
Per comprendere meglio il momento economico e politico che stiamo attraversando in Occidente, pochi documenti risultano più illuminanti del budget 2025 dell’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea. In un periodo in cui lo spazio torna a essere centrale, l’Esa si ridimensiona. Non si tratta di un fenomeno simile alla spesa sanitaria italiana, che nominalmente cresce ma diminuisce rispetto al prodotto interno lordo. Qui si parla di un vero e proprio taglio netto: nel 2025 i fondi scenderanno a 7,68 miliardi, contro i 7,79 del 2024, nonostante l’inflazione e una timida crescita economica.
Chi sono i principali responsabili di questo arretramento? Germania, Italia e Regno Unito: rispettivamente l’attuale malato d’Europa, il cronico e quello che ha deciso di prendere le distanze dal continente. Berlino ridurrà il suo contributo di duecentoventi milioni, Roma di 81,2 e Londra di 128,9. All’opposto, spiccano la Polonia, sempre più centrale nell’economia e nella difesa europea, che aggiunge 145,7 milioni, e la Francia, con un aumento di 26,5 milioni, che diventerà il principale contributore dell’Esa, superando la Germania.
Questi numeri mettono in luce l’assenza di una visione europea in un settore emergente e ad alto valore aggiunto, dove il continente fatica a tenere il passo con il resto del mondo. Nel 2023, gli investimenti di venture capital europei nel settore spaziale hanno totalizzato meno di un miliardo di euro, solo il sedici per cento degli investimenti globali, pari a sei miliardi. Sul fronte dei fondi pubblici, l’Europa si è fermata a 11,9 miliardi, l’undici per cento dei centosei miliardi mondiali. Il problema è che il Pil europeo rappresenta il ventidue per cento di quello del Pianeta.
Dati Esa in miliardi di euro e percentuale, 2023
Il ritardo europeo è evidente anche dai dati sul fatturato totale dell’aerospace. Quello generato nel Vecchio Continente, secondo Novaspace, è stato l’anno scorso di trentotto miliardi di dollari, una frazione piccola se confrontata con gli ottantasei del Nord America, leggi Stati Uniti, ma anche con i quarantacinque dell’Asia, in cui la Cina la fa da padrona. Anche l’America Latina, con diciannove miliardi, la metà dell’Europa, fa una figura migliore, visto che il Pil europeo è ben più del doppio di quello di quel Continente.
Il dominio americano è ancora più forte nel segmento upstream, quello che comprende innanzitutto la ricerca e sviluppo delle soluzioni e delle tecnologie spaziali, la costruzione dei satelliti e dei sistemi di lancio, la gestione dei centri di controllo, qui il Nord America da solo genera il cinquantanove per cento dei ricavi, ed è chiaro il ruolo di Space X, anche con Starlink, mentre l’Europa, con l’undici per cento, quasi non tocca palla, doppiata dall’Asia, con il ventidue per cento. In questo segmento sono indispensabili grandissimi capitali e il settore pubblico ha una funzione importantissima, perché il quarantasei per cento del fatturato dell’upstream riguarda scopi di difesa, mentre il ventuno per cento civili, e infatti i sotto-segmenti della sicurezza e dell’Osservazione della Terra, insieme, comprendono la metà di questo mercato.
A contrario, nel downstream, che include i prodotti che usano tecnologia spaziale per applicazioni terrestri, è la comunicazione satellitare a regnare, assorbendo l’ottantotto per cento dei ricavi di questo segmento, che per la grande maggioranza è alimentato dal settore commerciale e solo marginalmente da quello pubblico. Qui l’Europa ha una fetta maggiore, del venti per cento, ma sempre minore di quelle nordamericane e asiatiche.
Dati Novaspace in miliardi di dollari e percentuale, 2024
Dati Novaspace in percentuale, 2024
Per molti analisti, come quelli del World Economic Forum, il comparto dell’aerospace vedrà sì una fortissima espansione da qui al 2035 in tutti gli ambiti, ma ad avere tassi di crescita più alti, dell’otto per cento all’anno, sarà quella parte alimentata dalla spesa pubblica, civile e militare, mentre i segmenti commerciali aumenteranno del sei per cento annuo. Sarà la difesa, in particolare, ad avere un ruolo sempre più preponderante, proseguendo il trend che secondo l’Esa ha prodotto nel 2023 il superamento del budget militare su quello civile all’interno della spesa pubblica aerospaziale, con il primo che è passato dal quarantadue al 50,2 per cento del totale.
Dati Esa in percentuale
Chi fa la parte del leone nella spesa statale in questo mercato? Gli Stati Uniti, che tra il 2014 e il 2023 hanno lanciato un terzo dei veicoli, civili o militari, finanziati da denaro pubblico, contro l’otto per cento europeo, ma hanno speso il sessantaquattro per cento di tutto ciò che è stato erogato dai governi del mondo, molto più della Cina, che ha versato il dodici per cento del totale anche se ha spedito in orbita il trentadue per cento dei veicoli lanciati, più dell’Europa e di tutti gli altri.
Dati Esa in percentuale, 2023
Il Vecchio Continente è, così, indietro sia per gli scarsi stanziamenti pubblici sia perché tra questi quelli che hanno a che fare con la difesa, ora trainante, sono solo il quindici per cento, contro, come si è visto, il 50,2 per cento medio. Il nanismo politico e militare che caratterizza l’Europa, di fatto, sta provocando anche un nanismo economico nel momento in cui è la politica a guidare gli investimenti. E dire che in fondo in questo ambito l’Italia non sfigura eccessivamente, anzi. Spende, a livello di risorse pubbliche, meno degli Usa, che destinano lo 0,262 per cento del budget allo spazio, superati solo dal piccolo Lussemburgo, ma più della Germania e di gran parte degli altri Paesi europei, Francia esclusa. Destiniamo al settore lo 0,12 per cento del bilancio statale.
Dati Esa in percentuale, 2023
Secondo i dati Ocse, siamo ai vertici in molti ambiti della ricerca aerospaziale: la quota di pubblicazioni italiane che si piazza nel dieci per cento più citato a livello globale è superiore alla media Ocse e in questo indicatore superiamo francesi e americani sia nell’astronomia, che nelle scienze astronomiche, spaziali e planetarie. Questa forza a monte non si traduce, come spesso succede, in forza economica e industriale, non a livello di sforzo del settore pubblico né di quello privato. Riguardo quest’ultimo aspetto è paradigmatico tornare agli investimenti di venture capital e al confronto in questo ambito tra Europa e Stati Uniti. La prima nel 2023 ha visto un’erogazione di novecentosettantotto milioni di euro, contro i 3,6 miliardi americani, ma nel numero di accordi il divario è inferiore, ottantatré contro centosedici, perché ognuno di questi nel caso europeo è stato mediamente di dodici milioni, mentre Oltreoceano di trentuno milioni.
Dati Espi, in miliardi di euro e in percentuale
Siamo sempre allo stesso tema sottolineato anche da Mario Draghi nel suo report della competitività, la ridotta dimensione del mercato dei capitali privati, un altro nanismo, l’ennesimo, che si unisce agli altri. Alla sua base, però, dipende anche dalle decisioni della politica europea e nazionale, dove il nanismo è cronico e provoca l’incapacità di pensare in grande, in senso quasi letterale, come l’ultimo budget dell’Esa mostra simbolicamente.