Regimi liberticidiI dissidenti iraniani piangono Kianush Sanjari che si è tolto la vita accusando Ali Khamenei

Meno di ventiquattro ore prima, il giornalista e attivista aveva implorato dal suo profilo X che fossero liberati Fateme Sepehari, Nasreen Shakrami, Tomaj Salehi e Arsham Rezaei, in carcere per avere pubblicamente espresso le proprie opinioni

Nelle stesse ore in cui, a colpi di talk show, ci si indignava per le sparate di Elon Musk, sul social X, il dissidente iraniano Kianush Sanjari annunciava il proprio suicidio, la conclusione, nel peggiore dei modi della sua protesta contro il regime sanguinario di Theran. Meno di ventiquattro ore prima Sanjari aveva chiesto e implorato dal suo profilo che fossero liberati Fateme Sepehari, Nasreen Shakrami, Tomaj Salehi e Arsham Rezaei, in carcere per le proprie opinioni.

«Se la notizia del loro rilascio non sarà pubblicata sul sito della magistratura, mi toglierò la vita in segno di protesta contro la dittatura di Khamenei e dei suoi sodali». Poi, l’ultimo post, sotto un’immagine dall’alto del ponte di Hafez: «Rispetto la parola. Nessuno dovrebbe essere incarcerato per aver espresso le proprie opinioni. La protesta è un diritto di ogni cittadino iraniano. La mia vita finirà dopo questo tweet ma non dimentichiamo che moriamo e moriamo per amore della vita, non della morte. Mi auguro che un giorno gli iraniani si sveglino e superino la schiavitù».

Più si leggono le cronache dell’accaduto, di cui rimangono, a memento, macabri video di assembramenti intorno a un corpo esanime, più si percepisce l’assurdità dei dibattiti nostrani sul free speech guidati da strumentalizzazioni bipartisan. Il giornalista si batteva per gli attivisti Sepehari e Rezaei, la madre della giovane Nika Shakarami uccisa dalle guardie morali nel 2022, e per il rapper Salehi, arrestati e poi reclusi senza alcun processo.

Nessuna protesta tra quelle portate in piazza  in Occidente in questi giorni ha tenuto viva l’attenzione sulle nefandezze del regime iraniano e com’è evidente dallo sviluppo della vicenda, il regime degli ayatollah non ha nemmeno speso una parola. Il giornalista e attivista Kianush Sanjari era impegnato nella lotta per la libertà dall’età di diciassette anni e infatti era noto alla polizia morale e ai magistrati che per più di ventanni l’hanno perseguitato e arrestato molte volte facendogli fare fuori e dentro dal carcere di Evin, nella capitale. In queste celle Sanjari aveva sperimentato la tortura fisica e psicologica che questa teocrazia è abituata a praticare da decenni. Gli amici e compagni di lotta hanno raccontato che il quarantaduenne non ha mai smesso di credere in un Iran libero e democratico, nonostante l’isolamento e l’internamento in una clinica psichiatrica.

«Di notte un’infermiera mi ha iniettato qualcosa che mi ha bloccato la mascella», aveva raccontato pubblicamente su X, «e una volta svegliato, avevo mani e piedi incatenati al letto». La protesta contro le condizioni di detenzione aveva nel giornalista una guida instancabile:  «Saremo sempre con te», scrivono ininterrottamente da ieri sera i dissidenti iraniani sui social di Sanjari.

A dimostrazione di quanto sia irrespirabile il clima di repressione del diritto di parola qualcuno tra i suoi amic solleva il dubbio che Sanjari non si sia effettivamente suicidato ma che sia rimasto vittima di una messinscena del regime che voleva ucciderlo. È già accaduto in passato che le guardie degli ayatollah abbiano inscenato suicidi per fare fuori i dissidenti. Si sa peraltro che Sanjari avrebbe recentemente acquistato un biglietto per gli Stati Uniti, il che farebbe pensare che il suicidio non fosse nei suoi programmi.

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