Grande Fiume L’infinito dibattito intorno al progetto di rinaturazione del Po

La più grande iniziativa pro-biodiversità del Pnrr sta entrando nel vivo, risparmiando i pioppeti e i terreni coltivati. Un compromesso che per gli imprenditori del settore agricolo non è sufficiente

LaPresse

«Difficilmente possiamo ravvisare nella notizia qualcosa di positivo». Sono le parole pronunciate qualche settimana fa da Filippo Gasparini, che presiede la sezione di Piacenza di Confagricoltura. La notizia era l’avvio della Conferenza dei Servizi necessaria alla definizione di una nuova tranche di interventi – il cosiddetto “secondo stralcio” – per la rinaturazione del Po, progetto ambizioso che coinvolge Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. 

In linea con le direttive della Restoration law e del Green deal, la rinaturazione del “Grande Fiume” è l’azione più significativa e innovativa tra quelle dedicate alla biodiversità nel Pnrr italiano – ma anche, come abbiamo già raccontato, la più discussa a livello locale. Impegna trecentocinquantasette milioni e dovrebbe, a cose fatte, ripristinare la funzionalità degli ecosistemi fluviali per cinquanta chilometri, entro marzo 2026. 

Fin dall’estate del 2023, sono stati soprattutto gli imprenditori nei settori della pioppicoltura e del legname a esprimere il proprio disappunto nei confronti del progetto, criticando sia gli espropri previsti lungo tutto il corso del fiume per permettere le opere di restauro degli habitat, sia il concetto stesso di rinaturazione. 

«Confagricoltura, a tutti i livelli, ha più volte manifestato una ferma contrarietà al progetto – ha ribadito Gasparini a inizio settembre –. In generale l’idea soggiacente sembra non considerare come l’opera di rinaturazione del fiume non possa di fatto riportare il corso d’acqua a quando si muoveva libero in una pianura alluvionale, a meno di non ritenere infestante l’essere umano stesso. Gli ettari in questione rappresentano non solo capacità economica delle imprese, ma ricchezza locale per le filiere produttive e per l’economia con impiego di forza lavoro». 

Questa posizione è stata amplificata anche da parte del mondo politico di destra e centrodestra, in tutte le Regioni coinvolte dal progetto, trovando ad esempio in Alessandro Beduschi, assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, un importante alleato. Il messaggio lanciato da produttori e rappresentanti politici è stato quello di un progetto, sempre nelle parole pronunciate di recente da Gasparini, «regressivo e potenzialmente pericoloso per la natura, che non va incontro in nessun modo alle esigenze del mondo agricolo». 

Gli interventi del secondo stralcio. Fonte: AiPO

Eppure, documenti e comunicati stampa di AiPO, l’Agenzia Interregionale per il fiume Po, raccontano tutta un’altra storia, visto che è proprio intorno alle esigenze degli agricoltori che il progetto è stato ridefinito all’inizio del 2024. Il 12 gennaio, AiPO scriveva infatti che per rispondere alle richieste di Confagricoltura e Federlegno erano state «ridotte le aree interessate dagli interventi. Di conseguenza, sono minori rispetto alla prima elaborazione anche espropri e revoche di concessioni». Non solo: sempre per proteggere le coltivazioni, gli interventi di vera e propria rinaturazione erano stati limitati solo all’interno della “fascia di mobilità”, quindi nelle immediate vicinanze del fiume.

Nella stessa occasione, erano state condivise informazioni sui primi cinque interventi – due in Piemonte, uno in Lombardia e altri due in Emilia-Romagna, nella zona di Parma –, chiamati “schede prioritarie”, in cui le aree da espropriare o acquisire erano già scese di oltre il quaranta per cento. Il 2 ottobre, con un incontro pubblico, AiPO ha dato conto dei lavori avviati proprio in queste zone, proponendo una narrazione ben diversa da quella di Confagricoltura. Gianluca Zanichelli, direttore di AiPO, ha spiegato che «le prime cinque schede sono tutte attualmente in fase di rinaturazione. Gli interventi si chiuderanno a fine anno, con una considerevole economia. I fondi risparmiati verranno investiti nei prossimi interventi». 

In queste “schede” sono iniziate opere di piantumazione, di riattivazione delle lanche, di lotta alle piante infestanti, ma sempre cercando di danneggiare il meno possibile i pioppeti. «Ci sono zone, come quelle delle schede situate nella zona di Parma – ha raccontato Zanichelli –, dove la coltivazione di pioppo è più sviluppata. Certo, l’impatto zero è impossibile, e infatti alcune aree le abbiamo comunque acquisite, ma è stato veramente il minimo indispensabile. In questi casi, abbiamo scelto di procedere con un intervento minimale, pensato solo per riattivare la lanca. In questo modo sono stati mantenuti tutti i pioppeti autorizzati. Ne abbiamo anche trovati di abusivi, che abbiamo ovviamente segnalato». 

Zanichelli ha aggiunto che tutto questo è stato possibile solo «dopo un grosso lavoro di compromesso con le associazioni di categoria. Raggiungere un equilibrio con gli stakeholder è stata la cosa in assoluto più difficile». Adesso, il processo di negoziazione si ripeterà per le successive venticinque schede, che coprono gli ultimi trentasette chilometri di rinaturazione. Secondo Zanichelli, l’intero progetto «è uno sforzo immane, complesso e multidisciplinare. Bisognerebbe potenziare AiPO».

L’obiettivo finale, oltre a riportare biodiversità lungo il fiume, è, come ha ricordato sempre il 2 ottobre l’ingegnere Andrea Colombo dell’Autorità di Bacino (AdbPo), «farlo muovere un po’ di più, perché gli spazi di mobilità che esistevano circa cinquanta-sessant’anni fa ormai non esistono. Ricordiamo che questa nuova idea sulla gestione dei fiumi non è nata con il Pnrr, esiste in Italia e in Europa da oltre quindici anni. A poco a poco, è stata sviluppata una visione integrata, secondo cui questi fiumi non sono canali e non possono essere governati come tali». 

Colombo ha anche aggiunto che «quello che è appena successo in Romagna non deve spingerci a concentrarci solo sulle emergenze, bisogna capire cosa può succedere in tutte le aree del distretto. Bisogna agire in fretta e sperare che al fiume lo spazio basti, anche se forse in futuro bisognerà immaginare qualcosa di più». Non a caso diversi gruppi ambientalisti – tra cui alcune sezioni di Legambiente situate nei Comuni che seguono il corso del Po – avevano definito il progetto Pnrr troppo “timido” nei suoi propositi, già prima del compromesso con gli agricoltori.

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