Verità distorteIl sottile filo russo tra la Brexit e il referendum in Moldova

I due Paesi hanno affrontato dei referendum significativi in merito all’adesione all’Unione Europea, evidenziando divisioni interne e l’impatto della disinformazione. E, in entrambi i casi, sono emerse preoccupazioni riguardo alle interferenze esterne e all’uso di campagne di manipolazione sui social media

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C’è chi prova ad entrare nell’Unione europea, come la Moldavia, e chi ne è uscito, come il Regno Unito. In entrambi i casi, i referendum hanno fotografato due paesi smezzati. I due Stati e le rispettive situazioni politiche, economiche e sociali sono estremamente differenti. C’è però un filo rosso – russo? – che le collega: un intreccio di attività di disinformazione, diffusione di fake news e ingerenze esterne. Domenica scorsa in Moldavia si è votato per le elezioni presidenziali e per un referendum costituzionale. La domanda era: «siete favorevoli all’adesione della Repubblica di Moldavia all’Unione Europea?». Ha votato il 51,7 per cento degli aventi diritto, un milione e mezzo di cittadini. Il 50,46 per cento ha detto sì. Il 49,54 per cento ha votato no. Appena undicimila voti di scarto.

La presidente moldava europeista Maia Sandu, nella notte in cui ancora si contavano le schede e l’esito era appeso a un filo, ha parlato di interferenze sporche, di forze straniere che, insieme a gruppi criminali, hanno manipolato il voto, di attacchi ibridi e di una compravendita di trecentomila voti. Otto anni fa, il 23 giugno 2016, sempre tramite un referendum, si chiedeva ai cittadini britannici: «Il Regno Unito dovrebbe restare un membro dell’Unione europea o dovrebbe lasciarla?». Rispose oltre il settantadue per cento degli aventi diritto, per un totale di trentatré milioni e mezzo di persone. Il 51,89 per cento barrò la crocetta «Leave», il 48,11 per cento scelse l’opzione «Remain», con una differenza di poco più di un milione. Fu la Brexit.

Anche allora, l’incredulità per quel risultato inaspettato che apriva un processo senza precedenti portò a cercarne – e in parte a individuarne – le cause nella  disinformazione e diffusione di fake news, nonché nelle interferenze esterne. Cerchiamo il bandolo della matassa. Per «disinformazione» si intende la diffusione intenzionale di notizie false o distorte al fine di influenzare le azioni e le scelte di qualcuno. Le minacce ibride sono una combinazione di attività coercitive e sovversive, di metodi convenzionali e non convenzionali – ad esempio cyberattacchi – utilizzati da entità statali e non. Il termine «Fimi» indica la manipolazione e l’interferenza di informazioni estere. 

A partire dalla pandemia di Covid-19 e dalla guerra russa contro l’Ucraina, la disinformazione, la manipolazione e le minacce ibride sono sempre più all’ordine del giorno. Nel 2023, il Servizio europeo per l’azione esterna ha riscontrato settecentocinquanta casi di manipolazione e interferenza di informazioni estere, prevalentemente provenienti dalla Russia e mirati all’Ucraina. Non a caso, nel 2024, il Parlamento europeo ha approvato due risoluzioni: la prima, relativa alle ingerenze russe nello stesso Parlamento europeo, in previsione delle elezioni; la seconda, destinata a rafforzare la resilienza della Moldavia dinanzi alle interferenze russe, in vista delle vicine elezioni presidenziali e del referendum costituzionale sull’integrazione nell’Ue.

A guardar bene, però, la guerra ibrida condotta dalla Russia era già stata rilevata anche prima. Un esempio significativo ne è la Brexit – il filo russoGià nel 2015, il Servizio europeo per l’azione esterna aveva messo in piedi la East Stratcom Task force per tracciare la disinformazione, sfatarla e dare sostegno al giornalismo autentico negli ex paesi sovietici e del partenariato orientale. Successivamente, l’Ue ha varato un codice di condotta sulla disinformazione e un Piano d’azione contro di essa. Ma combattere la disinformazione è un po’ come lottare contro i mulini a vento: essa si insinua in modo invisibile.

Partiamo da Chișinău. La Moldavia ha dichiarato la propria indipendenza nel 1991, a seguito della caduta dell’Unione sovietica. Lungo il confine con l’Ucraina si trova la Transinistria, repubblica separatista a maggioranza russofona di origine ucraina e russa. Qui, nel 2006, si è tenuto un referendum – non riconosciuto a livello internazionale – sulla «libera adesione della Transnistria alla Federazione Russa», sostenuto dal novantotto per cento degli elettori transnistriani. Inoltre, vi è la regione autonoma della Gagauzia, che ospita una minoranza turca russofona.  

Negli ultimi anni, la Moldavia è divenuta target della guerra ibrida condotta dalla Russia, la quale, come riportano le forze dell’ordine locali e dichiarano varie organizzazioni internazionali, ha capillarmente investito nella disinformazione. Di conseguenza, l’interesse geopolitico intorno e all’interno al paese si è intensificato, in particolare per quanto riguarda la sicurezza europea e la strategia di stabilizzazione regionale. Anche per questo, nel 2023, l’Ue ha istituito la missione civile di partenariato nella Repubblica di Moldavia (Eupm Moldova), con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza nella gestione delle crisi e delle minacce ibride. E anche per questo, nel giugno 2024 sono cominciate le negoziazioni di adesione all’Ue, che hanno portato al referendum di domenica.

«Centotrenta leader territoriali, millenovecentoventisette presidenti di settore, più di cinquantamila attivisti che reclutano e dirigono l’attività del gruppo di simpatizzanti, che ammonterebbero a settantamila»: secondo l’Ispettorato nazionale per le indagini, congiuntamente con l’Ufficio del Procuratore anticorruzione, sono questi i numeri e l’intelaiatura dell’organizzazione criminale che avrebbe manipolato le votazioni di domenica in Moldavia. Gerarchica e ben organizzata, composta da persone che si trovano su territorio russo, con l’obiettivo di reclutare, dietro compenso, partecipanti alle elezioni. Le istruzioni per il voto sarebbero state condivise via Telegram: «No» al referendum e nome del candidato da scrivere. 

Una struttura che farebbe capo al già noto Ilan Shor, oligarca moldavo e leader del partito politico Șor, dichiarato incostituzionale. Shor è nella lista delle persone sanzionate dall’Ue dal 2023. Condannato a quindici anni per frode bancaria, sembra che usasse i soldi per minare la sovranità moldava, creando disordini e raduni violenti nel paese e facendo propaganda pro-Cremlino. La suddetta lista è stata aggiornata nell’ottobre 2024; sono state aggiunte cinque persone, tutte collegate a Shor e al Partito Șor, più l’associazione Evrazia, che funge da canale per fornire finanziamenti provenienti da una banca russa e da Shor ai cittadini e ai progetti infrastrutturali in Gagauzia. 

Shor riceve sostegno anche dalla rete Rt, ex Russia Today, finanziata dallo Stato e attiva in operazioni di attacchi informatici, ingerenze, e guerra dell’informazione, come denunciato sia dal Parlamento europeo, sia dai governi di Stati Uniti, Regno Unito e Canada. Ed ecco il filo russo che ci riporta nel 2016, a Londra. L’agenzia di comunicazione britannica 89up.org, in un report pubblicato su Il Times e sull’Observer nel 2018, dice di aver rilevato un’interferenza russa sui social media a favore della Brexit per un valore fino a 4,6 milioni di euro durante la campagna elettorale. Nell’ambito dello stesso report, si sottolinea che Rt e Sputnik (altra emittente di Stato bloccata e sanzionata dall’Ue), nei sei mesi precedenti alla Brexit, pubblicarono più di duecentocinquanta articoli sul tema, provocando centotrentaquattro milioni di impressioni potenziali. Una diffusione tre volte superiore a quella delle due campagne ufficiali per la Brexit, Vote Leave e Leave.Eu.

Come riportato dal Congresso americano e confermato da studi dell’università di Swansea e di Berkeley, furono utilizzati dei bot, ovvero dei programmi software automatizzati che imitano le azioni umane, eseguendole in modo ripetitivo. Nello specifico caso, hanno ampliato la notizia e e ne hanno amplificato la diffusione. Si stima che la diffusione di contenuti tramite bot russi sia stata equivalente a un terzo di quella raggiunta dagli account ufficiali della campagna. I ricercatori hanno tracciato oltre centocinquantamila account russi che menzionavano l’hashtag #Brexit, e nelle quarantotto ore precedenti al voto, gli account russi hanno inviato oltre quarantacinquemila messaggi.

I contenuti degli articoli e dei messaggi erano spesso fuorvianti ed esagerati, se non addirittura falsi. Ad esempio, parlavano del tema migratorio, allarmando con la minaccia di ingenti e imminenti flussi di rifugiati; oppure menzionavano complotti orchestrati dalla Cia nell’Ue. Uno degli argomenti più diffusi riguardava l’imminente arrivo di settantasei milioni di turchi in Europa, una notizia completamente falsa.

Tutto ciò, indipendentemente dall’influenza russa nelle situazioni di elezioni o referendum, apre una riflessione più ampia sul ruolo dei social media e sulle norme che ne regolano l’utilizzo, in particolare durante le campagne elettorali. Attraverso la diffusione di notizie false e la profilazione politica, i social network non solo riescono a sapere cosa piace agli utenti e cosa potrebbero comprare, ma anche per quale partito potrebbero votare. In questo modo, i post pubblicitari vengono indirizzati in modo mirato.

Secondo un rapporto della Commissione di intelligence del Parlamento britannico, pubblicato nel 2020 dopo oltre un anno di stallo per volontà di Downing Street, l’influenza russa sul Regno Unito è «la nuova normalità». Ci sono evidenze credibili che ciò sia avvenuto durante il voto referendario scozzese del 2014 e durante quello relativo alla Brexit. Al momento però non è chiaro se queste azioni abbiano avuto un impatto sul risultato, poiché si è intervenuti troppo tardi per contrastarle

Per iniziativa di alcuni deputati inglesi, quest’ultima vicenda è arrivata fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo: non indagando sul possibile filo russo di interferenze nel voto, il governo britannico ha garantito elezioni libere e regolari? Al momento, a fronte di varie indagini e molti studi, non risultano esserci sentenze che sanciscono un rapporto diretto tra risultati elettorali e attività di influenza.

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