«Che ruolo ha avuto l’omofobia in questa vicenda?», chiede ieri il Corriere a Piero Marrazzo. «Sono certo che, se avessi frequentato una prostituta donna, l’impatto sarebbe stato enormemente minore. Poi sì, tutti vanno ai Pride», risponde lui, ed è una risposta che contiene tre degli infiniti livelli del problema di questo secolo.
Questo non è un articolo su Piero Marrazzo. Non è neanche un articolo sul nuovo libro di Walter Siti (“C’era una volta il corpo”, lo pubblica Feltrinelli), sulla sua idea delle fondamenta culturali della confusione tra i generi sessuali, su «lo sprezzo del corpo mortale» che siamo troppo satolli perché ci appartenga.
Non sono neppure sicura che sia un articolo sulla fine del ruolo d’assessore alla cultura di Livorno che è toccata a Simone Lenzi da lui stesso raccontata qui. Che è, come spesso accade, una vicenda di catene, bastonate, e chirurgia sperimentale, sì. Ma è, come tutto ciò che concerne i guai di questo secolo, un problema solo apparentemente di indicibilità: innanzitutto, è una questione economica.
Doverosa premessa sui conflitti d’interessi. Ho il numero di telefono di Simone Lenzi. Non solo: ho recensito un suo delizioso libro, “Mali minori”, nel 2014. Era talmente tanto tempo fa che esisteva Robinson. Era talmente tanto tempo fa che pensavamo tutti che recensire libri servisse ai libri, servisse ai lettori, servisse.
Tuttavia, non aspettatevi che sia d’accordo con Lenzi. Non lo sono. Così come non lo sono con questo giornale. Faccio persino fatica a essere d’accordo con me stessa, figuriamoci. Andiamo con ordine.
Martedì, Simone Lenzi fa un tweet (o come si chiamano ora) in cui si indigna contro il Fatto quotidiano. La cosa che penso è la stessa che gli scrivo su quel social («ellamadonna»), e la penso e la scrivo perché quest’epoca è vivibile solo se sei me: se te ne sbatti di tutto. Se, come Lenzi, ci sono cose che prendi a cuore, finisce in quel modo che le nostre nonne avrebbero definito «farsi il sangue amaro» più volte al giorno tutti i giorni.
Nella fattispecie, Lenzi era indignato perché sul Fatto era comparsa non so che vignetta di Natangelo. Secondo lui, antisemita; secondo me, che credo di non aver mai usato la dicitura «antisemita» in vita mia e così mi auguro di continuare, era, come spesso accade a quell’autore, una vignetta della quale potrei dire quel che dico di praticamente tutti quelli che non sono Altan, non sono Bozzo, non sono Makkox: una vignetta che non fa ridere, non fa pensare, non fa niente.
(Anni fa ho, come tutti, preso il premio Forte dei Marmi per la satira. Con amici – che l’hanno tutti prima o poi preso – lo chiamiamo il premio canepporci. Ognuno ha un caso di condivisione imbarazzante, l’anno che hanno premiato me hanno premiato anche Tizio, chevvergogna. L’anno che hanno premiato me dirò vilmente che erano tutti bravissimi, ma, per capirci: Natangelo l’ha preso due volte, Lenzi una).
Checché ne dica un collaboratore del Fatto che ieri ha fatto due storie Instagram dicendo a Lenzi «ci vediamo in tribunale, e spero che il Fatto ti levi tutti i soldi» (ma per cosa? per il reato di pensiero magico?), per quel tweet lì non sarebbe successo niente, e la ragione per cui ne sono sicura è che conosco le regole del mondo e ve ne farò dono.
Le parole, che come vedremo tra poco non significano più niente, hanno però ancora un formidabile potere ricattatorio. Non importa se la vignetta di Natangelo fosse solo brutta, come ogni opera ha diritto d’essere; importa che Lenzi implicava «antisemita», che è una parola di fronte alla quale mica puoi discutere. Se dici che Netanyahu è uno stronzo, sei Goebbels. C’è però una parola ancora più ricattatoria, ancora più astratta, e ancora più capace di chiudere il dibattito di quanto lo sia «antisemita»: «transfobico».
E così veniamo a giovedì, quando qualcuno riesuma un tweet di Lenzi del 30 agosto. (Tweet su cui c’è da sei settimane un mio cuoricino, lo dico casomai la like police volesse intervenire, venendo come sempre spernacchiata: ma non demordete, un giorno riuscirete a farmi cacciare da un qualche lavoro, io credo in voi, ce la potete fare).
Era una foto d’una statua alla Biennale, un bronzo col cazzetto tipo quelli di Riace e la scritta «Woman». Lenzi l’aveva commentata così: «Alla Biennale di Venezia ci tengono a farci sapere che la donna quintessenziale ha la minchia. E no, non è che siamo borghesi scandalizzati. Siamo borghesi annoiati a morte da questo lavaggio del cervello, da questa prevedibilità, da questa predica continua».
Ora, c’è una ragione per cui «transfobico» è più efficace, come ricatto dialettico, di «antisemita», e la ragione non è che gli ebrei li odiamo proprio tutti – come sostiene chi vede antisemitismo anche nei film di Woody Allen e nei libri di Philip Roth – e le donne col cazzo no. La ragione è che la religione dei duecento generi sessuali è assai nuova, e quindi fragile, e quindi isterica nel difendere sé stessa e i suoi dogmi. Se trent’anni fa – ma pure dieci – vi avessero detto che «Le donne non hanno il cazzo» sarebbe diventata un’affermazione controversa, avreste riso forte.
Arrubbo per la milionesima volta lo slogan a James Carville: it’s the economy, stupid. Dire ai ragazzi (e agli adulti la cui unica ambizione è non farsi dire «boomer» dai ragazzi) che il genere è un costrutto sociale, che se hai la barba nessuno ha diritto di dirti che non sei una donna, che è una violenza non chiamarti «lei» una volta che alla barba hai abbinato lo smalto per le unghie, che puoi cambiare sesso venticinque volte l’anno e che quello che ti senti d’essere è reale e razionale, tutta questa roba qui è un risparmio gigantesco.
L’hanno capito tutte le sinistre del mondo, che non hanno più alcun bisogno di fare battaglie salariali, quando possono cavarsela con un riposante e gratuito «trans women are women» e un giro sul carro del pride. L’hanno capito tutte le aziende del mondo, che non hanno alcun bisogno di concedere alle operaie pause per andare in bagno o di costruire asili aziendali per i loro figli piccoli: basta che le confezioni dei prodotti siano arcobaleno. «La guerra è un mestiere che gli europei non vogliono più fare», nota Siti; ma pure le trattative per la scala mobile, dico io.
Poi, certo, c’è anche un problema di precise parole (ormai assenti quasi quanto il grande teatro). Di recente la sigla di quelli che Dave Chappelle chiamò «alphabet people», le consonanti LGBSarcazzo che dovrebbero includere di tutto e di più, dalle donne battezzate Ugo in su e in giù, ha aggiunto la consonante K. Sta per «kinky». Un kink è una perversione sessuale, e francamente era ora che si esplicitasse che la questione identitaria è quella: dire a quelli cui si rizza se si depilano le gambe e si mettono il rossetto che sì, sono vere donne.
Naturalmente io, non essendo d’accordo neanche con gli intelligenti come Lenzi, non posso certo essere d’accordo con le opposte invasate, le specularmente isteriche che ti danno della collaborazionista se declini al femminile qualcuno di abbastanza infelice da essere nato col cazzo e mettersi i tacchi. Se uno fa tutta quella fatica, chiamarlo Graziella invece che Arturo mi pare il minimo sindacale di buone maniere, e no, non penso di contribuire così alla cancellazione delle donne (ma cosa dite, ma su, ma riprendetevi).
Personalmente, non dirò a Graziella «tanto lo so che sei un uomo» così come non direi a un cinquenne che si percepisce Uomo Ragno «tanto lo so che non hai i superpoteri»; istituzionalmente, penso che ad Arturo andrebbe curato il cervello invece di mentirgli pietosamente e dirgli che certo, è credibilissimo come donna, e sarei curiosissima di vedere il conto: curargli il cervello costerebbe più o meno che finanziargli la transizione di genere? Perché queste mode imbecilli, questi contentini apparentemente a costo zero, le importiamo dagli Stati Uniti, ma qui c’è la sanità pubblica, e le tette finte di Graziella le pagano le mie tasse.
È a costo zero solo apparentemente, solo finché qualche polemista di destra non si fa venire il dubbio che la lista d’attesa per la sua tac dipenda dalle tette di Graziella: non è vero, come sostengono i più scarsi opinionisti di sinistra, che ci si possa occupare di tutto, che investire su un problema non ne escluda un altro; le risorse sono una quantità finita, l’attenzione è una quantità finita, i soldi sono una quantità finita. «Insieme ai corpi sta scomparendo lo spazio?», chiede Siti; insieme alle priorità del Novecento sta sparendo sì il senso del ridicolo ma forse anche lo stato sociale, ipotizzo io.
Comunque. Simone Lenzi è stato indotto alle dimissioni nonostante le difese di lesbiche e busoni (mi scuso con Chiara Valerio, Anna Paola Concia, Ivan Scalfarotto per la riduzione a preferenza di contenuto mutande, ma mica è colpa mia se viviamo nel secolo dell’identitarismo e nessuna opera di nessuno vale quanto i gusti sentimentali dell’autore).
È stato indotto alle dimissioni con l’accusa di «omofobia», e io vorrei mandare qualcuno con una lavagna a casa di Irene Galletti, consigliera Cinque Stelle alla regione Toscana che si è affrettata a ingiungergli di vergognarsi (Gabibbo, è lei?), ma pure a casa di Marrazzo. Conosco molti busoni, e nessuno andrebbe a letto con una donna col cazzo (e nessuno crede in queste scemenze identitarie postmoderniste, anche se alcuni fingono di crederci per fatturare: teniamo tutti famiglia).
L’omosessualità, gentile Galletti, è proprio quella roba che la statua offendeva e Lenzi difendeva: decidere che vuoi andare a letto con un uomo se sei un uomo, con una donna se sei una donna, e sapere da come si identifica e si pone cosa troverai nelle sue mutande.
Una società sana era una società che sapeva di non aver detto a qualcuno con una malattia mentale: scusa tanto, sei bellissimo, non sei minimamente affetto da patologie della psiche, tu vali, ora scusaci ma non possiamo darti la pensione né abbiamo più soldi per la risonanza magnetica che ti serve, ma i pronomi a tua scelta non te li leva nessuno.
Lo Stato, se sei uomo e t’innamori degli uomini, non ti darà il matrimonio egualitario, sennò poi la reversibilità è un costo, ma è qui per difendere il tuo diritto a metterti il rossetto facendo le boccucce allo specchio, subito dopo esserti fatto la barba. E guarda: per farti capire quanto teniamo a te, ti cacciamo pure l’assessore.