
Tratto dall’Accademia della Crusca
Il concetto di fobia è solitamente associato a quello di paura, spavento, terrore, panico, ma ciascuno di questi termini designa un diverso tipo di sensazione: la fobia può essere definita come una paura accompagnata da un senso di angoscia che viene “destata da una determinata situazione, dalla vista di un oggetto o da una semplice rappresentazione mentale che, pur essendo riconosciuta come irragionevole, non può essere dominata e obbliga il malato a un comportamento teso a evitare o a mascherare la situazione paventata” (Dizionario di Medicina, Treccani, 2010).
I principali dizionari italiani registrano due entrate per fobia: il sostantivo femminile fobia e il suffissoide -fobia. Il sostantivo fobia possiede sia il significato specialistico, relativo all’àmbito della psicologia, della psicoanalisi e della psichiatria, di ‘paura angosciosa, irrazionale, immotivata e a carattere patologico, per una situazione, un oggetto o una persona’, sia, per estensione, quello comune di ‘avversione istintiva o forte intolleranza per qualcuno o qualcosa’ (“ho una fobia per questo genere di serate”). Il suffissoide -fobia, dal greco -phobía, da phóbos ‘timore’, viene usato col significato di ‘paura, avversione, ripugnanza’ come secondo elemento (che funge da testa) sia in composti greci (alcuni dei quali entrati in italiano e in altre lingue attraverso il latino) sia in parole formate modernamente, che hanno come primo componente un altro prefissoide, per lo più tratto anch’esso dal greco, direttamente o indirettamente. Come si vedrà, sono rare le neoformazioni con elementi tratti dal latino o da parole moderne e rarissime quelle con più componenti; alcune voci ricalcano parole inglesi o spagnole.
Fobia e -fobia
Il termine fobia deriva appunto da -fobia, entrato in italiano prima come elemento di composti derivati dal latino o dal greco, per poi divenire (probabilmente sul modello del francese phobie) una forma indipendente, in particolare dalla parola idrofobia (dal latino hydrophobĭa, a sua volta dal greco hydrophobía, composto da hydro- ‘idro’ e -phobía ‘fobia’, letteralmente ‘paura dell’acqua’; il termine è usato già dai medici greci e latini, come Dioscoride e Celso, in riferimento al sintomo più caratteristico della rabbia), che è infatti attestata in italiano e in varie lingue europee fin dal XV secolo (1494 in italiano, 1547 in inglese, XVII secolo in francese), prima per indicare il sintomo, poi, per estensione, la malattia stessa.
A partire dal primo Ottocento iniziano a comparire in italiano (così come in francese e in spagnolo) anche altri composti con -fobia, come aerofobia, fotofobia, igrofobia, panofobia e pantofobia. Resta comunque presente un legame tra queste paure e la suddetta malattia, anche se, come si evince dagli esempi che seguono, c’è ancora una qualche incertezza su quale sia l’effettivo referente della voce idrofobia; come sottolinea uno degli autori, la rabbia è infatti “imperfettamente designata con questi differenti nomi”, tanto più che tale fobia può esistere anche come manifestazione indipendente dalla malattia.
La rabbia porta seco un’orrore [sic] e un’avversione all’acqua, e perciò è stata chiamata Hydrofobia. Ma si da [sic] però Idrofobia senza rabbia […]. Ordinariamente i rabbiosi aborriscono il vino, e gli altri liquidi ugualmente che l’acqua, la luce gli agita, e gli fa male, e lo specchio gli mette in furore. Alcuni soffrono molto da qualunque moto d’aria, cosicché all’Idrofobia si unisce anche l’Areofobia. Finalmente alcuni altri si agitano, e si scuotono, e hanno orrore per qualunque cosa nuova, e per qualunque mutazione, cosicché in questi si può dire che vi sia la Pantofobia. (Francesco Vaccà Berlinghieri, Codice elementare di medicina pratica sanzionato dall’esperienza, tomo II, Venezia, Giustino Pasquali q. Mario, 1800, pp. 69-70)
L’autore di questa Dissertazione s’impegna di provare che l’affezione morbifica che si chiama comunemente Rabbia-Idrofobia o Igrofobia, è imperfettamente designata con questi differenti nomi (recensione a Gaspard Girard, Saggio sul tetano rabbioso, o ricerche e riflessioni sopra la cagione degli accidenti, che son talora la conseguenza dei morsi fatti dagli animali rabbiosi, seguite da qualche notizia sù i mezzi di prevenire, o guarire questa malattia, in “Nuova biblioteca analitica di scienze lettere ed arti”, vol. II, 1816, p. 264)
Nel Dizionario etimologico di Bonavilla e Marchi (1819-21) troviamo, oltre alle forme già citate, anche eliofobia, emofobia, necrofobia, pirofobia, sciautofobia. “Ma la grande fioritura di questi composti si ha tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, parallelamente agli sviluppi della nosografia psichiatrica: citerò agorafobia, cinofobia, claustrofobia, ereutofobia, lissofobia, tafofobia, tanatofobia” (Serianni 1983, p. 350).
Sono gli anni in cui iniziano le prime sistematizzazioni nosografiche, ovvero i primi tentativi di classificazione dei processi morbosi; non stupisce, dunque, la presenza nelle riviste di psichiatria dell’epoca di tutta una serie di composti con -fobia, alcuni dei quali di recente coniazione. Si attribuiscono, ad esempio, ad Andrea Verga – fondatore, nel 1864, assieme a Cesare Castiglioni e Serafino Biffi del periodico “Archivio italiano per le malattie nervose e alienazioni mentali” (a cui collaborano anche gli alienisti Carlo Livi e Cesare Lombroso) e ai quali si deve, soprattutto, la nascita della psichiatria come disciplina autonoma e riconosciuta in Italia – i termini claustrofobia ‘paura dei luoghi chiusi’ (1878; questo disturbo era già stato individuato nel 1877 dallo psichiatra Antigono Raggi, che l’aveva chiamato clitrofobia), rupofobia ‘paura morbosa di sporcarsi’ (1880; William A. Hammond la chiama invece misofobia, 1879) e acrofobia ‘paura delle altezze’ (1887), di cui peraltro lo stesso medico soffriva. È invece del medico Oscar Giacchi la voce virifobia ‘avversione morbosa verso il sesso maschile’ (1880), di Bernardo Salemi Pace oicofobia ‘angoscia morbosa per la propria casa e la propria vita familiare’ (1881) e di Federico Venanzio teratofobia ‘paura dei mostri’ (1891).
Nel Trattato di medicina curato da Charcot, Bouchard e Brissaud (1897), Gilbert Ballet dedica un capitolo alle Psicosi, proponendo una classificazione delle fissazioni o ossessioni. L’edizione italiana di questa sezione dedicata alle psicosi, a cura di Fabrizio Maffi e Vittorio Colla, è arricchita con molte aggiunte da parte di Enrico Morselli (allievo di Livi), che propone in una nota una ripartizione delle fobie in sei sottotipi:
Nonpertanto [sic] si potrebbero fare sei subvarietà di paranoia rudimentaria emotiva: 1° le paure relative al contatto od all’azione nociva possibile di oggetti materiali esterni (pselafobie); 2° quelle riguardanti i luoghi e le posizioni del corpo nello spazio (topofobie); 3° quelle svegliate dai rapporti di convivenza cogli altri uomini o cogli animali (biofobie); 4° quelle che concernono i possibili nocumenti indotti dalle forze naturali o dall’ambiente cosmotellurico (periecofobie); 5° quelle che si riferiscono a certe funzioni normali dell’organismo (fisiofobie); 6° infine, quelle relative a possibili malattie o lesioni disintegrative dell’organismo stesso (patofobie). (Gilbert Ballet, Le psicosi, traduzione italiana di Fabrizio Maffi e Vittorio Colla riveduta ed arricchita di Aggiunte e di Note dal Prof. Enrico Morselli, in Jean-Martin Charcot, Charles Jacques Bouchard e Édouard Brissaud, Trattato di medicina, vol. VI, 3, Torino, UTET, 1897, p. 318)
Morselli quindi non solo conia diversi nuovi nomi di fobie, ma propone anche, con tali denominazioni, sei iperonimi, all’interno dei quali possono essere incluse tutte le altre paure.
È proprio in tale periodo che, parallelamente, la voce fobia si stacca dai composti, divenendo una forma indipendente. La lessicografia data la forma francese phobie 1880 e quella italiana fobia 1899; l’inglese phobia risulta invece registrata già nel 1801. La prima attestazione italiana indicata dai dizionari fa riferimento al volume di Luigi Ferrio Terminologia clinica (Torino, UTET, 1899, p. 100). In realtà, una ricerca in Google libri e negli archivi di riviste di ambito medico, in particolare psichiatrico, consente di rintracciare molte occorrenze precedenti al 1899 e, dunque, di retrodatare di qualche anno la prima attestazione italiana di fobia nel suo significato specialistico. Il primo esempio individuato è del 1891 e si trova nella rivista “Il manicomio moderno”:
Il Meynert, in una dotta dissertazione intorno alle idee fisse ha proposto che vengano soppressi una volta per sempre i termini specifici delle fobie, per comprenderli tutti nel vocabolo panfobia. (Federico Venanzio, La teratofobia. Contributo allo studio della paranoia rudimentale, “Il manicomio moderno”, VII, 1891, p. 20)
Per quanto riguarda le attestazioni in ambito lessicografico, il primo a registrare il termine è Alfredo Panzini, nel Dizionario moderno del 1905, che lo marca come “neologismo scientifico”. Nel 1905 si ha anche la prima occorrenza, in Fogazzaro, del sostantivo fobia nel significato comune di ‘forte avversione’:
Sotto la usuale tolleranza cortese del suo linguaggio, la benevolenza che mostrava pure a non pochi ecclesiastici, si nascondeva una vera fobìa antireligiosa. (Antonio Fogazzaro, Il Santo, Milano, Baldini e Castoldi, 1905, p. 317)
-fobo e fobico
Fin dal XVIII secolo il suffissoide -fobia aveva iniziato a generare aggettivi in -fobo (ad esempio idrofobo). «Questo elemento, che non continua direttamente il sostantivo greco phobos [come invece è indicato dai dizionari sincronici ed etimologici, ndr], ma è risultato di parole composte con -fobia, non ha avuto vita autonoma, ma l’ha acquistata quando si è dotato del suffisso -ico, già greco e poi latino […]. Infatti, una volta che da -fobia si è ricavato il s. f. fobia, ecco nascere l’aggettivo fobico, attestato non a partire dagli anni Cinquanta (secondo i dizionari), ma fin dal 1904, in un saggio raccolto nella “Rivista di patologia nervosa e mentale” (fonte: Google libri); seguito a breve dalla sostantivizzazione (in Rubè di G. A. Borgese, 1921: “Un nevrastenico, un fobico”)» (Manfredini 2009).
È in realtà possibile retrodatare ancora di qualche anno le prime occorrenze dell’aggettivo fobico, anche in funzione di sostantivo. Diversi articoli apparsi su riviste di area medica tra il 1894 e il 1896 citano infatti l’abasia fobica come altra denominazione della basofobia ‘paura di restare in piedi o di camminare’. Riportiamo uno dei primi casi rintracciati, in cui si nota la produttività del suffisso -ico (astatico, abasico, fobico):
L’infermo, dice l’A., non è astatico, perché egli si tiene bene in piedi, e poi è abasico con una gamba sola ed in date circostanze; egli è abasico per un’apprensione, vale a dire per l’idea che non può camminare affatto in istrada, dunque per paura, per fobia, è affetto cioè da baso-fobia, o abasia fobica. (Alfonso Calabrese, recensione a Joseph Grasset, Basofobia o abasia fobica in un omiplegico [Basophobie on abasie phobique chez un hèmiplegique, “Semaine médicale”, 46, 1894], “Giornale internazionale delle scienze mediche”, XVI, 16, 1894, p. 628)
Negli stessi anni è documentato anche l’uso sostantivato dell’aggettivo fobico:
Ond’egli ritiene i fobici come una «nazionalità distinta» […] E quindi che maraviglia, come dicevo di sopra, che i fobici siano ordinariamente individui semplicemente nervosi, e non punto nevrastenici? (Giovanni D’Ajutolo, Della grafo- e specialmente della ipografo-fobia, “Memorie della R. Accademia delle scienze dell’Istituto di Bologna”, vol. V, 1895-96, pp. 552-553)
La lessicografia tarda invece la registrazione sia del suffissoide atono -fobo sia dell’aggettivo fobico (per approfondimenti su -fobo e -fobico si rimanda a Manfredini 2009 e Giovanardi 2018). I primi dizionari a lemmatizzare le due voci sono il Devoto-Oli (1967) e lo Zingarelli (1970); altri, come il Palazzi-Folena (1974) o il De Felice-Duro (1974), registrano soltanto -fobo, mentre il GDLI mette a lemma esclusivamente fobico.
Altre formazioni con fobia
Oltre ai composti formati con il suffissoide -fobia, che designano i nomi specifici delle paure, esistono anche tre termini creati a partire dal sostantivo fobia, più recenti e tutti registrati esclusivamente nel Supplemento 2009 del GDLI e nel GRADIT (2007). Uno, in cui fobia è usato come prefissoide (affiancato dal suffissoide -geno ‘che è causa di’), è l’aggettivo fobigeno, tecnicismo di àmbito psicologico e psicanalitico che fa riferimento a qualcosa ‘che genera fobie (un oggetto, una situazione)’, la cui prima occorrenza si trova, secondo il GRADIT, nel saggio Fobie di Jacqueline Amati Mehler, in Trattato di psicoanalisi a cura di Antonio Alberto Semi (Milano, Cortina editore, 1988-1989).
C’è poi il sostantivo femminile parafobia, derivato di fobia con il prefisso para- (che nelle terminologie scientifiche assume il valore di ‘quasi, simile’), termine usato in psicologia e psicoanalisi con il significato di ‘paura di lieve entità’ o di ‘esitazione a compiere un atto’; il GRADIT lo data 1976.
Appartenente al medesimo ambito è il sostantivo femminile controfobia, che indica la “ricerca ossessiva da parte del soggetto fobico della situazione di cui ha o ha avuto paura” (GRADIT, che lo data 1992). Nel Supplemento 2009 del GDLI è registrato anche l’aggettivo controfobico, con la definizione “che è proprio, che riguarda la controfobia; improntato a controfobia”.