«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta, le tenebre ricoprivano l’abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Non mi viene in mente un attacco altrettanto memorabile. «L’intera Gallia è divisa in tre parti»: anche l’incipit di Giulio Cesare è bruciante, ma non così. «Pioveva su tutte le Langhe. Lassù, a San Benedetto, mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra»: Beppe Fenoglio sapeva come iniziare i libri. Pure Cervantes: «In un borgo della Mancha il cui nome non mi viene in mente, non molto tempo fa viveva un cavaliere di quelli con la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ronzino magro e un levriero corridore». E Tolstoj: «Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». Melville fu ancora più secco: «Chiamatemi Ismaele».
Nessun attacco, però, vale quello della Bibbia. Non so se la Bibbia sia stata scritta davvero da Dio. Di sicuro, è scritta da dio. «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona, e separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno».
Nell’estate del 2023 ho passato una giornata molto interessante nei sotterranei del Cern di Ginevra – il luogo più vicino al mistero dove l’uomo sia mai arrivato –, in compagnia della direttrice generale, Fabiola Gianotti. A forza di far scontrare particelle sempre più piccole a velocità sempre più alte, al Cern si è risaliti indietro nel tempo sino a un milionesimo di milionesimo di secondo dopo il big bang, l’esplosione da cui nacque il mondo.
In laboratorio si riproduce la temperatura che l’universo aveva un attimo dopo il big bang – centomila miliardi di volte più calda delle nostre torride estati –, e quindi si ricreano le condizioni dell’universo primordiale. Ma come il mondo sia nato, come l’energia sia diventata materia, questo non si sa. L’attimo la scienza non l’ha colto, e forse non lo coglierà mai. E se non sappiamo il come, figurarsi se sapremo mai il perché.
Nella Bibbia, prima del mondo non c’è il nulla; c’è il caos. Creare significa distinguere, discernere, separare. Per prima cosa, Dio crea la luce e il tempo. E lo fa con la sua voce. Con la parola. La voce di Dio crea la luce, le dà un nome – giorno – e la distingue dalla tenebra, cui dà il nome di notte. Poi Dio continua a parlare.
«Dio disse: “Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. E fu sera e fu mattina: secondo giorno».
Il primo giorno, il Signore ha creato i cieli, vale a dire lo spazio cosmico tutto intorno alla terra: l’universo. Il secondo giorno ha creato il firmamento, cioè il nostro cielo, per separare le acque del mare dalle acque racchiuse nelle nuvole.
«Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra, mentre chiamò la massa delle acque mare. Dio vide che era cosa buona».
Il Signore ordina alla terra di produrre germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto. «E fu sera e fu mattina: terzo giorno».
Dio disse: «Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte e per illuminare la terra». Dio crea così gli astri: il sole per governare il giorno, la luna per governare la notte e le stelle. Per i popoli antichi, il sole e la luna erano divinità; ma per gli ebrei e per i cristiani sono creature di Dio.
San Francesco li chiamerà fratello e sorella. I pittori raffigureranno il sole e la luna ai due lati della croce su cui è inchiodato Gesù. Il Signore ordina: «Siano segni per le feste, per i giorni, per gli anni». Con il tempo e la storia nascono i calendari, sia quello lunare sia quello solare. «Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno».
«Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, e tutti gli uccelli alati, e vide che era cosa buona». La prima creatura nominata nella Bibbia è un mostro marino. Un segno della forza e della potenza della natura primigenia.
Un monito: Dio ha creato ogni cosa, anche i mostri; e di tutto vuole che si parli. I mostri possono essere spaventosi o prodigiosi. Infatti Dio benedice anche loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari»; sulla terra si moltiplicheranno gli uccelli. «E fu sera e fu mattina: quinto giorno».
Oggi noi sappiamo che la vita in effetti viene dall’acqua. Come sia accaduto, è un mistero. Il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, mi ha detto che i pianeti abitabili potrebbero essere miliardi; se poi ospitano esseri intelligenti o soltanto vermi, è per ora impossibile dirlo. Di sicuro tra le prime forme di vita e i mammiferi passarono miliardi di anni, e almeno altri duecento milioni prima che comparisse l’uomo. Dio, invece, bastò un giorno.
Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici». Vide che era cosa buona e disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
Alla fine del suo viaggio nell’aldilà, Dante chiede e ottiene di vedere il volto di Dio; solo che poi non lo ricorda. Tutta quella fatica – scendere in fondo all’Inferno, scalare la montagna del Purgatorio, volare attraverso i cieli del Paradiso – per niente: le parole dell’uomo non possono descrivere Dio.
Però Dante sa di averlo visto; un po’ come quando ci svegliamo da un sogno, non lo ricordiamo, ma sappiamo di aver sognato. Una cosa però Dante la ricorda: nel volto di Dio ha visto «la nostra effige». Perché, come dice la Bibbia, siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. Il nostro volto è il volto di Dio. Così gli uomini potranno riconoscere Dio negli altri uomini; e noi possiamo riconoscere Dio negli occhi delle persone che amiamo.
«Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme, e ogni albero da frutta che produce seme: saranno il vostro cibo».
Uomo e donna sono creati insieme, alla pari, per vivere in amore e armonia tra loro e con gli altri esseri viventi. L’uomo, inteso come essere umano, è il custode del creato. Dio glielo affida, ma l’uomo non ne è il padrone; semmai, il protettore. Non ha una signoria, ma una responsabilità.
Secondo un’antica tradizione ebraica, il nostro mondo è frutto del ventottesimo tentativo di Dio. Gli altri ventisette mondi precedenti non avevano resistito. La sorte del ventottesimo mondo dipende da noi. «Speriamo che tenga» avrebbe sospirato Dio, nel vedere il suo capolavoro.
Donne e uomini devono proteggere la creazione e continuarla: salvando la natura, generando figli. La vita umana vale più di quella animale, ma questo non autorizza l’uomo a mancare di rispetto agli animali; al contrario. L’uomo mangerà piante e frutti: all’inizio è vegetariano, se non addirittura vegano; soltanto dopo il diluvio sarà autorizzato a mangiare carne.
«Dio vide quanto aveva fatto, e vide che era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno». Il settimo giorno, Dio si riposò. E qui sorge una domanda: se la creazione è già compiuta con il sesto giorno, che bisogno c’è di aggiungerne un settimo? Sei è un numero imperfetto.
Sette invece è un numero primo, indivisibile se non per se stesso. Secondo un’altra tradizione ebraica, il settimo giorno fu creata la menuchà, che non significa solo riposo, bensì pace, serenità, gioia silenziosa. Il settimo giorno non è il vuoto; è la contemplazione della pienezza. «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro». Anche Dio, come i bravi artigiani e i migliori operai, ha il gusto del lavoro ben fatto.
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