C’è una Milano che non si vede, forse ancora più invisibile di quella città nascosta dietro i portoni dei grandi palazzi del centro storico, che celano parchi e giardini impensabili dal marciapiedi. È una Milano che facilmente si definisce minore, ma che ha tutto tranne la piccola statura. Forse è il carattere sobrio a renderla meno evidente a chi la percorre, fatta di edifici realizzati entro due decenni dopo la guerra, disegnati da chi aveva il futuro negli occhi e progetti intellettuali, politici, sociali e artistici sulle dita. Così forti e urgenti che a fermarsi un momento davanti a quelle facciate non si può che rimanerne tutt’ora affascinati. Non è questione di nostalgia di un tempo passato, né di un gusto che sta tornando forse di moda, ma di ridare voce a idee sinestetiche tra arte e architettura che facevano del vivere un fatto artistico, proponendo la bellezza come incontro quotidiano e la spiritualità un fatto ascensionale la cui capacità di elevazione andava ricordata sin dalle mura del luogo di culto. Un piccolo itinerario per scoprire alcune delle meraviglie della Milano post-bellica.

Si comincia da via Lanzone al civico 6, dove un edificio bianco si stacca completamente dal carattere più antico degli edifici circostanti. Si trova sull’angolo con via Pio V e nasce con l’idea di ricostruire un intero lotto pesantemente colpito dai bombardamenti del 1943. Così tra il ‘49 e il ‘51 gli architetti Gustavo e Vito Latis disegnano un edificio residenziale mentre lo studio Asnago e Vender si occupano del lotto affacciato su via Circo. Il complesso è arretrato rispetto al marciapiedi e immerso nel giardino, ricoperto di pietra bianca di Vicenza, e si compone di un edificio di quattro piani e uno retrostante di otto, con balconi in aggetto e bow-window sul giardino, in un reticolato apparentemente casuale che attira l’attenzione. Ma il vero punto focale è sulle formelle di ceramica di Lucio Fontana disposte a decorare i balconi del corpo più basso, meno dinamico del secondo e più compatto nelle forme. Un’idea perfetta: le creazioni policrome di Fontana risaltano come sulle pareti di un museo, quasi che l’idea del cubo bianco museale fosse per una volta rovesciata, per aprirsi all’esterno, in un’idea di condivisione della bellezza, di arte per tutti. Poco distante da qui si arriva ai civici 20 e 22 di via De Amicis, occupati dal Super Garage, un’autorimessa dalle linee sensazionali che corre lungo il marciapiedi per alzarsi fino al terzo piano, tra pieni, vuoti e dinamica. L’hanno disegnata Tito Bassanesi Varisco e Mario Guerci tra il ‘48 e il ‘49 (e già inserita nel 1954 da Piero Bottoni nella sua guida alla Milano moderna). In effetti, non ha eguali, almeno in città: a seguire le linee in facciata sembra di vedere un’automobile lanciata ad alta velocità. Sorge su un’area trapezoidale di circa ottocento metri quadri e la costruzione si compone di tre sezioni distinte. Nel seminterrato si trovano l’officina riparazioni e l’autolavaggio; il piano terreno è un salone esposizione per automobili, e i tre piani, compresa la copertura a terrazza, sono destinati al parcheggio di circa duecento auto. Ma a catturare l’attenzione, come già detto, è certamente la facciata. Originariamente rivestita di tessere a mosaico bianche (oggi pannellature rettangolari), è caratterizzata dalle linee delle rampe aperte al centro del fabbricato e dalle ampie vetrate inclinate a lato. Così la struttura portante con i tagli delle aperture insieme alle vetrate aggettanti, ne fanno un’architettura capace di raccontare il dinamismo del tema per cui è stata progettata.

In via Carlo Porta 5 si trova un altro interessante edificio che coniuga arte e architettura. L’architetto è ancora Vito Latis, questa volta chiamato nel 1953 dalla famiglia Treccani che voleva una propria residenza. L’abitazione poi cambia uso e diventa lo studio del pittore Ernesto Treccani, e poi sede della Fondazione Corrente. La facciata facilmente passa sotto silenzio, complice il fatto che la via è stretta e bisogna guardare dove si mettono i piedi… Ma ad alzare la testa si resta intrappolati in un reticolo di cielo fermato sui muri esterni della casa. Ci ha pensato proprio Ernesto Treccani, che ha voluto decorare una superficie di circa centocinquanta metri con oltre duemila formelle dai profili irregolari e curvilinei pensate proprio per dare l’idea dei movimenti del cielo. Sui pannelli di creta, infatti, Treccani interviene usando l’aerografo e colora il tutto sui toni dell’azzurro, senza tralasciare il giallo chiaro e l’ocra. Ma non basta: stormi di rondine volano tra i colori, incise, scolpite o dipinte. Un lavoro meticoloso che ha tenuto occupato il pittore per circa cinque anni (tra il 1980 e il 1985) e che ha finito per dare all’edificio il nome di Casa delle Rondini. Arte di strada? Sicuramente per la strada, cioè per tutti coloro che sarebbero passati di lì e che forse avrebbero colto l’invito poetico a divagare un po’ per il cielo di Milano. (Lo scorso anno la casa era nel circuito di MuseoCity).

L’itinerario prosegue poi sulla cerchia esterna, lungo le mura spagnole, per fermarsi in viale Beatrice d’Este 24, dove sorge la Casa Astratta. Il nome in effetti promette bene e l’edificio non tradisce le aspettative. A disegnarlo sono stati gli architetti Carlo Perogalli e Attilio Mariani tra il 1951 e il 1952. I professionisti hanno pensato a questo condominio come al loro manifesto artistico-architettonico. Rappresenta infatti le loro teorie architettoniche, nell’ambito del dibattito sulla sinestesia delle arti lanciato dal Movimento d’Arte Concreta – MAC. Così i due architetti coinvolgono il pittore toscano Francesco Magnelli e con lui disegnano la facciata principale, proprio come se fosse un’impaginazione dell’edificio. Lastre di marmo bianco avana sono scandite da balconi e bow-windows, rivestiti a contrasto in tessere di ceramica azzurra: ecco che il disegno di pieni e vuoti crea un motivo geometrico in facciata che poi era stato ripreso anche sul pavimento in gomma con intarsi di marmo nell’atrio del condominio (e oggi purtroppo rimosso). Il gioco era duplice, come se il palazzo si potesse riflettere in una sorta di laghetto interno, pronto ad accogliere gli abitanti tra le sue geometrie. Quasi una grafica concettuale in forma di casa, dove gli interni si sovrapponevano in una complessa struttura a griglia garantita da vani scala indipendenti. Un palazzo dei destini incrociati che ben rappresentava la visione artistica dei suoi autori e degli altri esponenti del MAC, il movimento fondato da Atanasio Soldati, Gillo Dorfles, Bruno Munari e Gianni Monnet con lo scopo di superare l’arte figurativa e a cui aderiranno poi numerosi architetti e designer come Tito Bassanesi Varisco, Vittoriano Viganò e Marco Zanuso e persino l’ingegnere Pier Luigi Nervi.

Ultima tappa è la Barona, e in particolare il suo quartiere Sant’Ambrogio I con i lavori di Arrigo Arrighetti. L’architetto progetta l’intero quartiere tra il 1964 e il 1966 al confine con il Parco Agricolo Sud, tra le vie San Vigilio e San Paolino, nell’ambito del Piano di Edilizia Economica e Popolare (PEEP) datato 1963. Il risultato è curioso perché Arrighetti segue linee sinuose che racchiudono un’area verde centrale che ospita tutti i servizi della zona. Per lui il quartiere doveva essere autosufficiente, quindi progetta un asilo, la scuola, i negozi e soprattutto la chiesa di San Giovanni Bono. Una sorpresa a passarci davanti, impossibile non notarla e magari fermarsi, spinti dal desiderio di conoscere quell’oggetto alieno in cemento armato a vista che sembra caduto da un altro pianeta tra gli edifici residenziali. Vista dalla facciata, è un triangolo perfetto, realizzato con la tecnica della tensostruttura, coperta con lastre prefabbricate rinforzate da nervature. A guardarla di profilo, sembra quasi un animale preistorico con la sua copertura in rame verde che scende a scivolo dalla punta estrema del triangolo in facciata per accomodarsi più morbidamente sulle cappelle laterali. Dentro mantiene il minimalismo brutalista del cemento armato a vista con inserti in legno, quasi a farne un luogo essenziale della spiritualità, illuminato da inseriti in vetrocemento colorato. Uno spettacolo!