
Con l’uccisione di Yahya Sinwar, la richiesta di arresto formulata nel maggio scorso dal prosecutor della Corte Penale Internazionale va ulteriormente svuotandosi di destinatari. Già, disgraziatamente, dal bouquet delle ambizioni giudiziarie del leader della Mani Pulite from the river to the sea, Karim A.A. Khan, era stato distolto Ismail Haniyeh, vittima del crimine transnazionale sionista che ne aveva violato la privacy mentre era ospite della democrazia delle impiccagioni. Ora, con Sinwar eroicamente morto nella battaglia della fuga e nella pugna dell’inguattamento nel salottino vista tunnel, sulla lista del pm dell’Aia rimane solo Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (Deif), fortunatamente sfuggito all’opera genocidiaria israeliana.
Naturalmente questo sfoltimento riguarda solo il fronte della resistenza, perché il drone sulla casa di Benjamin Netanyahu – per il disappunto di parecchi – non ha ottenuto il risultato sperato, mentre il ministro della Difesa, Yoav Gallant, pare che non sia stato finora oggetto di analoghe iniziative e pare che – per il rincrescimento di altrettanti – non sia a rischio di subirne. È preservata, dunque, la possibilità che i due siano affidati alle cure della giustizia internazionale.
Nell’attesa, c’è da domandarsi se i crimini di cui si sono resi responsabili da maggio in qua, e cioè da quando il procuratore Khan chiedeva che la Corte ordinasse di arrestare quei due, sarebbero stati davvero evitati. Un po’ di realismo suggerisce che no, l’arresto di quei due non avrebbe impedito lo stillicidio di delitti che ha suscitato le ondate di esecrazione degli ultimi mesi.
È, verosimile, cioè, che i «sei colleghi» dell’Unrwa di cui doveva lamentare l’assassinio il segretario generale dell’Onu sarebbero stati uccisi dallo stesso esercito, fatto dallo stesso popolo in armi di Israele, anche sotto il comando di un altro primo ministro. È verosimile che i piloti degli aerei che, violando la legalità internazionale, dell’Anpi e di Raitre, hanno sganciato le bombe sulla tana di Hassan Nasrallah, avrebbero fatto lo stesso lavoro anche se ad autorizzare la missione fosse stato un leader meno screditato di quello – Bibi Netanyahu – che prima del 7 ottobre dell’anno scorso contestavano minacciando renitenza.
È verosimile che la sconsiderata opera di castrazione e deturpazione auditiva via cercapersone di qualche migliaio di dipendenti di Hezbollah sarebbe stata organizzata e portata a termine anche da un’Intelligence meno compromessa con i ministri fascisti che portano il disordine sul Monte del Tempio. Ed è verosimile che il cecchino che ha sparato nella testa di Yahya Sinwar, impendendo in tal modo che avesse corso anche contro di lui la giustizia che lo equipara ai leader israeliani, avrebbe fatto fuoco ugualmente, perché ugualmente sarebbe stato lì, pur se a mandarcelo fosse stato un comandante agli ordini di un governo senza quei due.
È verosimile, insomma, che – arrestati Bibi e Gallant – la guerra di Gaza e del Libano sarebbe stata combattuta pressoché nello stesso modo e perpetrando gli stessi «crimini» dalle vittime della guerra di Hamas e di Hezbollah. Gli israeliani.