Fratelli di TrumpI leader populisti non danneggiano solo la democrazia, ma anche l’economia

Un recente studio pubblicato su “Foreign Affairs” ha mostrato che sovranisti e demagoghi al governo peggiorano il prodotto interno lordo a causa di politiche protezioniste e leggi contro lo stato di diritto

AP/Lapresse

Da Hipólito Yrigoyen a Recep Tayyip Erdogan fino a Donald Trump, negli ultimi decenni in diversi Paesi del mondo si è assistito a una notevole crescita del populismo politico. Comunisti, socialisti, conservatori, fondamentalisti: tutti questi leader che cavalcano il malcontento popolare e presentandosi come i veri difensori della gente contro la classe dirigente corrotta, danneggiano la democrazia, in quanto rifiutano il conflitto di opinioni contrastanti, annichilendo il pluralismo politico. Alimentandosi di slogan e falsi miti, il populismo è un grave vulnus per la salute dei sistemi liberali a qualunque latitudine. Quel che è peggio è che questa ideologia non si limita a contaminare la politica di un Paese, ma genera danni rilevanti anche a livello economico. Come spiegano Manuel Funke, Christoph Trebesch e Moritz Schularick su Foreign Affairs, «la maggior parte dei populismi indebolisce l’economia di uno stato, soprattutto nel lungo periodo. Lo fanno indebolendo lo stato di diritto ed erodendo i controlli e gli equilibri politici».

Gli autori dello studio hanno usato un algoritmo per confrontare le tendenze nell’economia di un Paese prima e dopo l’ascesa del leader populista con quelle di Paesi simili non governati da populisti. I risultati ottenuti sono degni di nota: dopo quindici anni, il Pil è mediamente più basso di dieci punti percentuali nei Paesi a guida populista rispetto agli altri.

Come si spiega questo divario? Le ragioni principali sono due. La prima è il protezionismo. Una volta eletti, i governi populisti intraprendono scelte economiche imperniate sulla tutela dell’economia nazionale: più tariffe e barriere, meno accordi commerciali e investimenti stranieri. Una strada che generalmente produce un ingolfamento della crescita economica.

La seconda è la ripulsa nei confronti dello stato di diritto. Aggrappandosi con tutte le loro forze a ruoli di potere, Trump e i suoi fratelli depauperano le istituzioni liberali e ne calpestano le norme. Questo indebolimento della democrazia è un pessimo segnale per l’economia: di fatto, se le istituzioni di un Paese non sono in grado di arginare l’esecutivo e proteggere società civile e aziende da interferenze arbitrarie, allora non ci sono possono essere crescita, investimenti e innovazione.

Ma facciamo un passo indietro. Il populismo, almeno nella sua forma moderna, non nasce oggi. La prima grande fase di questa ideologia si è verificata dagli anni Trenta dello scorso secolo fino alla Guerra Fredda. Quello è il periodo dell’ascesa dei totalitarismi che hanno segnato la prima metà del Novecento: fascismo, nazismo e comunismo su tutti.

La seconda ondata del populismo ha avuto inizio con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, ed è andata poi progressivamente crescendo nel corso decenni successivi. Il 2018 è stato l’anno del record: su sessanta paesi presi in considerazione dagli autori dell’articolo, ben sedici erano guidati da leader populisti. Oggi siamo intorno alla dozzina.

Sebbene questa ideologia non abbia colore politico, si possono riconoscere dei tratti comuni ai populisti di sinistra e di destra. Se i primi, diffusisi principalmente a metà del ventesimo secolo e poi risorti nei primi anni Duemila, amano attaccare l’establishment per i furti commessi ai danni della popolazione, i secondi, cresciuti notevolmente nell’ultimo ventennio, sono soliti premere sul pulsante dell’odio etnico e culturale per accalappiare consenso popolare.

Inoltre, un Paese avvelenato dalla piaga populista fa fatica a sviluppare degli anticorpi che ne impediscano la ricomparsa. Lo studio mostra infatti che il populismo sia un fenomeno seriale, in grado cioè di attecchire nuovamente laddove era andato a bersaglio in precedenza. Prendiamo l’Argentina, patria del primo leader populista moderno, Hipólito Yrigoyen: dal 1900 a oggi il quaranta per cento dei suoi presidenti ha sfruttato il malcontento popolare o la retorica anti-establishment per salire al potere. Analogo caso è quello dell’Italia: dal fascismo in avanti il ventinove per cento dei governi è stato di stampo populista.

E come si spiega questa resistenza? La strategia fondamentale è quella della polarizzazione politica, ma non vengono disdegnate pratiche come l’acquisizione dei media e le intimidazioni dei magistrati e dei politici all’opposizione. Statisticamente, un Trump qualsiasi ha il venti per cento di probabilità in più di essere rieletto rispetto a un politico non populista (trentasei a sedici in favore del primo), e resta al governo il doppio degli anni (sei a tre). Margini impressionanti, che si spiegano in ragione della capacità dei leader populisti della nostra epoca di fare presa su vaste quote dell’elettorato attraverso demagogia e false promesse.

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