Il falò delle vanitàL’ambizione di sentirsi Proust, e il confronto tra Valerio Renzi e Diandra Giuli

“Temptation Island” interpreta il modello contemporaneo di coppia, con lei che ha più successo e lui che le declama una lettera d’amore, espressione della fragilità del maschio bianco. Siamo già pronti per uno spin off politico

(Courtesy Mediaset)

Valerio, io sono stata te. Valerio, nessuno ti capisce quanto me. Valerio, tu non sai quanto ci siamo somigliati, io ero come te fin verso i trent’anni e tu hai l’aria d’esser più vicino ai cinquanta, ma insomma, il tempo è un cavillo (che sembra una frase tua, uno dei tuoi «La solitudine non è fisica», uno dei tuoi «L’attenzione per me è benzina, e sono in riserva da anni», uno dei tuoi «Sono una persona ipermegarispettosa»: non capisco cos’aspettino a produrre il frasario di Valerio).

Valerio, siediti, devo spiegarti quanto mi specchio in te. Non nella tua facilità aforistica e neanche nella tua confusione geografica, quando dici di voler tornare a casa a Brindisi e il pubblico si chiede compattamente in che senso casa, con quella dizione di uno che non s’è mai allontanato dalla Tiburtina, in che senso non saresti romano.

Non mi rispecchio precipuamente nel tuo terrificante gusto guardarobiero, cioè un po’ anche in quello, quand’ero abbastanza giovane da essere te mi vestivo talmente male che potrei persino aver messo qualcosa di assimilabile al doppiopetto vinaccia con cui sei andato al primo falò di confronto con Diandra – ma non è quello, Valerio, che ci gemella.

È il compiacimento della propria prosa, Valerio. Quello per cui hai chiesto il secondo falò di confronto. Scusami se dico cose che già sai, ma devo spiegare il contesto a quei due o tre lettori che non guardano “Temptation Island”, non certo perché così kitsch da preferire Floris o la Berlinguer, ma perché – lo so che ti sembra incredibile, a te col tuo part time, a te che aborri le ambizioni e la carriera in Diandra e un po’ in generale nell’umanità, a te che ambisci solo a decapitare champagne possibilmente pagato da qualcun altro – a volte si ha troppo da fare per guardare “Temptation Island”.

Anzi, devo ringraziare A., che sapendo che in questo periodo non ho il tempo neanche di piangere mi ha segnalato che non potevo perdermi voi due, mi ha fatto correre a recuperarvi, mi ha fatto capire che il paese reale è una combinazione di schemi classici che riescono a creare risultati sempre sorprendenti.

Tu e Diandra, per esempio, siete il posto fisso di Zalone e quella mia sempre confermata fissazione che niente devasti una coppia come il fatto che lei abbia più successo di lui. Non importa se coi soldi di lei fa la bella vita anche lui: comunque scalpiterà.

In “Disclaimer”, la cosa più kitsch che abbia visto in tv di recente (sì, lo so che i critici veneziani vi hanno detto che è un sofisticato capolavoro: è che vedono Apple+, vedono Cate Blanchett, vedono Alfonso Cuarón, ed ecco che il ceto medio da riflessivo si fa complessato), c’è una scena madre ridicolissima causa scoperta di corno estivo di vent’anni prima.

Sei lì che ti chiedi ma com’è possibile che questa coppia sposata da trent’anni, che questi due inglesi assai benestanti si agitino tanto perché lei un’estate di inizio secolo si è sdraiata uno, ma non ci crede nessuno, orsù, mica sono americani con la loro idea beghina di monogamia. Poi si capisce. Quando Sacha Baron Cohen, con l’aria contrita che hanno i comici che a un certo punto vogliono un copione drammatico perché gli sembra d’esser troppo vecchi per fare i buffoni, rinfaccia alla moglie che dopo quell’estate lei volle tornare a lavorare. La moglie è una donna di gran successo, nella puntata precedente un suo documentario ha preso un premio importantissimo, mentre lui è uno che ha ereditato i soldi di famiglia: il problema non sono le corna.

Più i democratici americani si agitano per dire che non si può essere così ottusi e retrogradi da non volere il presidente donna, più Doug Emhoff gongola alla prospettiva d’essere principe consorte di Kamala Harris, più io capisco perché vincono le destre. Nessuno è più fragile del maschio bianco, potete raccontare tutte le fiabe che volete sul patriarcato, ma se non capite questo dove vogliamo andare, se non capite questo chiudetevi a un seminario su Valerio e Diandra.

Il contesto, dunque. “Temptation Island”, i cui responsabili del casting dovrebbero prendere il Nobel per la Letteratura ma pure quello per la Fisica, viene a ogni stagione annunciato da spot in cui le coppie si presentano. Valerio e Diandra abbiamo subito capito tutti che erano i migliori: lei imprenditrice smaniosa che vuole restare a Roma, lui due cuori e una capanna che vuole trasferirsi a Brindisi mollando tutto tanto gli basta un panino in riva al mare. Certo, a volte le promesse degli spot non vengono mantenute. Questa volta, invece.

Divagazione, ma neppure tanto. Non conosco neanche un autore televisivo che non si balocchi con l’idea di metter su un “Temptation Island” della politica. Non conosco neanche un autore televisivo, anche, che stamattina non mi telefonerà dicendo ma sei una stronza, ma non ti si può mai dire niente, ma hai svelato la mia idea al mondo. Ognuno di questi tapini è convinto che l’idea di mettere al falò di confronto Matteo Renzi e Alessandro Giuli, dopo averli fatti passare per il rituale dell’«ho un video per te», ognuno di questi avanzi d’angeloguglielmismo è convinto che sia un’originalissima idea sua, mica il naturale decorso del format.

Certo che prima o poi un “Temptation Island” coi politici ci sarà (quanto ancora possiamo romperci i coglioni coi talk a costo zero? Quanto può durare una tv senza idee in cui i giornalisti parlano coi giornalisti?), ma il gigantesco non detto, il problema vero, l’irrealizzabilità (per ora) dell’idea (e chiunque faccia tv sa che un’idea senza realizzazione non è un’idea) sta in: dove lo trovi un Filippo Bisciglia della politica?

A chi fai dire «Matteo, ho un altro video per te»? Chi ci sarà dopo Bisciglia, e respirerà il prossimo «Voglio completare il mio percorso» sperando d’avere davanti il nuovo Oronzo? (Ma come chi è Oronzo, ci sono dunque tra i lettori di questa pagina anche individui che non hanno mandato a memoria il “Temptation Island” dell’estate 2018?). Fine divagazione.

Dunque, Valerio, tu dopo aver fatto lo sborone (come tutti gli uomini nella storia di “Temptation Island”) con gli altri partecipanti, dopo aver detto ma io la mollo, ma io me ne vado, ma io mi sono stufato, dopo aver maramaldeggiato come un Renzi qualunque, il giorno dopo hai tremebondo (come quasi tutti gli uomini nella storia di “Temptation Island”, un saggio senza pari sulla fragilità del maschio in questo secolo) chiesto un secondo falò.

Ma, e qui sboccia la mia immedesimazione, non l’hai voluto per riparlare alla povera Diandra, macché; l’hai voluto per fare la cosa che preferiamo fare io, te, e alcuni (pochi, almeno tra quelli disposti ad ammetterlo a voce alta) vanesi prosatori di mia conoscenza: rileggerti, rileggerci, rileggersi.

Le avevi scritto una lettera, e gliel’hai voluta declamare. Non importa la prosa, peraltro identica al tuo parlato, piena di «voglio viverti» e altre mostruosità della neolingua. Non importano gli «un percorso diverso che mi avrebbe sicuramente reso un uomo migliore, per te», i «due cuori distanti come lo sono i nostri in questo momento», le mille citazioni dei genitori, quelli tuoi che a Brindisi non possono morire di vecchiaia col figlio distante e quelli di lei che le hanno dato i soldi per fare l’imprenditrice e la tapina vorrebbe rientrare dei costi.

Non importa – importa tantissimo, in realtà – quella «nostra amata cagnolina che ora è in cielo e che tanto ci ha dato la sensazione di essere una famiglia». Importa solo che tu volevi rileggerti perché ti sembrava proprio di averle scritto una lettera bellissima. Non era: ascoltami, ti amo. Era: ascoltami, sono Proust (sì, Valerio, lo so che non hai mai sentito nominare Proust, ma dai retta: è quella la tua ambizione compiaciuta, anche se non lo sai, anche se alla prima subordinata ti perdi).

Non sai quanto mi sono rivista, Valerio. Non sai quanto ho ripensato ai poricristi cui scrivevo lettere sterminate il cui sottotesto era immancabilmente: ma il fatto ch’io scriva divinamente non ti convince ch’io sia la donna della tua vita? Non sai quanto mi sono fatta tenerezza, con quelle ipotassi al posto del reggiseno a balconcino. E quanto ho provato pena per i poricristi dei miei quindici, venti, trent’anni, che si vedevano arrivare pagine e pagine e quasi sicuramente pensavano «ommadonna ora questa vuol parlare dei problemi del nostro rapporto» e quasi sicuramente non le leggevano.

Nel 1996 mandavo pagine e pagine, via fax, al tizio con cui mi stavo lasciando, che in quel momento lavorava agli Europei di calcio in Inghilterra. Mi viene il tardivo sospetto che, quando a tarda sera il portiere gli consegnava rotoli e rotoli di carta termica scritta in lingua forestiera, egli gli dicesse «Butti pure, grazie».

Tu, Valerio, hai trovato l’utilizzo ideale del falò di confronto. «Sei una donna in ascesa, e so che per questo motivo non riesci a dedicarmi il tempo che vorrei»: ma ora ti ho qui, a telecamere accese, e sei costretta ad ascoltare cosa scrivo di te. Se solo Dante avesse avuto il falò di confronto, altro che mandarlo in riserva senza rifornirlo d’attenzione, quella Beatrice.

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