Labour WeeklyGli stage non sono rapporti di lavoro (ed è meglio così)

In questi giorni si sta discutendo a livello comunitario l’adozione di una direttiva riguardante il miglioramento delle condizioni dei tirocinanti e la lotta ai rapporti di lavoro camuffati da tirocini

(Unsplash)

Proprio in questi giorni si sta discutendo a livello comunitario l’adozione di una direttiva riguardante il miglioramento delle condizioni dei tirocinanti e la lotta ai rapporti di lavoro camuffati da tirocini. In questo contesto è utile sgombrare il campo da una falsa credenza molto diffusa tra i giovani di oggi. Gli stage o tirocini che dir si voglia non costituiscono dei rapporti di lavoro. I tirocini, infatti, consistono in un periodo di orientamento e di formazione con l’obiettivo, tra l’altro, di favorire l’arricchimento di conoscenze dello stagista. In parole povere, mentre i tirocini servono a imparare qualcosa, i rapporti di lavoro si instaurano per vedere retribuite le proprie competenze.

Il problema, come spesso accade, nasce dall’abuso dello strumento. Ogni anno in Italia si attivano circa 300mila tirocini extracurricolari. A questi si devono aggiungere gli stage promossi dalle Università e dalle scuole per favorire l’inserimento lavorativo dei propri studenti. Una quota significativa di questi tirocini viene svolto nell’ambito di professioni poco qualificate, dove risulta oggettivamente difficile comprendere quali competenze deve acquisire un giovane prima di poter sottoscrivere un contratto di lavoro.

Troppe aziende attivano dei rapporti di tirocinio senza attuare alcun percorso formativo specifico finalizzato all’acquisizione delle necessarie competenze professionali. I tutor che le imprese devono assegnare al tirocinante sono spesso oberati di lavoro e non riescono a svolgere efficacemente i compiti formativi previsti dalla legge. Per farla breve, una quota significativa dei tirocini attivati in Italia si concretizzano in rapporti di lavoro subordinato irregolari.

Di fronte a questa situazione verrebbe da pensare che l’unica soluzione possibile per risolvere il problema è quella di ricondurre gli stage all’interno dell’alveo dei rapporti di lavoro. In realtà, questa operazione avrebbe l’effetto di legalizzare l’utilizzo improprio di questo strumento e di fare concorrenza al ribasso alle altre forme contrattuali. Per contrastare gli abusi, gli stage dovrebbero essere governati da regole stringenti in grado di limitare la possibilità di attivazione. La violazione di queste regole dovrebbe essere accertata con un rafforzamento dei controlli e delle ispezioni per garantire agli stagisti la possibilità effettiva di acquisire le competenze necessarie a entrare nel mondo del lavoro.

Dedicare un periodo di tempo limitato della propria vita all’acquisizione di competenze sul luogo di lavoro non è qualcosa che va demonizzato. Purché si impari davvero qualcosa.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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