra i due, già raffreddatisi nel 2016 quando Obama scelse Hillary e non il suo vice Biden per la sua successione. È finita come è finita, con la vittoria di Trump: Biden si è preso la rivincita nel 2020 e probabilmente non si aspettava una seconda pugnalata da parte di Obama.

Il senatore Bernie Sanders, vecchio leone socialista visibilmente invecchiato e con accento di Brooklyn sempre più marcato, dal palco ha stilato una lunga lista di tradizionali promesse vagamente anticapitaliste, accolte con tiepido rispetto dalla convention, come quando si ascoltano le solite storie noiose degli zii anziani alle cene di Natale. Un impatto, quello di Sanders, lontano anni luce dall’entusiasmo che generava otto anni fa quando era l’alternativa cool a Hillary, e di conseguenza una delle tante ragioni per cui Hillary, che lui stesso aveva contribuito a demolire durante le primarie, ha perso contro Trump.

Più efficace è sembrato JB Pritzker, il governatore miliardario dell’Illinois, intervenuto subito dopo Sanders e subito prima dell’ex storico amministratore delegato di American Express, Ken Chenault, in una sequenza di scaletta costruita per rassicurare il mondo del business: tranquilli, il vecchio zio socialista è un simpatico mattacchione, ma noi restiamo sempre e comunque il partito della finanza e delle imprese. Pritzker è andato dritto a colpire l’impostura Trump: «Lasciatevelo dire da un vero miliardario, Trump è ricco soltanto di una cosa: di stupidità». E, ancora, sulla battaglia culturale dei nostri tempi su identità, diversità, giustizia e inclusione, ha aggiunto: «Che sia chiaro: non è l’ideologia woke a rallentare la crescita economica del paese, come dicono loro: semmai è colpa della loro follia. Questi non sono soltanto weird, strambi, sono pericolosi».

Ad Angela Alsobrooks, candidata al Senato in Maryland, Kamala ha assegnato il ruolo di Keynote Speaker della convention, quello che generalmente fissa il tono della convention, lo stesso che Obama nel 2012 aveva affidato proprio a Kamala alla convention di Charlotte in Carolina del Nord e che nel 2004, a Boston, lanciò la stella di Obama. Il discorso di Obama se lo ricordano ancora tutto nonostante siano passati vent’anni, quello di Kamala fu piatto e noioso, ma Kamala oggi è a un passo dal diventare presidente degli Stati Uniti. Quindi meglio buttare un occhio su Alsobrooks: «Kamala Harris – ha detto la candidata senatrice – sa come rendere inoffensivi i criminali e a novembre, con il vostro aiuto, ne toglierà dalla circolazione uno in particolare, tenendolo alla larga dallo Studio Ovale. Kamala ci ricorda che non dobbiamo temere niente, né il futuro tantomeno quell’uomo».

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