Tutte le elezioni sono le più importanti di sempre. Ogni giro alle urne è quello con la posta in palio più alta, quello che mette alla prova la democrazia, quello che decide il futuro di un Paese o del mondo. Ovviamente non può essere sempre vero, forse non lo è mai. Solo che le presidenziali degli Stati Uniti giocano un campionato a parte, almeno dal 2016, cioè da quando il candidato del Partito Repubblicano è Donald Trump. Uno che ha iniziato il mandato da presidente con un provvedimento intitolato “Muslim ban” e lo ha chiuso tentando un colpo di Stato per evitare la transizione del potere verso Joe Biden e i democratici. Lo stesso che poi ha provato a far apparire magicamente i voti che gli servivano per ribaltare il risultato in Georgia, lo stesso che ha scatenato la rivolta del 6 gennaio 2021 e l’assalto al Congresso.
Se Trump, i suoi alleati e i suoi sostenitori hanno reso possibile la dissoluzione della democrazia liberale americana, come ha scritto Robert Kagan nel suo “Insurrezione” (pubblicato da Linkiesta Books), i sondaggi che per il 5 novembre lo danno in vantaggio su Kamala Harris devono fare paura. «La posta in gioco qui potrebbe essere la democrazia americana per come la conosciamo», dice a Linkiesta Shikha Dalmia, direttrice dell’Institute for the Study of Modern Authoritarianism.
Dalmia dirige anche The UnPopulist, un osservatorio su Stati Uniti e politica internazionale dal quale esplora vizi e degenerazioni dei peggiori leader del mondo, raccontandoli attraverso la lente del populismo e dell’autoritarismo, in chiave storica o legandosi all’attualità.
Guardando il Trump che si è presentato in campagna elettorale per questo secondo tentativo di rielezione – dopo quello fallito nel 2020 –, Dalmia ha delineato da subito un candidato diverso, ancora più radicale e pericoloso. «Uno che dice di comportarsi da dittatore per un giorno usa una retorica cruda che negli Stati Uniti non si vedeva forse Andrew Jackson, solo che Jackson è stato presidente nella prima metà dell’Ottocento. E già nel suo primo mandato Trump ha dimostrato di essere allergico allo Stato di diritto e alle istituzioni democratiche. Insomma, possiamo dire che il 5 novembre si vota per scegliere tra democrazia liberale e autoritarismo», dice Dalmia.
D’altronde, lo scriveva il direttore Christian Rocca la scorsa settimana, chi dà del fascista a Trump non sono (solo) i suoi rivali politici, ma i suoi ex collaboratori civili e militari, le persone che per esperienza personale possono misurare i rischi che corrono gli Stati Uniti con un presidente antiamericano alla Casa Bianca.
È vero, Wahsington ha pesi e contrappesi che opporrebbero resistenza a ogni tentativo di Trump e dei trumpiani di far saltare il banco in caso di elezioni. Ma in ogni caso ci saranno frizioni e scontri con la società civile. «Se guardiamo alla storia degli autoritarismi, il secondo mandato è quello in cui certi metodi brutali e repressivi fanno un salto di qualità. Di solito si inizia prendendo di mira gruppi di attivisti, organizzazioni non profit, chi difende i diritti umani con l’idea di metterli a tacere e magari rendere la repressione d’esempio per altri oppositori», dice ancora Shikha Dalmia. «Non è sicuro che un secondo mandato di Trump porterebbe alla distruzione della democrazia liberale americana, ma indubbiamente la minaccia e la mina alla base».
Come se non bastasse, è praticamente certo che i negazionisti trumpiani finiranno per rigettare ogni risultato diverso da quello che vogliono loro. Da settimane dicono di essere pronti a dare battaglia, con ogni mezzo possibile, senza esclusione di colpi, per contestare il voto in caso di vittoria di Harris. Proprio ieri Steve Bannon, appena messo piede fuori dalla prigione di Danbury (Connecticut), ha detto che «Trump dovrebbe reclamare la vittoria se dovesse ricevere un numero di voti simile a quello del 2020».
In uno scenario così tetro, tutte le riflessioni sul peso degli Swing States, sul ruolo dell’economia in queste elezioni, sulle storture dei collegi elettorali e del sistema di voto sembrano passare in secondo piano. Perché se in gioco c’è l’anima dell’America, e le conseguenze delle elezioni sono l’autoritarismo (in caso di vittoria trumpiana) e l’insurrezione (in caso di sconfitta), tutto il resto diventa marginale.
Ma secondo Shikha Dalmia la legittimazione democratica del voto ha ancora un valore inaffondabile. «Prima di tutto devi provare a sconfiggere il populismo alle urne», dice Dalmia. «Questo è l’obiettivo per il breve periodo, ma una vittoria di Harris non estinguerebbe la minaccia perché rimarrebbero i problemi strutturali all’interno del sistema politico americano».
Nella battaglia per salvare gli Stati Uniti bisogna infatti tenere presenti tre orizzonti temporali – breve, medio e lungo periodo. I «problemi strutturali» di cui parla Dalmia riguardano il sistema di voto, il disegno dei collegi elettorali, la possibilità di fare ostruzionismo al Congresso e tutti quei dettagli della politica americana che per anni hanno favorito un sano dibattito politico e adesso stanno premiando i candidati più estremisti – da entrambe le parti, ma più tra i repubblicani che tra i democratici – portando alla polarizzazione dell’ultimo decennio. «Intervenire sul funzionamento di una democrazia rappresentativa è un processo più lento di un’elezione, per questo va risolto nel medio periodo con il lavoro del Congresso e di tutte le istituzioni», dice ancora Dalmia.
Sul lungo periodo la prospettiva cambia ancora. Qui bisogna ragionare su quella che Dalmia inquadra come «perdita di fiducia nelle istituzioni liberali». Un sentimento alimentato da molti leader populisti – da Trump a Vladimir Putin, passando per Viktor Orbán, Narendra Modi e Recep Tayyip Erdogan – con una retorica pericolosa: accentrare il potere scavalcando tutte le altre istituzioni offrirebbe un governo più efficiente e più efficace. È l’inganno perpetrato da una politica populista con mire autoritarie. «Per vincere contro queste argomentazioni tipiche dei regimi serve un reset culturale, ricordando alle persone cosa c’è in gioco e cosa rischiano di perdere se crolla la democrazia liberale», aggiunge Dalmia. Il problema strutturale però è che la soluzione liberal-democratica è necessariamente più lenta, se non altro perché riconosce che non possono esserci soluzioni semplici a problemi complessi.
Una nuova amministrazione Trump, insomma, potrebbe avere i tratti di autocrazie come quella indiana o quella ungherese. I disvalori patrocinati dal carrozzone trumpiano sono quelli tipici del populismo di destra – un argomento che Dalmia conosce molto bene – forte in Paesi con uno score democratico prossimo allo zero, dove le insoddisfazioni e le paure dei cittadini sono alimentate e cavalcate, strumentalizzate per creare antagonismi, ma mai affrontate come un problema da risolvere.
«Generalmente le persone insoddisfatte dal liberalismo ritengono che i loro timori non ricevano la dovuta attenzione da parte della politica, perché una democrazia offre loro l’opportunità di riformare lentamente le ingiustizie endemiche e inevitabili di una società, ma mai una soluzione rapida», dice Dalmia. Solo che i tempi e i metodi della democrazia liberale sono anche gli unici che danno ai cittadini gli strumenti per cambiare davvero le cose, a partire dalla possibilità di cambiare i governanti. «È per questo – conclude Dalmia – che una riforma dei sistemi elettorali e dei meccanismi alla base della nostra democrazia rappresentativa deve essere una priorità per chi vuole aiutare gli Stati Uniti, difendere il liberalismo, avere finalmente una rappresentanza reale per il Paese, con l’obiettivo di dare a tutti un posto più sano in cui vivere».