Dimenticate gli Champs-Élysées, la place des Vosges o Saint-Germain-des-Prés: dovrete fare rotta fuori zona e avventurarvi nel diciannovesimo arrondissement, sopra Belleville, nel quartier du Combat, a due passi dall’immaginifico parco all’inglese delle Buttes-Chaumont.
Si chiama Le Bar Fleuri (Il Bar Fiorito), nome grazioso. In Italia sarebbe un bar-trattoria, a Parigi è di fatto un bistrot popolare di quartiere, come ce n’erano a migliaia il secolo scorso.
Nel 2001 il caffè cambia proprietà: Joëlle e Martial, sorella maggiore e fratello minore, lo rilevano dalla precedente gestione. E dall’anno dopo fanno una scelta difficile da immaginare. Fino ad allora il Fleuri proponeva uno dei suoi piatti di riferimento, il basico pollo arrosto con le patatine (poulet-frites), un simbolo della ristorazione veloce alla buona d’Oltralpe, a quarantacinque franchi. L’equivalente di 6,86 euro. Fin qui niente di strano. Solo che nel 2024 il suo prezzo è rimasto esattamente quello (anche se con l’inflazione dovrebbe valere 9,92 euro). Chi conosce la capitale francese sa che la cosa ha dell’inverosimile.
Il piatto-feticcio è presentato come «poulet fermier rôti – frites maison», ovvero pollo ruspante arrosto e patate fritte fatte in casa. Ed è buono. Non è alta cucina, d’accordo, ma è buono. Cosa ancora più sorprendente: le porzioni sono generose. Niente “assaggini” liquidati in due forchettate: al Fleuri si mangia. E questo vale anche per la terrina di campagna (non più che discreta) o la fetta di tarte au citron meringata (golosa e addirittura sovrabbondante). Aggiungete il caffè, più dignitoso che in tanti bar standard italiani, e il conto della pausa pranzo è di 21,61 euro. Fame non ne avrete più: la cucina è di quelle che i francesi definisco «solide», ossia molto tradizionale, casereccia e corroborante, orientata sulla carne. Se non finite, vi proporranno spontaneamente un doggy bag.

Ma come fanno a mantenere un mezzo pollo ruspante a quel prezzo, a Parigi? «Un ottimo fornitore – spiega Martial –, e ovviamente uno smercio adeguato». Non si lavora in perdita, nemmeno su quel piatto, giura lui. Il sabato, ci assicura, al Fleuri si fanno 200-250 coperti in tre ore. Tutto il menu è anche d’asporto, allo stesso prezzo. Così come il vino (una selezione ordinaria, a prezzi assai bassi). «Niente delivery però – ammonisce il proprietario –, se no non ce la faremmo a stare dietro alle richieste! E niente cena: alle 21, che sia in settimana o il sabato, si chiude». Insomma, fuori dall’ora di pranzo, «che attira lavoratori, studenti, habitué del quartiere ma anche clienti che vengono ormai da lontano», assicura Martial, il Fleuri diventa un caffè dove, oltre alle bevande, si può gustare la pasticceria. Alla sala presiedono lui e Joëlle; dietro al bancone il barista, che all’occorrenza serve anche a tavola; in cucina almeno due persone.

Il locale è nato ai primi del Novecento, e del Secolo breve conserva molto: il pavimento – rappezzato e scavato dal via-vai –, le colonne in ghisa, vari arredi, il fascino desueto e trasandato quanto basta (ma non sciatto), la clientela molto alla mano e variegata. Se volete conoscere una Parigi verace e senza fronzoli, dallo stile un po’ burbero e popolare (tovagliette in carta a quadretti bianco-rossi), l’indirizzo è di quelli giusti. Presentatevi all’ingresso e armatevi di un po’ di pazienza.



