A distanza di un anno dal pogrom del 7 ottobre 2023 il bilancio politico di questa operazione speciale contro il popolo e lo stato ebraico è purtroppo a favore degli assassini, malgrado dal punto di vista militare Israele abbia conseguito nel frattempo indubbi successi, non solo a Gaza, deteriorando le capacità militari ed eliminando molti dei vertici del fronte terroristico islamista.
La più crudele carneficina di ebrei compiuta dalla fine della Shoah non ha però suonato e diffuso l’allarme per una recrudescenza antisemita; al contrario ha rinfocolato e perfino autorizzato dal lato giusto della storia e del mondo – quello delle democrazie e delle società libere – tutte le varie forme del vecchio antisemitismo politico-religioso, che la promessa vana del “Mai più” dopo Auschwitz aveva nascosto sotto il tappeto della cattiva coscienza occidentale.
Si è subito imposta una rappresentazione del pogrom come di un episodio sì terribile e efferato, ma scriminabile come mera conseguenza dell’efferata terribilità della “occupazione” e della “colonizzazione” israeliana della Palestina e dell’usurpazione di quella terra from the river to the sea, che nel 1948 l’Onu aveva provato inutilmente a ripartire, dando un ordine geografico agli insediamenti arabi e ebraici stratificatisi nei decenni e una comune legittimazione nazionale a israeliani e palestinesi.
Molte guerre dopo, passati tre quarti di secolo, siamo rimasti lì: a uno stato ebraico e a un non-stato palestinese, prima rifiutato e poi reso impossibile dall’odio inguaribile per gli ebrei e dalla necessità di non trovare una pace, ma di proseguire la guerra contro l’Israele che non doveva esistere e dovrà scomparire perché smetta di scorrere il sangue.
La cattività dell’odio ha trasformato il popolo palestinese in un allevamento intensivo di martiri volontari e involontari della guerra santa contro lo stato e il popolo ebraico. E la cosa più mostruosa è che questa segregazione umana e politica, queste centinaia di chilometri di tunnel stipati di ostaggi e di armi, usando donne e bambini, vecchi e malati come scudi umani e sacchi di sabbia, sono diventate una patente di eroismo per Hamas e di vergogna per Israele.
Né il pogrom, né Hamas, sono una conseguenza di Israele o di “questa” Israele, se non nel senso della oggettiva responsabilità degli apparati di governo, di sicurezza e di intelligence per non essere stati in grado di prevenire e fronteggiare l’attacco di un anno fa.
Ma Hamas vuole uccidere gli ebrei a prescindere dalle loro persone e distruggere Israele a prescindere dai suoi governi. Non è una reazione all’Israele “cattiva” per propiziare un’idealistica Israele “buona”. È un’azione proclamata per cancellare Israele dalla cartina geografica e gli ebrei dalla faccia della terra (almeno) del Medio Oriente.
È purtroppo coerente, perfettamente coerente, che la guerra contro l’anomalia di Israele incroci il cammino dei combattenti contro l’anomalia degli ebrei non israeliani e si saldi in un’unica battaglia globale che, con amara ironia, potrebbe intitolarsi alla de-ebraicizzazione umanitaria del mondo.
Anche chi con mille ragioni teme e disprezza il suprematismo e nazionalismo religioso dell’ultra-destra israeliana e ritiene che rappresenti un oltraggio all’ideale laico e umanistico del sionismo e un pericolo esistenziale per la legittimità e la sicurezza della democrazia e dello stato di diritto di Israele; anche chi ritiene, per analoghe e altrettanto serie ragioni, che Netanyahu sia molto più che sospettabile di un uso opportunistico di questa tragedia e che non abbia l’autorità morale, né la probità politica per guidare lo stato ebraico in questo passaggio decisivo della sua storia; anche costoro – tra i quali volentieri mi annovero – dovrebbero onestamente ammettere che né Ben-Gvir, né Smotrich, né Netanyahu, né qualunque altro “cattivo”, vero o presunto tale, Israele oggi esibisca sui suoi palcoscenici democratici sono la causa o il movente dell’antisemitismo terrorista.
La causa e il movente – anche se ormai sembra perfino strano, elusivo o corrivo sostenerlo, come se si parlasse d’altro o se si cercasse una scusa – è l’antisemitismo, che vuole perseguitare e ammazzare qualunque ebreo e cancellare qualunque Israele possibile. Se ci fosse ancora Rabin, il nemico sarebbe Rabin.
La prevalenza dell’odio anti-ebraico spiega la negligenza con cui le avanguardie pro-Pal guardano all’uso bestiale che Hamas fa del popolo palestinese e l’acribia leguleia con cui inseguono le possibili violazioni del diritto umanitario da parte di Israele. È la prevalenza dell’odio anti-ebraico – non solo là, ma anche qua – a consentire di eleggere la questione palestinese, proprio come interpretata da Hamas, a causa emblematica e laboratorio generale di liberazione umana dall’oppressione politica.
Vediamo da mesi la crème de la crème del wokeismo internazionale spiegare che la causa della lotta al patriarcato, al colonialismo, al capitalismo e allo sfruttamento è sostanzialmente nelle mani di Yahya Sinwar e del suo califfato gazawi e sorvolare benignamente sul fatto che nelle città e nelle università europee e americane è ormai pericoloso per gli ebrei vestirsi da ebrei, dichiararsi ebrei o – la cosa peggiore – non rinnegarsi come ebrei.
A rimanere ostaggi di Hamas, un anno dopo, non sono solo qualche decina di rapiti nel pogrom del 7 ottobre e milioni di palestinesi reclutati a forza per la guerra santa, ma decine e centinaia di milioni di brave persone occidentali che pensano che questo anticipo di Olocausto sia, in fondo, il giusto prezzo delle colpe di Israele, a partire dalla più grave, quella di esistere e che il conto finale debba essere essere ancora più salato.