Body horrorDa “The Substance” al videoclip di Lady Gaga prende forma il trend che celebra il grottesco

Sta prendendo forma un nuovo trend che esalta il gusto dell’orrido e lo si può rintracciare nelle trasformazioni aliene di Gena Marvin e dei Fecal Matter, nelle “marionette snodabili” dell’ultima sfilata di John Galliano per Margiela, passando per l’evanescente FKA twigs, tra musica, cinema, arte e moda

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

Mentre il 6 gennaio in Italia aspettavamo trepidanti la calza piena di cioccolata, in America tutta l’attenzione era rivolta all’ottantaduesima edizione del Golden Globe 2025. I social hanno da subito deciso quale dovesse essere il momento più condiviso della serata: la premiazione dell’attrice Demi Moore come “miglior attrice protagonista” nel body horror “The Substance”, film della regista francese Coralie Fargeat.  Incredula, nel suo discorso di ringraziamento l’attrice rivela che dopo quarantacinque anni di carriera «questa è la prima volta che vinco qualcosa come attrice. E sono così grata. Trent’anni fa un produttore mi disse che ero un’attrice “da popcorn”. All’epoca ho pensato di non poter ambire alla vittoria di un premio, di poter fare solo film di successo che incassavano un sacco di soldi, ma di non poter essere riconosciuta per il mio lavoro». 

Un traguardo sudato, ma che alla fine ha ripagato Moore, che si è cimentata per la prima volta in questo genere. “The Substance”, infatti, parla dell’incapacità di un’ex star di Hollywood nell’accettare la caducità del proprio corpo, ricorrendo a un espediente “invasivo”. Il tutto avviene in un’atmosfera grottesca contornata da rocambolesche scene di mutamenti corporei, scrocchi di ossa, schiene divelte, aghi spinali e carni ricucite.

Altrettanto inquietante è “Nosferatu”, il remake del film horror omonimo del 1922 di FW Murnau. Nel 2024 a interpretare il vampiro Count Orlok è l’attore svedese Bill Skarsgård, ma il mondo dell’online ha portato l’attenzione su altro: “What makes a vampire hot?”, che è anche il titolo dell’articolo di Dazed dedicato a questo tema. L’aspetto più interessante qui non è scoprire la risposta, ma chiedersi perché il grande pubblico abbia reso oggetto di discussione i denti affusolati, il colorito cadaverico e i canini sporgenti di Nosferatu.

Nello stesso anno è uscito nelle sale anche il sequel del film “Beetlejuice Beetlejuice” (1988) di Tim Burton, maestro del fantasy dark che ha portato sul grande schermo spiriti e possessione combinando bizzarria, commedia e orrore. Nel film del 1988 la protagonista è Winona Ryder, diventata un esempio di stile per quegli anni, vestendo i panni di Lydia Deetz, adolescente negligente che si veste soltanto di nero e che ama ciò che è strano e macabro. 

Il gusto per l’orrido ha attratto Lydia Deets, perché figlia di quelle forme di ribellione tipiche delle subculture, le stesse che, recentemente, stavano mostrando particolare interesse per ciò che è insolito, oscuro e orrido. Il duo Fecal Matter, ad esempio, da anni inscena sul web e tra le strade di Mosca e Parigi, outfit e trasformazioni fisiche che hanno lo scopo di provocare e di sensibilizzare su temi legati all’identità di genere e della comunità queer. 

A contraddistinguere i Fecal Matter è un’estetica ben definita che non ha nulla di umano, ma strizza l’occhio all’universo alieno. Indossano stivali che diventano dei prolungamenti corporei, quasi delle protesi, così come le protuberanze sulla schiena o sulle mani. Seguono lingue biforcute o allungate. Nelle pose o nelle camminate la schiena non è mai eretta, sempre curva. Ogni scatto è una provocazione sempre diversa, ma ci sono alcuni elementi costanti che rendono il duo riconoscibile: il capo e il viso ricoperti di bianco, testa sempre rasata a zero (solo alcune volte adornata con due ciocche di extension) e lenti nere che mascherano la pupilla. 

 

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I Fecal Matter hanno stregato anche Rick Owens e la sua coniuge, l’artista Michelle Lamy, che da qualche anno li invitano alle sfilate e addirittura li scelgono come modelli. Rick Owens, fondatore dell’omonimo brand, ha dato vita al suo universo identitario, con codici stilistici specifici che si rifanno a un mondo apocalittico, freddo e brutalista. Un contesto perfetto per i Fecal Matters, che non hanno mai nascosto la loro adorazione per gli stivali “Luxor Grilled” o le maglie con le spalline allungate verso l’alto di Rick Owens. Un amore corrisposto che nell’ultimo anno ha accolto anche Gena Marvin, artista di origine russa che di recente ha posato proprio con Michèle Lamy per GQ Germania. 

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Il pubblico di riferimento di Marvin è la strada, dove raccoglie attenzioni e reazioni controverse durante le sue performance. Nel look si ispira al mondo drag, mostrandosi con il viso ricoperto di pittura bianca e il contorno delle labbra esasperato, ma vengono meno i colori chiari, per cedere a un look goth. Gena si trasforma in creature fantastiche e spesso inquietanti indossando abiti di lattice, imbottiture, guanti con dita esagerate e tacchi altissimi. Lo scopo dell’artista è quello di sfidare le politiche anti LGBTQ+ di Putin, esibendosi con spettacolari esibizioni in spazi pubblici. Una delle sue performance pubbliche che ha destato maggiore interesse, ad esempio, vede l’artista inscenare tra le strade un parto di una creatura amorfa, con tanto di cordone ombelicale attaccato. A captare il potenziale di Gena è stata anche la regista russa Agniia Galdanova, che in suo onore ha realizzato un documentario “Queendom”, vincitore dell’IDA Award come miglior film.

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Le trasformazioni di Fecal Matter e Gena Marvin strizzano l’occhio alla storica sfilata primavera/estate 2010 di Alexander McQueen, “Plato’s Atlantis” l’ultima prima del tragico epilogo che ha coinvolto il designer. McQueen, durante tutta la sua carriera, ha dato vita a fashion show spettacolari, provocatori e al di là del prevedibile, destinati a restare nella memoria collettiva degli addetti al settore. Con “Plato’s Atlantis” McQueen, ispirandosi alla leggenda dell’isola di Atlantide, si chiese come gli esseri umani, sprofondati insieme alla terraferma, si sarebbero evoluti, sollevando una critica anche al cambiamento climatico. Da questo scenario apocalittico, sono emersi quarantacinque look stampati digitalmente con motivi che richiamavano squame e la pelle dei rettili. Ma il vero elemento distintivo sono state le scarpe, come il plateau “alieno” ispirato all’arte di HR Giger per il film “Alien” di Ridley Scott (1979) e le monumentali “Armadillo”, create dal designer per l’occasione e indossate da Lady Gaga (grande sostenitrice di McQueen), nel video della canzone “Bad Romance”.


L’eclettica Miss Germanotta, in effetti, fin dagli albori della sua carriera ha mostrato grande fascinazione per tutto ciò che è insolito e non convenzionale. Tutt’ora la cantante americana mostra interesse per il bizzarro e l’inconsueto. Nel 2024, infatti, ha rilasciato il videoclip del brano “Disease” che mostra Lady Gaga scappare da una figura misteriosa. Quest’ultima è orrifica, vestita di pelle e latex con tanto di occhi iniettati di sangue, tacchi altissimi, una maschera con cerniera che strizza l’occhio al bondage e lunghe unghie d’acciaio. Un feticcio dei demoni interiori della cantante. 

Al contrario, non vuole spaventare ma incuriosire la cantante FKA twigs, con il suo aspetto alieno e la voce altrettanto evanescente e ultraterrena. Una costruzione estetica a cui è giunta con la pubblicazione del suo album nel 2024 “Eusexua”, rasando i capelli e mostrandosi con protesi facciali che ne sottolineano i lineamenti.  La scelta stilistica è connessa all’uscita dell’album, in cui cerca di descrivere un sentimento per cui non esiste un vero nome, ma che implica una sensazione di estrema euforia in cui si trascende la forma umana.

FKA twigs. Foto di Evan Agostini. Courtesy LaPresse

Se per il 2025 è stata la premiazione di Demi Moore con “The Substance” a inaugurare l’anno con il grottesco e la stravaganza, l’anno scorso ci ha pensato John Galliano, presentando la sfilata “Artisanal” di Margiela, destinata a essere ricordata sui libri di moda. La passerella ricreava un bar malfamato degli anni Venti, completo di sedie in legno curvato traballanti e specchi spettrali, animato da personaggi che ricordano l’opera voyeuristica del fotografo ungherese Brassaï (1899 – 1984). I corpi delle modelle sono stati “rimodellati” con protesi, corsetteria e silhouette imbottite che ricordavano la couture di metà secolo di Christian Dior, eco della precedente esperienza di Galliano nella maison. Modelle e modelli sfilavano con movimenti melodrammatici e teatrali, ricordando delle marionette snodabili.

Il clamore intorno ad “Artisanal” è aumentato anche per gli abiti stessi. La maestria di Galliano, infatti, qui raggiunge gli apici, mostrando una forte capacità nel combinare l’alta sartoria a tecniche sperimentali di assemblaggio dei vestiti. Alcuni tessuti, ad esempio, sembravano inzuppati o bagnati dalla pioggia grazie ad alcuni trattamenti al silicone; ancora, la stoffa in tweed è stata trattata con colla e tecnica crêpe, e poi portata ad alte temperature per restringere e modellare il materiale. I cappotti sono stati realizzati con strati di organza e chiffon stampati, per dare l’idea di lane pesanti, mentre gli abiti in pizzo sono stati destrutturati, per apparire senza cuciture. Con “Artisanal” niente era come sembrava, comprese le collane “di porcellana”, in realtà realizzate in pelle lucidata.

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