Le città tappate I tombini non ci salveranno dal cambiamento climatico

La pulizia delle caditoie, per quanto importante, è una micro soluzione cavalcata per nascondere l’inadeguatezza dei nostri centri urbani, soffocati dal cemento e incapaci di reagire agli eventi meteorologici estremi. La parola d’ordine è: depavimentazione

LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Tra il 2020 e il 2021, il consumo di suolo nell’area urbana di Milano è cresciuto di 18,68 ettari (“solo” +2,32 ettari nel 2019-2020). Ancora peggio tra il 2021 e il 2022: +26,01 ettari. La situazione a Roma non è migliore, anzi: +95,05 ettari nel 2020-2021, +123,95 ettari nel 2021-2022. «Sono dati Ispra e nessun assessore ha mai alzato il braccio per dire che sono falsi», ha spiegato Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, in un’intervista a Repubblica-Milano. 

Consumare suolo significa asfaltare, cementificare, impermeabilizzare e tappare le superfici naturali che, al tempo stesso, assorbono l’acqua in eccesso quando piove e rendono le nostre città più fresche durante l’estate. I dati dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, dimostrano che edifichiamo e costruiamo come se il cambiamento climatico non esistesse, sprecando il duplice beneficio del verde in ambito urbano. 

Nei giorni scorsi, diverse zone d’Italia – soprattutto al nord – sono state colpite da quello che i giornali tradizionali si ostinano a chiamare maltempo, ignorando gli appelli degli scienziati. Alla luce dei numeri citati all’inizio, in linea con un fenomeno visibile in ogni angolo del Paese, concentrare il dibattito sulla manutenzione di caditoie e bocche di lupo significa condannare i nostri centri urbani all’annegamento. Problemi e soluzioni “macro”, come il consumo di suolo e la rimozione dell’asfalto grazie ai progetti di depavimentazione, sono sistematicamente ai margini delle discussioni e dei piani urbanistici. Se ne parla solo dopo o durante un’emergenza, come se il tema fosse circoscritto a un singolo acquazzone o a una singola alluvione. 

Spesso è più sicuro rifugiarsi dietro la sporcizia accumulata nei tombini, perché l’impermeabilizzazione del suolo è figlia di questioni molto più sfaccettate e radicate nel tessuto urbano, come la speculazione edilizia, l’intervento del privato nella “cosa pubblica” e l’insostenibilità dei grandi eventi. Ma anche perché i problemi e le soluzioni “micro”, essendo più tangibili nel breve periodo, toccano i nervi scoperti di un’ampia fetta di cittadinanza, quella da cui dipende il consenso politico. Parlare di “città spugna” forse non porta voti in più, ma permette ai centri urbani di reagire a una natura sempre più imprevedibile.

La pulizia delle opere idrauliche in grado di far defluire l’acqua è essenziale, e lo sono anche i grandi serbatoi di stoccaggio come le vasche di laminazione. Tuttavia, queste soluzioni non bastano per limitare le conseguenze del cambiamento climatico di origine antropica. Gli eventi meteorologici estremi sono in costante aumento (+22 per cento nel 2023 rispetto al 2022, secondo Legambiente) e delineano un trend climatico inequivocabile, al di là della relazione diretta tra un singolo fenomeno e la crisi innescata dai gas serra nell’atmosfera.

A Milano ovest, per fare un esempio, il 5 settembre sono caduti cento millimetri di pioggia nel giro di sei ore; a Roma, durante il downburst del 3 settembre, sessanta millimetri in un’ora, la stessa quantità che normalmente si registra in un intero mese autunnale. Sono numeri che ci costringono a fare un passo indietro, mettendo in discussione i modelli urbanistici e produttivi della seconda metà del Novecento. Ecco perché bisogna ragionare in modo sistemico e mettere la natura al centro delle città, prima che sia troppo tardi. 

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di parlare, in diversi contesti, con decine di urbaniste e urbanisti. Tutti sono d’accordo su un aspetto: la depavimentazione, nata come una soluzione della cultura hippie antisistema, deve essere una priorità. Bene gli asfalti drenanti o che fanno percolare l’acqua meteorica; bene la manutenzione delle opere idrauliche e la diffusione strategica delle bocche di lupo; bene la messa in sicurezza dei fiumi e le vasche di laminazione. Contemporaneamente, però, bisogna individuare le aree in cui è possibile eliminare lo strato superficiale di asfalto o cemento, lasciando spazio ad aiuole, terra battuta, erba e natura. Così la città respira e le superfici porose riescono ad assorbire l’acqua piovana in eccesso, limitando i danni di un evento meteorologico estremo. 

Le opere di depaving, non particolarmente costose, fanno parte del pacchetto delle Nature based solution (Nbs), soluzioni urbanistiche che rappresentano l’ultima speranza per rendere vivibili le nostre città: sistemi di drenaggio urbano sostenibile per permettere all’acqua meteorica di defluire e ricaricare la falda (fate un giro a Bovisio Masciago, in Brianza); tetti e pareti verdi sugli edifici; stagni di ritenzione e paludi urbane; rinaturazione dei fiumi; aiuole, parchi pedonali e viali alberati sempre più diffusi e posizionati nei cosiddetti flooding hotspot, dove si accumula l’acqua. A questo proposito: ad aprile è uscito un numero de Linkiesta Magazine, in collaborazione con Climate Forward del New York Times, dedicato alle città verdi; non è più in edicola ma potete acquistarlo, senza spese di spedizione, qui.

All’estero le Nature based solution sono lo scheletro dei progetti di rigenerazione urbana, nonché la bussola dei programmi delle amministrazioni urbane. In Italia esistono esempi interessanti, ma spesso si limitano a sperimentazioni isolate, mini-interventi o iniziative virtuose attuate da piccole e coraggiose realtà. A Milano, per dire, non c’è una mappatura delle zone in cui si può o non può depavimentare. Per questo serve una pianificazione istituzionale ambiziosa e rapida.  

Marco Granelli, assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, ha parlato della necessità di un «piano straordinario di depavimentazioni, anche con le risorse dei sistemi idrici e di fognatura», chiedendo il supporto di Regione Lombardia per creare fondi appositi. Eureka, verrebbe da dire, ma il tema non va cavalcato solo quando i fiumi – soprattutto quelli tombati in alcuni tratti – sono sopra il livello d’allarme. 

Un appunto finale, scontato solo all’apparenza: non serve depavimentare nel quartiere X se continuiamo a cementificare nel quartiere Y. Il futuro delle nostre città si gioca sulla capacità della politica di fare un passo indietro, prendendo spunto da Stati come la Svizzera, dove vige la “regola del semaforo”: «Nelle zone verdi si può densificare, in quelle arancioni si può fare moderatamente, in quelle rosse è vietato. Impariamo la lezione dai Paesi che amano l’economia: l’economia da sola non basta mai», ha spiegato Elena Granata, docente di Urbanistica del Politecnico di Milano, in un’intervista a Open. 

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