Cialtrone in chiefIl deficit commerciale Usa non è un problema, ma Trump è troppo ignorante per saperlo

Il disavanzo degli Stati Uniti non è un segnale di crisi, ma di forza economica. Eppure viene usato come pretesto per imporre dazi, col rischio di danneggiare più Washington che i suoi rivali

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Non sono ancora entrati in vigore i nuovi dazi fissati dall’amministrazione Trump al venticinque per cento su acciaio e alluminio (che verranno applicati dal 12 marzo) che il presidente degli Stati Uniti è già tornato a cavalcare uno dei suoi cavalli di battaglia. La Casa Bianca ha infatti annunciato che dal 2 aprirle adotterà tariffe (di nuovo al venticinque) su automobili, semiconduttori e prodotti farmaceutici. «Saranno del venticinque per cento e oltre, e aumenteranno notevolmente nel corso di un anno», ha dichiarato nel corso di un’intervista. Come sappiamo, per Donald Trump la riduzione del deficit commerciale americano attraverso l’applicazione di dazi rappresenta quasi un’ossessione, di cui si occupò già nel corso del suo primo mandato, senza successo. Ma perché Trump è così ossessionato dalla bilancia commerciale americana, cioè dal divario che esiste fra importazioni ed esportazioni?

Un surplus commerciale – cioè, un maggior valore delle esportazioni rispetto alle importazioni – di solito comporta un aumento del Pil, mentre un deficit commerciale un suo indebolimento. Questa è la regola base, di per sé piuttosto approssimativa, perché non sempre deficit e crescita economica sono grandezze in contrapposizione. Vi sono, ad esempio, casi in cui l’aumento della spesa pubblica comporta un aumento del deficit, perché il prodotto si concentra su settori interni, e casi in cui il deficit può risultare più contenuto a causa di una recessione, che riduce il consumo di tutti i beni, compresi quelli importati. Ma se ad essere in deficit è la più potente nazione del mondo, che significa?

Secondo i dati della Banca mondiale, nel 2023 gli Stati Uniti hanno registrato un Pil di oltre ventisettemila miliardi di dollari, rispetto ai circa diciottomila della Cina, quattromilacinquecento della Germania, quattromiladuecento del Giappone, ai circa tremilaseicento dell’India, ai circa tremilatrecento del Regno Unito, ai tremila della Francia e ai duemiladuecento circa dell’Italia. Il Pil pro capite è un’altra cosa (Lussemburgo primo e Stati Uniti settimi), ma se si tratta di prodotto nazionale, cioè di nazioni e potenze, gli Stati Uniti stanno primi. Che significa, allora, quel deficit? 

Significa, semplicemente, che sempre più nazioni vogliono vendere agli Stati Uniti e che i cittadini degli Stati Uniti hanno sempre più soldi degli altri per comprare. Significa che il dollaro rimane forte e le altre monete più deboli. Si tratta di una conferma di potenza, non di debolezza. In effetti, grandi deficit commerciali coesistono spesso con un’economia in salute. Di certo ciò vale per gli Stati Uniti, che sono in deficit almeno dagli ultimi trent’anni e che proprio durante la grande recessione degli anni 2008-2010 hanno visto una riduzione dello sbilancio commerciale. 

L’idea che i deficit commerciali ostacolino la crescita non solo è sbagliata in teoria, ma anche in pratica. Ad esempio, mentre l’economia statunitense ha registrato una forte crescita tra il 2002 e il 2005, il deficit commerciale è, in quel triennio, andato ulteriormente in rosso, passando da meno il quattro per cento del Pil a quasi meno sei per cento. Si consideri, poi, che i paesi che esportano molto più di quanto importano non hanno necessariamente le economie migliori. Ad esempio, la Thailandia, la Russia e la Nigeria hanno tutti un surplus commerciale, ma non c’è alcuna possibilità che questi paesi superino a breve gli Stati Uniti. Il deficit, per gli Stati Uniti, è quindi un problema relativo. 

D’altra parte, incolpare la Cina o il Messico per il deficit commerciale e la perdita di posti di lavoro è un’ottima argomentazione. Come sappiamo, l’individuazione costante di nemici da parte di chi sta al governo distoglie l’attenzione dell’elettore e ne fuorvia l’opinione. Ma si tratta di una battaglia che ha senso, per gli Stati Uniti? 

No, perché ridurre il disavanzo commerciale tassando le importazioni avrebbe conseguenze economiche negative per i consumatori, che si troverebbero a pagare prezzi più alti sullo scaffale, e per quelle imprese che dipendono da fattori produttivi importati. Vi sono poi altri punti dell’agenda economica di Trump orientati a stimolare la crescita, come i tagli alle tasse e l’aumento degli investimenti nel settore privato, che potrebbero peggiorare il deficit commerciale, creando un potenziale conflitto tra obiettivi concorrenti.

In sintesi, l’economia statunitense sta andando meglio di molte altre economie del mondo: i consumatori statunitensi hanno infatti la possibilità di acquistare molti più beni dall’estero di quanti le imprese nazionali non ne riescano ad esportare. Lasciato a se stesso, il deficit commerciale americano probabilmente aumenterebbe in maniera naturale, come ha sempre fatto negli ultimi trent’anni e ci sarebbe da preoccuparsi se così non fosse. Insomma, la scusa del deficit commerciale per prendere di mira specifici paesi è un valido stratagemma per fuorviare l’opinione pubblica americana, ma non serve a nulla. Anzi, le politiche con cui l’amministrazione Trump vorrebbe contenere tale deficit punendo altri paesi indeboliranno l’economia americana.

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