Casa a BelgradoLa Serbia ha ospitato trecentosettantamila cittadini russi da febbraio 2022

Da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina, molti abitanti di Mosca, San Pietroburgo e altre città si sono trasferiti nel Paese balcanico, dove hanno trovato chi è disposti ad accoglierli

AP/Lapresse

«Fate sentire la russian energy!», ha urlato Jared Leto durante un recente concerto a Belgrado. C’è da chiedersi a quale energia si riferisse il frontman dei Thirty Seconds to Mars, e perché è possibile invocarla proprio in Serbia, nel cuore dell’Europa, nonostante la Russia sia da quasi tre anni il Paese che in Europa ha condotto una guerra d’invasione, entrando con i carri armati in territorio ucraino.

L’invasione ha forzato una diaspora di cittadini russi in direzione di Belgrado, Novi Sad e altre grandi città serbe, già iniziata con la guerra nel Donbas. Nella capitale, in particolar modo, si è costituita una comunità di russi che ha trovato nel più grande Paese della penisola balcanica un luogo sicuro in cui emigrare al di fuori delle restrizioni imposte dall’Unione europea.

Per quanto le stime non siano precisissime, da febbraio 2022 si contano circa trecentosettantamila cittadini russi che hanno presentato domanda di residenza temporanea in Serbia. Fra tante motivazioni, la facilità d’ingresso per chi è in possesso di un passaporto russo e una serie di agevolazioni di natura fiscale proprio per chi, dalla Russia, decide di avviare un’attività imprenditoriale in territorio serbo. Alla fine del 2023 i dati dell’Agenzia del registro delle imprese fotografavano oltre novemila nuove imprese fondate da cittadini russi, un numero che entro il prossimo dicembre potrebbe continuare ad aumentare dal momento che i neoimprenditori possono avere accesso a un permesso di soggiorno temporaneo della durata massima di tre anni.

Tutto questo è possibile perché Belgrado continua a intrattenere un dialogo costante e cordiale con il Cremlino. «A Belgrado nel giro di due anni la popolazione giovanile russa è cresciuta a dismisura e non è raro incontrare comitive di ragazze e ragazzi che parlano o cantano in russo nei parchi e nei locali», racconta a Linkiesta Srdjan, ragazzo serbo di trent’anni, che vive e lavora nella capitale da quando era poco più che maggiorenne. «Molti miei connazionali hanno accolto con favore l’ondata di arrivi dalla Russia, ma credo che in pochi abbiano capito veramente il motivo che ha spinto queste persone ad andarsene», continua. Nonostante siano trascorsi quindici anni dalla domanda di adesione all’Unione europea, la Serbia ha sempre mantenuto attivi i canali con la Russia aggirando anche la sottoscrizione delle sanzioni. La maggior parte della popolazione condivide, inoltre, una posizione filoputiniana anche in relazione all’invasione dell’Ucraina: secondo una falsa narrazione largamente diffusa nel Paese, è stato l’Occidente a provocare Mosca, costringendola a una reazione necessaria, come da propaganda del Cremlino.

Poi tra i cittadini russi entrati in Serbia ci sono anche alcuni contrari alle politiche del regime di Vladimir Putin. La guerra in Ucraina, ad esempio, ha rappresentato per tantissimi giovani un ulteriore incentivo a lasciare il proprio Paese, evitando la leva. Lo scorso marzo la rielezione di Putin ha innescato un’ondata di proteste anche fra la comunità della diaspora russa, con strascichi che si sono trasformati in scontri durante le manifestazioni contro il Cremlino e aggressioni fisiche a danno degli oppositori dell’autocrate. È il caso di Ilya, studente di relazioni internazionali di Kazan costretto a lasciare la sua casa e la sua famiglia dopo essere stato arrestato e malmenato a una manifestazione: una volta trasferitosi a Belgrado, Ilya è stato picchiato da cinque uomini serbi per aver imbrattato un murale che recitava “Morte all’Ucraina!”.

Le relazioni fra i due Paesi, però, non si riducono soltanto a un via vai di persone, al chiacchiericcio in russo tra le vie delle città o alle boutique di alta moda originarie di San Pietroburgo e dintorni. Gli scambi sull’asse Mosca-Belgrado si sono intensificati più che mai trovando nell’economia il vettore principale e nel gas la moneta di scambio non solo più pregiata, ma anche quella maggiormente densa di significato. Nel 2022 la società più redditizia di tutto il Paese è stata la Nafta Industrija Srbije (Nis), compagnia petrolifera la cui maggioranza delle quote azionarie è in mano a Gazprom. Non solo: il colosso del gas è molto attivo anche sul fronte sportivo, dove in dieci anni ha versato nelle casse dello storico club calcistico della Stella Rossa Belgrado circa cinquanta milioni di euro e foraggiato considerevolmente anche la squadra di pallacanestro del Partizan tramite un accordo di sponsorizzazione attraverso la stessa Nis.

Politica, cultura e soldi, tanti soldi. Il filo che tiene unite Russia e Serbia è ben saldo nonostante alcune ambiguità di fondo. Su tutte, il rifiuto di Belgrado di aderire alle sanzioni Ue contro Mosca e il contemporaneo, apparente impegno del presidente Aleksandar Vučić nel percorso di integrazione europea. Insomma, cooperazione e affinità si intrecciano a un’attenta valutazione delle prossime mosse da fare sullo scacchiere in cui la Serbia si trova a giocare una partita delicatissima, sia per quanto riguarda gli equilibri interni sia per le politiche di allargamento dei confini europei nei Balcani.

Ma per il momento la realpolitik continua a essere prevalente: a fine 2023, le incertezze legate proprio all’approvvigionamento del già citato gas russo hanno spinto la Serbia a firmare un accordo di fornitura con l’Azerbaigian distaccandosi così dall’esclusività della dipendenza russa. Perché se anche Mosca tentasse di dimostrare il contrario, al momento i termosifoni alimentati a rakia non sono stati ancora inventati.

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