Nuove vociLe scrittrici moderne parlano di donne disinibite e ciniche, senza peli sulla lingua

Forse è troppo presto per annunciare una corrente letteraria, ma è la prima volta che giovani donne tra i venti e i trent’anni interpretano il mondo fluido, precario e metropolitano attraverso una prospettiva autobiografica

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Jane vive a New York. Lavora per una società di pubbliche relazioni che si occupa di trattamenti di benessere. È insoddisfatta e infelice in senso classico: salta da un appuntamento all’altro, reperendoli quasi tutti sulle app di incontri. Il sesso non le piace quasi mai, ma affronta il desiderio di avere un fidanzato con truce determinazione. È persistentemente, sottilmente arrabbiata perché non si sente bella a sufficienza e ritiene che diventando ricca la sua vita migliorerebbe all’istante. Studia per ore il profilo Instagram di donne magre, bionde e realizzate. Possiede un vasto armadietto di prodotti di skincare. Vorrebbe la pelle di un lattante. Detesta il lavoro che svolge, ma non può permettersi di lasciarlo perché ha un debito di migliaia di dollari con l’assicurazione sanitaria.

Lei è la protagonista di “Luminosa”, il romanzo d’esordio della scrittrice statunitense Jessie Gaynor, acclamato come un successo dalla critica e pubblicato in questi giorni in Italia con la casa editrice 66thand2nd. Un tale sguardo disincantato sulla realtà che ci circonda e che è diventato tanto ricorrente all’interno della narrativa contemporanea, da avere sancito un nuovo filone generazionale e femminile. Forse è troppo presto per parlare di corrente letteraria, ma di sicuro è la prima volta che giovani donne tra i venti e i trent’anni interpretano il mondo fluido, globalizzato, precario e metropolitano in cui viviamo attraverso un punto di vista soggettivo, da una prospettiva autobiografica. Come Jane, la maggior parte delle protagoniste dei testi che hanno di recente scalato le classifiche sono alle prese con i social network e i dettami del consumismo imposto dalle aziende.

Copertina del libro “Luminosa”. Editore 66thand2nd

Hanno contratti a scadenza, parlano di capitalismo e trattano i loro appetiti sessuali con cinismo, considerando che sono assolutamente consapevoli delle scarsissime possibilità che vengano effettivamente soddisfatti. Jane ordina pad thai da asporto, si masturba solo con il supporto del vibratore e utilizza il termine “scopare”, anche se non ha il coraggio di ammettere al ragazzo con cui va a letto che il sesso tra loro non è stato un granché. In questo senso, Sally Rooney e Elif Batuman sono considerate le pioniere di un certo modo di esprimere i codici linguistici, storici e sociali del loro destino di giovani donne nate alla fine del secolo.

Parlando de “L’idiota” (Einaudi, 2018), seguito dal secondo volume “Aut aut” (Einaudi, 2024), Elif Batuman ha dichiarato che il suo obiettivo era quello di raccontare l’esperienza vissuta durante gli anni Novanta in un prestigioso college americano – ad esempio,  le letture che faceva e il contesto che abitava – ma soprattutto, domandarsi retrospettivamente perché certe cose sono andate in un modo e non in un altro, perché le scelte che hanno poi determinato la sua vita sono state proprio quelle. In altre parole, quali sono gli elementi indotti e quali invece quelli autenticamente spontanei all’interno dell’esistenza femminile? Sally Rooney, si sa, è diventata a suo modo una specie di celebrità. Citata da tutti i giornali, virale perfino su TikTok, eletta a portavoce dei millennials.

Copertina del libro “Aut-aut”. Editore Einaudi

Forse a causa delle atmosfere ludiche e mai del tutto messe a fuoco che ha saputo restituire, nonostante l’uso di una prosa secca, rapida, quasi burbera. Che siano studenti o lavoratori del settore creativo, i protagonisti dei suoi romanzi hanno in comune un vago senso di indecisione esistenziale, rapporti ambivalenti, il desiderio confuso di divertirsi. Sono forti, disinibiti, ciarlieri e contemporaneamente soli e smarriti. Così come la voce narrante de “Il mio anno di riposo e oblio” (Feltrinelli, 2019) di Otessa Mosfegh, cinica, sferzante, ironica e tutta tesa a descrivere l’arco temporale di una depressione. Una ragazza che ha «il fisico di una top model», ricca, bella, vestita alla moda, che non avrebbe bisogno di lavorare e tuttavia ha un impiego in una galleria d’arte in centro a Manhattan decide improvvisamente di chiudersi in casa e mettersi a dormire. Stacca il telefono, smette di sottoporsi a snervanti sessioni di cura del corpo, indossa vestiti comodi e comincia a consumare le sue giornate in uno beato, stordito dormiveglia davanti alla televisione.

Copertina del libro “Il mio anno di riposo e oblio”. Editore Feltrinelli

Il libro è stato un tale successo che Yorgos Lanthimos, regista greco, ha acquistato i diritti allo scopo di farne un film. Forse perché ha esposto un fenomeno latente, che poi è stato sapientemente interpretato dall’attrice statunitense Zendaya nella serie tv “Euphoria” ed è diventato un trend sui social network: la modalità goblin, ovvero l’abbruttimento di sé rivendicato con gioia all’interno di un’epoca che si regge su rigidi parametri estetici.

In Italia, le stesse atmosfere tipicamente americane, vivaci, venate da una tagliente freschezza si trovano nei romanzi di Giada Biaggi, quali “Il bikini di Sylvia Plath” (Nottetempo, 2022) e “Comunismo a Times Square” (Feltrinelli, 2024). Qui New York viene travasata di poco dentro Milano: le sue protagoniste sono colte, frequentano le feste e i salotti, discorrono imperturbabilmente di forme artistiche d’avanguardia e di patriarcato negazionista, ma poi faticano a pagare l’affitto del monolocale dove abitano e non riescono a non restare impigliate tra le trame di meccanismi di dipendenza e «amori tossici», per citare un’altra espressione generazionale. Ovviamente il rischio di trasformare questi personaggi femminili in feticci è sempre dietro l’angolo.

Copertina del libro “Comunismo a Times Square”. Editore Feltrinelli

È uscito a gennaio “Sad girl. La ragazza come teoria” (66thand2nd, 2023), una sorta di memoir in cui l’autrice, Sara Marzullo, indaga il desiderio sottile di identificarsi nei prodotti e nelle narrazioni pensati per le ragazze, su cui si è costruita una certa idea di personaggio femminile. In particolare, da “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides (Mondadori, 2019) fino a certe edizioni delle poesie della scrittrice americana Anne Sexton (1928-1974), che insieme alle opere della sua collega Sylvia Plath ha avuto una forte influenza sulle donne delle generazioni a venire, dovuta al loro essere artiste tormentate, sensibili e maledette e non all’effettiva qualità della produzione poetica.

Copertina del libro “ Sad Girl”. Editore 66thand2nd

La tristezza è stata resa un cliché al punto da non capire dove e quando è iniziata la propria. Come sintetizza l’attrice statunitense Winona Ryder, in “Ragazze interrotte”, un altro film cult del 1999 per le languide adolescenti dell’epoca e citato da Sara Marzullo: «Forse ero pazza e basta, forse erano solo gli anni Sessanta». E anche se in bocca a lei suona di sicuro più affascinante, siamo tutti l’esito imponderabile di complicati processi storici e può essere che vada bene così.

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