Ma è questo il modo di celebrare un maestro del pensiero che ha fatto della sobrietà e dell’asciuttezza antiretorica la sua cifra caratteristica, un cultore dell’understatement nella classica declinazione subalpina?
I fatti: qualche giorno fa, il 18 ottobre, compleanno di Norberto Bobbio, sotto la casa torinese di via Sacchi 66 dove il filosofo visse quasi tutta la sua lunga esistenza fino alla morte avvenuta il 9 gennaio 2004, è stata scoperta una targa alla memoria, su opportuna proposta del Centro studi Piero Gobetti, opportunamente fatta propria dal Consiglio comunale. Fin qui tutto bene: la città dove nell’Ottocento si fece l’Italia e che ha segnato a fondo la storia del secolo successivo, è punteggiata di lapidi a ricordo dei grandi personaggi che si sono avvicendati nelle sue contrade – e Bobbio, il papa laico della cultura italiana del secondo Novecento, è stato senza dubbio uno di questi.
Il problema è un altro, e nasce proprio dal vasto appartamento all’ultimo piano. Di cui vent’anni dopo, falliti svariati progetti anche di fruizione pubblica, gli eredi sembrano decisi a riprendere la piena disponibilità per destinarlo a un nuovo uso. È sempre difficile disfare una casa, specialmente quando è stata una culla di affetti e concetti così lungamente e intensamente vissuti.
Del resto era già stata disfatta a poco a poco e il suo contenuto più significativo, la grande biblioteca di testi giuridici e filosofico-politici – fin dal principio – per volontà testamentaria, era stata destinata al Centro Gobetti. Per fortuna nessuno aveva pensato (o se l’aveva pensato si era trattenuto dall’esternarlo) di fare della casa una casa-museo, uno di quei mesti luoghi che nella maggior parte dei casi quasi nessuno va mai a visitare, e intristiscono nel tempo assorbendo denari e alimentando periodici lai.
Rimaneva però lo studio del professore, quell’ampio locale che guarda la collina, con una finestra su via Sacchi e una su corso Sommelier e la scrivania di traverso nell’angolo, dove nel tempo sono sfilati i nomi più illustri della cultura e della politica, ma pure tanti semplici ragazzi.
Uno spazio diventato tabù, una sorta di recinto sacro rimasto sempre chiuso e inviolabile, anche quando il resto dell’appartamento è stato affittato a studenti stranieri. Ma era inevitabile che anche il sancta sanctorum prima o poi venisse profanato.
E allora qual è stata l’idea? Trasferirlo altrove, così com’era: con la scrivania grande e quella più piccola, le librerie (svuotate), le sedie, il divano di pelle color cognac e le due poltrone, il tavolino di vetro e tutto il resto. Donarlo all’università, smontarlo da via Sacchi e rimontarlo (più o meno) tale quale in riva alla Dora Riparia, nel Campus Luigi Einaudi, sede della Scuola di Scienze giuridiche, politiche e economico-sociali. Dove peraltro Norberto Bobbio non ebbe occasione di mettere piede perché gli avveniristici edifici che lo compongono, progettati dall’archistar Norman Foster, sono stati inaugurati nel 2012, quando il filosofo non c’era più da otto anni.
Lo studio dove Bobbio elaborò il suo pensiero sarà dunque riallestito in un apposito spazio della biblioteca che già gli è intitolata e che riunisce gli oltre seicentocinquantamila volumi delle due biblioteche di Giurisprudenza e di Scienze politiche precedentemente ospitate a Palazzo Nuovo. Protetto da una vetrata, accessibile solo occasionalmente, a qualche visiting professor, mentre tutti gli altri potranno sbirciare da fuori, se lo vorranno – ma lo vorranno? E quali benefici eventualmente ne ricaveranno?
Insomma, Bobbio sotto vetro. Incapsulato in una sorta di grande teca, cristallizzato nella sua irrimediabile assenza. Lui che nelle aule universitarie si aggirava come una belva in gabbia, si muoveva di continuo tra la cattedra e la lavagna, perché, diceva, «non posso stare fermo, ho bisogno di girare».
Bobbio sotto vetro, come – per esempio – il beato (ora promosso santo) Giuseppe Moscati, la cui camera da letto, nella quale rese l’anima, è fedelmente riallestita a Napoli nella chiesa del Gesù Nuovo. Ma Moscati è un santo della Chiesa cattolica, e si sa che i templi cattolici ostentano in gran copia ossa e resti umani assortiti che i fedeli chiamano reliquie e amano omaggiare.
È il caso di riservare analogo trattamento a un maestro non di ostentato laicismo ma di ferma e ponderata laicità, un moderno illuminista che ha coltivato il dubbio contro ogni dogmatica certezza? Così nemico degli eccessi, così compreso della dura disciplina della misura da intimare a un certo punto alla redazione della Stampa, di cui era il prestigioso collaboratore, di non pubblicare più la sua foto a corredo di ogni suo articolo, perché (parlava di sé stesso) «sempre ’sta faccia di Bobbio, alla fine la gente prende in uggia…».
Un uomo, oltretutto, che aveva un rapporto del tutto pragmatico con gli oggetti, così sideralmente alieno da ogni tentazione di feticismo da usarli e anche strapazzarli senza pietà, all’occorrenza, come faceva con i testi che a volte si portava in aula per leggerne qualche passo a lezione, non i volumi interi, troppo ingombranti, ma i sedicesimi che ne ricavava facendoli a pezzi.
Insomma è questo un modo per ricordarlo e rendergli omaggio? Bobbio, l’eredità di Bobbio, non è negli oggetti senza vita che gli sono appartenuti, che nulla hanno da dire all’ignaro studente nato quando lui non c’era più, ma nei tantissimi libri che ha lasciato e nel pensiero sempre vivo che ne promana, da leggere e da discutere, magari anche da contraddire, ma su cui riflettere per provare a orientarsi nei labirinti del nostro convulso presente. Se qualche cosa dello spirito bobbiano resterà ad aleggiare dietro quella vetrata, potremmo immaginarlo condensarsi in forma sonora, di quando in quando, per manifestarsi con la voce e le parole del Maestro. Due sole: esageruma nen.
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Lo “Studio di Norberto Bobbio” sarà inaugurato il 30 ottobre, alle ore 16, pressa la Biblioteca Bobbio del Campus Luigi Einaudi (Lungo Dora Siena 100, Torino). Nell’ambito dell’evento verrà presentato un numero monografico della rivista “Jurisprudence” dedicato al confronto tra Bobbio e il filosofo e giurista inglese Herbert Hart. Interverrà uno dei curatori, Giovan Battista Ratti, dell’Università di Genova, in dialogo con Valeria Marcenò.