
«C’è un’incidenza maggiore, purtroppo, dei casi di violenza sessuale da parte di persone immigrate, soprattutto illegalmente». Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ha unito l’utile della perorazione pro-women al dilettevole della vulgata anti-immigrazionista.
È vero che il tasso di criminalità degli stranieri in Italia è più alto di quello degli italiani (anche se sulle violenze sessuali la cosa è forse un po’ più complessa). Del resto è anche vero che il tasso di criminalità dei meridionali emigrati al Nord negli anni Cinquanta e Sessanta era maggiore di quello dei settentrionali, per non dire di quello degli italiani analfabeti e disperati che emigravano in America a cavallo tra Ottocento e Novecento rispetto agli eredi dei Padri Pellegrini.
Non è una così grande sorpresa che una popolazione di maschi giovani, in grande maggioranza senza famiglia e senza istruzione, mossa dalla fame e dalle illusioni e reduce da esperienze di emarginazione e sfruttamento, abbia una maggiore inclinazione al crimine, no? È purtroppo un’evidenza sperimentale. E che ce ne facciamo di queste verità, in Italia?
In genere, due usi uguali e contrari di clamorosa disonestà intellettuale o di cieco fanatismo. Uno irrimediabilmente perdente e l’altro trionfalmente vincente, ma comunque convergenti nell’ignominia o, più benevolmente, nell’errore.
Il primo uso, che è quello che possiamo considerare convenzionalmente di sinistra, è di negare la verità, cioè di non negare i fatti – ché i numeri sono lì ad attestarli – ma di interpretarli in modo da addebitarne la causa a un fattore politico-sociale – diciamo in sintesi: lo sfruttamento capitalistico? – di cui gli stessi stranieri sarebbero vittime disumanizzate, istigate alla violenza e consegnate alla colpa in un subdolo meccanismo espiatorio dai loro cinici sfruttatori. Gli stranieri delinquono di più, certo, ma replicano e restituiscono i colpi che hanno subito e sono la nemesi della nostra crudeltà colonialista.
Il secondo, che è quello della destra reazionaria (che in Italia è tutta la destra che c’è, non essendovene un’altra), è di negare la verità in modo diverso, cioè sostenendo che la differente delittuosità tra immigrati e autoctoni non è una conseguenza inevitabile di qualunque fenomeno migratorio di massa, ma è la prova che l’immigrazione è in sé sbagliata e inquinante, e che la sostituzione etnica non si realizza solo con l’infiltrazione demografica, ma anche con la brutalità e il sopruso fisico da parte degli invasori.
Si tratta, a ben guardare, dello stesso cortocircuito logico e della stessa malafede ideologica che porta l’intersezionalismo sciuè sciuè delle transfemministe a derivare dalla mostruosa sproporzione tra i delitti compiuti dagli uomini e dalle donne (nonché dagli uomini sulle donne e viceversa) un giudizio apparentemente fattuale sulla natura intrinsecamente violenta del maschile, in tutte le sue dimensioni personali e sociali (per non parlare di quella fallocraticamente sessuale).
Però la pretesa di dedurre dalle statistiche giudiziarie conclusioni antropologiche andrebbe trattata anch’essa come una forma di delinquenza, perlomeno culturale. Che si tratti dell’ideologia woke di sinistra contro il “maschio tossico” o di quella di destra contro “l’immigrato tossico”.
Rimane poi il fatto, che non piace alla destra, che senza immigrazione l’America dei primi del Novecento non sarebbe diventata il sogno del mondo, l’Italia degli anni Cinquanta senza i terroni che salivano al Nord non avrebbe avuto il boom economico, e l’Italia di oggi senza extracomunitari sarebbe un cronicario e tra pochi decenni diverrebbe un cimitero, neppure manutenuto.
Rimane però anche l’altro fatto, che non piace alla sinistra, che il governo dell’immigrazione implica inevitabilmente un certo attrito di usi e costumi e pratiche costrittive di adattamento socio-culturale degli immigrati, senza le quali, nel disordine di un’accoglienza da ospedale da campo o da porto franco civile, l’Italia e qualunque Paese ospitante diventerebbe più simile ai posti da cui gli immigrati scappano, che a quelli che sognano di raggiungere.