Trattative in corsoCosa (non) sta succedendo alla Cop16 “bis” sulla biodiversità a Roma

Il tema cardine della conferenza è di carattere finanziario, perché la conservazione e la difesa della diversità biologica impongono un ripensamento dei modelli economici e politici. I negoziati, però, procedono a rilento, anche a causa di una spaccatura tra Paesi sviluppati e sottosviluppati

Ph Linkiesta

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – È una Roma un po’ cupa e grigia, quella che ha accolto i circa millequattrocento delegati accreditati per i tempi supplementari della Cop16 sulla biodiversità (25-27 febbraio), il sedicesimo negoziato che riunisce i Paesi firmatari della Convention on biological diversity (Cbd). Nella sede della Fao, a pochi passi dal Circo Massimo, si respira un’atmosfera internazionale. Mi sento parte di un mondo parallelo, sospeso (in effetti è un po’ così, dato che i dipendenti dell’Onu hanno un’esenzione fiscale totale sui salari). Poi, una volta entrato nell’atrio principale, mi imbatto in una mostra temporanea dedicata al ruolo dei Carabinieri nella protezione della biodiversità, e mi ricordo di essere in Italia. 

A differenza delle Conferenze delle parti (Cop) “classiche”, il negoziato di Roma – che punta a sciogliere i nodi della conferenza di Cali dell’ottobre-novembre 2024 – è contraddistinto da una sobrietà assoluta: niente loghi o poster dedicati all’evento, niente appuntamenti paralleli, niente passerelle politiche, poche conferenze stampa. L’obiettivo è arrivare fino in fondo senza fronzoli, trovando un accordo in grado di mobilitare il maggior numero di risorse economiche per proteggere e monitorare la biodiversità.  

Il grido d’allarme arriva soprattutto dalle economie meno sviluppate, che sono al contempo quelle più ricche di risorse naturali (e quelle meno responsabili della crisi del clima, strettamente connessa alla perdita di biodiversità). Lo dimostra il caso della delegazione della Repubblica Democratica del Congo, che ha interrotto la plenaria e convinto la presidenza ad anticipare a oggi pomeriggio (mercoledì 26 febbraio, secondo giorno di negoziati) le discussioni sulla mobilitazione delle risorse e il meccanismo finanziario. 

Ci sono Paesi (quelli in via di sviluppo) che chiedono nuovi fondi per la biodiversità, mentre altri non vogliono che questi fondi siano gestiti dalle banche multilaterali di sviluppo. Esattamente come a Baku, sede dell’ultima Cop sul clima, il tema cardine è di carattere finanziario, perché la conservazione e la difesa della diversità biologica impongono un ripensamento dei modelli economici e politici. Anche per questo esiste il multilateralismo.

Oggi, l’unico modello socio-economico davvero sostenibile (anche economicamente) deve avere la natura al centro. Perché proprio dalla natura, secondo una stima del World economic forum, dipende quasi la metà del Pil globale. Medicine, cibo, acqua, materiali di vario genere: nulla di tutto questo esisterebbe senza una corretta varietà di specie sulla Terra. La biodiversità è l’unità di misura della ricchezza e della “resilienza climatica” del nostro ecosistema: quante e quali specie animali e vegetali abbiamo, come stanno, come interagiscono e come sono distribuite. La mancanza di interventi adeguati per proteggere la biodiversità si tradurrà in una perdita del sette per cento del Pil globale entro il 2050.  

La posta in gioco è enorme. Il negoziato di Roma darà concretezza all’accordo più importante di sempre per la tutela della biodiversità globale, ossia il Kunming-Montreal global biodiversity framework (Kmgbf), nato al termine della Cop15 del 2022 (le Cop sulla biodiversità e sulla desertificazione, a differenza di quelle sul clima, avvengono ogni due anni). Il trattato ha ventitré target, tra cui la protezione – entro il 2030 – del trenta per cento delle aree terrestri e delle aree marine del nostro pianeta. 

Senza un meccanismo finanziario ambizioso, omogeneo e democratico, però, Kmgbf rimarrà solo una sigla molto complessa da ricordare a memoria. Mentre io sono in sala stampa a scrivere questa newsletter, i delegati dei Paesi firmatari della Cbd (gli Stati Uniti non sono tra questi) stanno capendo come garantire almeno duecento miliardi di dollari l’anno entro il 2030 – anche da fonti private – per la tutela della diversità biologica. Più di tre mesi fa, in Colombia, il negoziato si è incastrato proprio in questa cifra. Inoltre, la nuova bozza ha ribadito un altro obiettivo finanziario della Cop16: i Paesi sviluppati dovrebbero fornire un contributo da almeno venti miliardi di dollari l’anno entro il 2025 e trenta miliardi entro il 2030 ai Paesi in via di sviluppo.

Al netto delle bozze, i presagi non sono incoraggianti. Nel primo giorno di negoziati è stata annunciata l’implementazione del Cali Fund, “riempito” dai soldi trasferiti dagli enti (anche privati) che guadagnano grazie alle informazioni digitali ottenute dalle sequenze genetiche di piante o animali. Il denaro verrà investito in iniziative per la conservazione della biodiversità. Gli aspetti positivi sono principalmente due: il cinquanta per cento delle risorse del fondo sarà destinato alle comunità indigene, e l’intoccabilità delle aziende (anche farmaceutiche) è stata finalmente messa in discussione. 

La partecipazione al fondo, però, è su base volontaria. E nessuna azienda ha finora comunicato la volontà di contribuire. Susana Muhamad, ministra (dimissionaria) dell’Ambiente colombiana e presidente della Cop16 sulla biodiversità, ha accolto la novità con entusiasmo, ma i movimenti contadini – come scrivo qui – sono insoddisfatti da ogni punto di vista.  

E l’Italia? Sta facendo l’Italia. La sede del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) è a meno di due chilometri dal quartier generale della Fao, ma non c’è traccia di Gilberto Pichetto Fratin o della viceministra Vannia Gava. È una scelta politica chiara. Ieri sera, dopo che sui giornali si è diffusa la notizia della latitanza del governo Meloni, il Mase ha rilasciato un comunicato piuttosto stizzito per ricordare che «la delegazione italiana si compone di una qualificata rappresentanza della direzione generale per la Tutela della Biodiversità e del Mare del Mase, di Ispra e Aics». Oggi si è intravisto il sottosegretario di Stato al Mase, Claudio Barbaro. In generale, va detto, la risposta politica si sta rivelando deludente: solo tredici Paesi, tra cui il Canada, hanno fatto accreditare ministri e viceministri. 

Nel frattempo, i negoziati procedono a rilento, a un ritmo quasi sonnecchiante, con i Paesi più ricchi che si stanno opponendo alla creazione di un nuovo fondo. In serata terminerà la discussione in plenaria sulla mobilitazione delle risorse, il tema cardine delle trattative. Alle 18:15 di giovedì 26 febbraio è in programma la conferenza stampa di chiusura della Cop16, ma difficilmente si troverà un accordo nei limiti prestabiliti. Troverete tutti gli aggiornamenti online su Linkiesta.

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