Pastorale elveticaUn viaggio nel mondo di Simone Bellotti, tra folklore e misticismo

Con una collezione di debutto ispirata alla comunità che ha preceduto quella hippy, la nuova era di Bally si apre con una sfida: onorare centosettant’anni di storia, senza cedere alle nostalgie

Simone Bellotti, Courtesy of Bally

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Simone Bellotti potrebbe parlare per ore di giradischi, sistemi di amplificazione del suono, di puntine e manopole Anni ‘50 introvabili sul mercato. «Sarà un po’ da nerd ma la realtà è che mi rilassa molto ascoltare musica, e farlo anche in un certo modo, è un momento nel quale cancello tutte le altre preoccupazioni, mi alleggerisco. E quando impari ad ascoltare, scegliendo la giusta combinazione di amplificatori e strumenti, ti si apre un mondo», spiega lui divertito quando lo raggiungiamo telematicamente per l’intervista. Seduto alla scrivania del suo ufficio milanese Bellotti, divenuto direttore creativo di Bally poco più di un anno fa, ha di certo imparato ad ascoltare le lezioni impartitegli dalla sua esperienza, con un curriculum che testimonia sedici anni in Gucci, e ancora prima il lavoro negli uffici stile di Dolce&Gabbana, Gianfranco Ferrè, Bottega Veneta, AF Vandervost.

BALLY, FW24, Lookbook. Courtesy of Bally

«Non hanno ancora inventato un manuale per fare i direttori creativi, ma lungo la strada ho avuto la fortuna di apprendere da alcuni tra i più grandi: nessuno ha il tempo di spiegarti, ma star lì a guardarli è già di per sé un modo per imparare. Gianfranco Ferrè è stato uno degli ultimi grandi couturier, è stato bello vedere qualcuno che non aveva paura di osare; da Dolce&Gabbana, ho visto Domenico Dolce rivoluzionare l’idea per una sfilata pochi giorni prima dell’evento, e farlo con una lucidità di pensiero impressionante. Se sai quello che vuoi, anche in una situazione critica riesci a trovare il modo per dare un twist nuovo a un intero progetto. Da Gucci, Frida (Giannini, ndr) era pragmatica, ma rispettosa dell’heritage di un’azienda così complessa, che sapeva navigare benissimo; e infine con Alessandro Michele, beh, che dirti? Avevi la consapevolezza che quello che stavamo realizzando nell’ufficio stile aveva un’eco anche fuori dal nostro mondo: per le strade vedevi la gente vestita con gli abiti che noi avevamo immaginato, ed è stato un grande dono lavorare con Alessandro, un professionista che, come Ferrè, non aveva paura di esporsi e di cercare una profondità nelle cose che faceva. Perché è vero che il nostro compito è realizzare dei bei prodotti di grande qualità, tale da giustificare il prezzo, ma è necessario anche allargare lo sguardo, cercare nuove prospettive».

BALLY, FW24, Lookbook. Courtesy of Bally

E l’espressione “cercare nuove prospettive” non potrebbe essere più adatta per definire il lavoro che Bellotti, classe 1978, è stato chiamato a fare da Bally: la sua collezione di debutto (la primavera/estate 2024) ha regalato un certo esoterismo alla Svizzera dove il brand è nato nel 1851, ispirandosi alla comunità del Monte Verità, che precorse gli hippy. Nei primi decenni del XX secolo, in effetti, intorno alla collina sopra Ascona conversero pensatori e anarchici, utopisti e vegetariani, naturalisti e teosofici uniti dall’ambizione di condurre una vita guidata da valori poco affini alla società nella quale vivevano.

Un dualismo tra ciò che ci si aspetta da uno stereotipo e poi, invece, le moltitudini che si celano dietro quella stessa immagine, raccontato attraverso volumi inaspettati, come quelli delle minigonne in giallo acido drappeggiate, contrapposte  a rigorose camicie in popeline blu, delle longuette rigorose ma con gli orli scomposti, volutamente disordinate, ma soprattutto i dettagli degli accessori, come quel campanello ricoperto di pelle lavorata e attaccato alle borse, a ricordare i verdi pascoli della Svizzera nei quali le mandrie di bovini passano le loro giornate (almeno secondo la nostra collettiva immaginazione). La rivisitazione dell’archivio è un percorso che si sviluppa attraverso le calzature, dalle Glendale dalla fibbia piatta nate nel 1923 alla Oxford scribe stringata (1951) passando per la Ballyrina del 1940 che si arricchisce di dettagli borchiati.

BALLY, FW24, Lookbook. Courtesy of Bally

«L’idea del campanello in effetti è stata divertente», ammette Bellotti sorridendo «ma credo che come nella vita, anche nella moda ci voglia un elemento giocoso, la capacità di scombinare le carte mettendo insieme elementi contrastanti, il rigore di un brand come Bally e poi, invece, l’ironia». A fare da colonna sonora a questo nuovo alfabeto, c’è da due stagioni Leo Mas, pioniere del suono di Ibiza degli anni Ottanta, nel quale ha iniettato l’house music di Chicago.

«Appena ne ho avuto la possibilità, ho pensato a lui, che per me è una istituzione» spiega Bellotti. «Da ragazzino ho frequentato la scena dei club, dal Le Plaisir a Desenzano al Kinki di Bologna, il Cocoricò a Riccione e l’Ethos a Gabicce, ed è stato proprio lì che ho scoperto il potere della moda: la gente che frequentava quei posti faceva i lavori più disparati, magari viveva in provincia, ma quando arrivava al club, sfoggiava degli outfit firmati Vivienne Westwood, Margiela, Jean-Paul Gaultier, Dirk Bikkembergs, Helmut Lang. Gente che aveva in comune l’amore per la musica, e usava l’abbigliamento per riconoscersi come una tribù».

BALLY, FW24, Lookbook. Courtesy of Bally

E dal concetto di tribù Bellotti è attratto, considerato che le immagini pubblicitarie della sua ultima collezione sono affiancate, in un dittico creativo, a quattro foto di Karlheinz Weinberger, artista che nel corso della sua carriera ha immortalato le controculture giovanili svizzere degli Anni Sessanta (le immagini sono contenute nel libro seminale Rebel Youth, Rizzoli). «Quelle foto? Sono da sempre nei moodboard di tutti gli uffici stile» ammette.

«La collezione di Bally era incentrata sul folklore svizzero, sul misticismo, prendeva ispirazione dallo spirito pastorale del silvesterchlausen (i costumi tipici del Capodanno elvetico, realizzati nel ‘600 con materiali naturali, come edera e muschio, ndr), e in quelle foto di Weinberger ho ritrovato degli elementi simili, spostati in un contesto diverso: i cappotti in pelle, il ferro, la pelliccia dei gilet, una vera e propria divisa». Una passione, quella per le divise, che Bellotti sposa anche nella sua vita privata: jeans, cappelli da basket o beanie in lana, mocassini Plume ai piedi, Bellotti si muove per la capitale lombarda in bici, spostandosi tra l’ufficio e il quartiere delle colonne di San Lorenzo, dove si è trasferito.

BALLY, FW24, Lookbook. Courtesy of Bally

«Cercavo un posto che mi ricordasse Roma, dove ho vissuto per anni, muovendomi tra il ghetto ebraico, Villa Pamphili, i ristoranti di pesce a Trastevere come Der belli, la wunderkammer della Galleria del Louvre: le Colonne, con le loro chiese e i resti romanici, mi sembravano la scelta meno traumatica. Certo, vivere a Roma ha il suo fascino perché ti sembra di essere in una bolla, diversa da quella del fashion system, ti nutri di altre influenze. Se ci pensi, quello che di grande Alessandro (Michele, ndr) ha fatto da Gucci, lo ha realizzato vivendo proprio a Roma».

Nel suo presente però, Bellotti si divide tra Milano e Caslano dove Bally ha sede (il brand è di recente stato acquistato dal fondo statunitense Regent LP, che ha nel suo portfolio brand come Club Monaco ed Escada, ndr), con l’obiettivo di trasportare nel futuro un brand che ha sulle spalle più di 170 anni di storia, senza cedere alle nostalgie. «Mi piace guardare al passato, perché credo che sia più facile da identificare, categorizzare; mentre oggi si mescola tutto, ma è il presente la mia priorità. Il passato di questo brand, con il suo archivio svizzero e ordinatissimo, mi dà delle certezze, ma la cosa più divertente è prendere quelle certezze, stravolgerle, e vedere cosa succede». Forse, in fondo, basta solo sintonizzarsi sulle frequenze giuste e, come Bellotti con i suoi giradischi, imparare ad ascoltare.

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