Una vita in vacanzaPerché il turismo è parte integrante del declino italiano

Il sistema turistico del nostro paese si appoggia troppo su modelli tradizionali, come spiagge e agriturismi, senza investire abbastanza in innovazione tecnologica e promozioni mirate. Un modello vulnerabile al futuro calo demografico e alle fluttuazioni della domanda, sia interna che estera

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I sogni, si dice, muoiono all’alba, e lo stesso vale per molte illusioni sul futuro, anche in ambito economico. Il nostro turismo ne è un esempio emblematico: secondo una certa narrazione rappresenta il settore trainante contro il declino economico italiano e invece finisce per incarnarlo perfettamente. I numeri assoluti delle presenze, ovvero delle notti trascorse dai turisti, sembrano alti a prima vista, parliamo di 81,1 milioni ad agosto, 74,7 in luglio, 52,3 in giugno, ma avvicinando lo sguardo si scopre che, forse a sorpresa, c’è stato un calo rispetto al 2023 e anche rispetto al periodo pre-Covid, che non è stato quindi superato. E i mesi peggiori sono stati proprio quelli più ricchi, quelli estivi, in primavera era andata meglio, con maggio e marzo che, a causa della Pasqua bassa, avevano visto insieme 7,2 milioni di pernottamenti in più, più che compensando i 4,3 milioni in meno di aprile. Ma nel nostro Paese, come nel resto del Mediterraneo, è l’estate a decidere l’andamento di questo settore.

Dati Eurostat

Un andamento deludente. Giugno ha visto 1,2 milioni di presenze in meno che nel 2023, per un calo del 3,54 per cento, e 1,1 milioni meno che nel 2019. Luglio ha pareggiato con l’anno precedente al Covid, ma rispetto a quello scorso ha registrato un numero di pernottamenti inferiore di 600mila, -0,7 per cento. Peggio è andata ad agosto, -1,87 per cento rispetto al 2023 a causa del milione e mezzo di presenze che sono mancate all’appello, ma se il confronto è con il 2019 queste diventano tre milioni e mezzo. La scia negativa è proseguita a settembre quando a riempire hotel e appartamenti di vacanza sono stati 49,2 milioni, più che nel 2019, ma settecentomila in meno che nel 2023.

Questi numeri sono dovuti soprattutto alla diminuzione, in alcuni casi il crollo, delle presenze italiane. Sono scese in un anno del 5,38 per cento in giugno, del 6,19 per cento in luglio, del 5,69 per cento in agosto e infine del 3,96 per cento in settembre. Se a essere calcolati fossero solo gli arrivi, invece delle notti trascorse in vacanza, i dati sarebbero ancora peggiori. Per fortuna gli italiani che sono andati in vacanza sono stati in villeggiatura un po’ più dell’anno scorso, quasi come se ci fosse stata una selezione, a rinunciare alle ferie sono stati quelli che le avrebbero fatte più corte, in sostanza, è facile immaginarlo, i più poveri.

La crescita degli stranieri, che in marzo e maggio era stata molto pronunciata, del 20,27 e del 17,58 per cento, in estate non ha compensato. Anzi, accanto all’aumento del 4,54 e del 3,01 per cento in luglio e agosto c’è stato persino un calo dell’1,96 per cento in giugno. Del resto soprattutto agosto vede sempre una netta maggioranza italiana nei pernottamenti, del 61,1 per cento nel 2024, e si può comprendere come il calo del turismo interno conti moltissimo sui conti del settore.

Dati Eurostat, dimensioni di frecce e istogrammi in proporzione al numero assoluto di presenze

Il dato peggiore è, però, la perdita di competitività rispetto ai nostri concorrenti. Nel resto d’Europa, infatti, è andata mediamente meglio. Nell’Unione europea, solo settembre e aprile (a causa della Pasqua bassa) hanno visto il segno meno. In Spagna e in Grecia, due diretti concorrenti dell’Italia nel turismo, in particolare i mesi estivi hanno registrato incrementi tra il due e il quattro per cento, mentre in primavera gli aumenti sono stati ancora più intensi, anche in doppia cifra. Le più che buone performance del Prodotto interno lordo dei due Paesi, +2,1 per cento quello ellenico, più tre per cento quello iberico, in base alle stime della Commissione Europea per il 2024, sono in fondo legate anche a questi dati. A vedere numeri simili a quelli italiani, per certi versi anche peggiori, è stata la Francia, dove in luglio e settembre le presenze sono state del 3,32 e del 5,21 per cento inferiori a quelle del 2023, ma in agosto è prevalso il segno più.

Dati Eurostat, dimensioni delle frecce in proporzione al numero assoluto di presenze

Esattamente come in Italia in tre mesi estivi su quattro la Francia ha sofferto la riduzione del turismo interno, segno delle difficoltà economiche di un ceto medio una volta abituato, in entrambi i Paesi, alla villeggiatura di massa. Nel nostro Paese, dove, a differenza che Oltralpe, il segno meno si è visto anche in agosto, tutto ciò è peggiorato anche dalla crisi demografica. Se a salire è solo il numero degli anziani è difficile immaginare che crescano i turisti, solitamente giovani o perlomeno di mezza età.

La crisi demografica colpisce anche Grecia, Croazia e Spagna, ma la ripresa economica compensa permettendo soprattutto ai primi due Paesi di vedere il turismo interno in aumento. Nel caso spagnolo ad attenuare gli effetti sul settore turistico dell’invecchiamento della popolazione è anche la grande attrattività verso l’estero: +4,95 e +4,58 per cento le presenze straniere in agosto e settembre, mentre in Italia sono salite solo del 3,01 e dello 0,21 per cento.

Dati Eurostat

Il risultato finale, comprensivo dei pernottamenti interni ed stranieri, è che nel mese più importante per il turismo, agosto, l’Italia è stata la peggiore in Europa per variazione delle presenze. Solo in Serbia la discesa è stata maggiore della nostra. Il -1,87 per cento italiano contrasta con il +1,48 per cento francese, il +2,21 per cento spagnolo, il +3,54 per cento greco, mentre in destinazioni normalmente secondarie d’estate, come Paesi Bassi o Polonia, gli incrementi sono stati anche superiori, del 6,82 e dell’8,24 per cento, e sono stati dovuti soprattutto alle presenze estere.

Dati Eurostat sulle presenze

C’è anche questo aspetto da non sottovalutare: l’Italia soffre la diversificazione dell’offerta e della domanda dei turisti europei, anche italiani, che spesso cercano esperienze e panorami diversi. Il successo dell’Albania, meta di tanti nostri connazionali, o della vicina Slovenia, parlano da soli, con incrementi agostani delle presenze rispettivamente dell’11,32 e del 13,99 per cento. Sono dei piccoli boom che però il nostro sistema turistico soffre più di altri.

Dati Eurostat, dimensioni degli istogrammi in proporzione al numero assoluto di presenze

Il confronto con il 2023 e il 2019 rende evidente come il problema dell’Italia sia strutturale. Siamo di fatto l’unico Paese in cui in agosto le presenze sono scese in modo visibile sia rispetto all’anno scorso, dell’1,87 per cento, che al periodo pre-Covid, del 4,2 per cento. Nell’Est Europa, per esempio, c’è stato mediamente un buon incremento rispetto al 2023, ma non sono stati recuperati i livelli del 2019, soprattutto a causa del crollo del turismo russo e ucraino. Tutti gli altri Paesi, dalla Francia alla Germania, dalla Spagna ai Paesi Bassi alla Grecia, hanno invece visto un doppio progresso, sull’anno scorso e sul periodo pre-Covid, con numeri più o meno alti.

A differenza dei nostri vicini in cinque anni la discesa delle presenze interne, di ben il 13,2 per cento, non è stata compensata dall’incremento del 9,1 per cento di quello estero. Se poi, come accaduto nell’ultimo anno, quest’ultimo soffre la concorrenza di altre destinazioni, il risultato non può che essere quel segno meno cui siamo ormai fin troppo abituati in molte statistiche economiche.

Dati Eurostat, dimensioni dei cerchi in proporzione al numero assoluto di presenze

Di fronte a questi numeri appaiono piuttosto surreali tutti i discorsi sul turismo come risorsa e traino della crescita, sentiti mille volte nei dibattiti pubblici e nei convegni, a ogni livello, dai ministeri alle pro loco dei paesi. Allo stesso modo fanno alzare un sopracciglio anche le proteste contro l’overtourism in alcune città, con annesse le polemiche sugli affitti brevi. Esattamente come accade più in generale con i dati sul Pil, tra i peggiori nonostante il ritornello governativo sull’essere «meglio degli altri», così anche in questo caso c’è una sorta di negazione della realtà. Il turismo non potrebbe essere il nostro traino neanche se crescesse come fa in altre aree d’Europa, perché non genera veri margini e tanto meno produttività, a maggior ragione non può se invece di crescere è in declino.

Accanto all’implementazione di strategie che permettano almeno di riportare i nostri dati a livelli comparabili con quelli dei paesi vicini, dovremmo accettare che, in un’epoca di declino demografico, non possiamo fare affidamento su settori e filiere che dipendono quasi esclusivamente dal numero di persone che consumano un servizio, come avviene nel turismo. Dovremmo invece puntare su settori in cui il valore intrinseco può crescere grazie al progresso tecnologico e all’innovazione. Con gli ombrelloni e gli agriturismi, questo non è possibile.

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