
La firma da parte del presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, dell’Expropriation Act, legge che autorizza il governo a espropriare terreni ai legittimi proprietari, che sono in larga maggioranza bianchi, è stata la causa di forti tensioni nella maggioranza di governo e nel Paese; queste sono giunte fino a Donald Trump, che ha parlato di «discriminazione razziale ai danni dei proprietari bianchi».
La sproporzione nella proprietà dei terreni in Sudafrica è oggi evidente: i sudafricani bianchi, di cui fanno parte anche gli afrikaner, i migranti di discendenza olandese che hanno costruito il sistema dell’apartheid, rappresentano circa il sette per cento della popolazione e hanno a disposizione il settanta per cento delle terre coltivabili. Questa disparità affonda le sue radici nella storia del Paese. Con il Natives land act, approvato nel 1913, si sono poste le basi per la nascita della classe proprietaria bianca: ai neri è stato vietato possedere e occupare appezzamenti in varie parti dello Stato, tanto che dopo la legge solo il tredici per cento dei terreni è rimasto a loro disposizione.
Successivamente, a partire dalla nascita del regime dell’Apartheid promosso dal Partito nazionale afrikaner, più di tre milioni di neri sono stati rimossi dalle loro proprietà e costretti a vivere in quartieri segregati. L’idea di ottenere una redistribuzione delle terre più favorevole, che consideri il fatto che i neri sono la netta maggioranza della popolazione sudafricana, e che hanno dovuto subire per decenni il regime discriminatorio e razzista dell’apartheid, è alla base di forti rivendicazioni sin dalla nascita della nuova Repubblica Sudafricana, nel 1994. Nonostante questo, fino a oggi nessuna legge organica sulla redistribuzione delle terre ha avuto successo, nonostante le maggioranze assolute detenute dal partito che guidò la resistenza agli afrikaner negli anni dell’apartheid, l’African national congress (Anc).
La legge, voluta dal governo del presidente Ramaphosa, autorizza gli espropri di terre da parte dello Stato, in alcuni casi anche senza compensazione economica. Proprio questo è stato la base di forti perplessità, non solo da parte degli afrikaner, ma anche dei partiti moderati a maggioranza bianca. La Democratic alliance (Da), partito di centrodestra che oggi governa in coalizione con And, si è dichiarata totalmente contraria alla legge, tanto da averla dichiarata potenzialmente incostituzionale. Secondo la loro opinione, nessun governo democratico deve avere il potere di confiscare alcun tipo di proprietà senza garantire ai proprietari un equo compenso; come hanno scritto in una nota, «la storia ci insegna che la redistribuzione può essere fatta solo garantendo pienamente i diritti di proprietà, perché nessun governo possa utilizzare poteri di esproprio senza controllo».
La difesa dei promotori della legge è che sarebbe mal interpretata: è vero – affermano – che è stata inserita la possibilità di espropriare senza garantire un compenso, ma questo potrebbe avvenire solo in rari casi specifici. Innanzitutto può riguardare solo i terreni, e non qualsiasi altro bene, e solo se il terreno deve essere adibito a pubblico utilizzo; inoltre, la mancanza di una compensazione si applicherebbe solo in caso di fallimento ripetuto nella capacità di trovare un accordo col legittimo proprietario.
L’attacco alla legge da parte di Da riflette anche i differenti rapporti di forza nella politica sudafricana: se per trent’anni Anc ha potuto godere della maggioranza assoluta, che gli ha permesso di esprimere governi monocolore, dopo le elezioni del 2024 è stato costretto, essendo sceso al quaranta per cento dei consensi, a costruire un governo di coalizione con altre dieci forze, tra cui i bianchi moderati. Deve quindi tenere per forza in considerazione le critiche che gli vengono mosse all’interno della compagine governativa stessa. Anc ha sempre più difficolta nell’avere presa sui cittadini sudafricani: un tempo partito egemone, le cui maggioranze non potevano essere messe in discussione, oggi, dopo vari scandali di corruzione e l’incapacità di far uscire la maggior parte dei neri dalla condizione di povertà in cui versano da decenni, perde costantemente consensi. Alla sua sinistra sono presenti partiti ben più radicali nella richiesta dell’espropriazione delle terre, come gli Economic freedom fighters (Eff) che hanno, fin dalla loro nascita nel 2013, come obiettivo la nazionalizzazione totale di terreni, banche e miniere.
Ad attaccare la decisione da destra, invece, sono gli afrikaner eredi dell’apartheid. Da anni questi si sono riuniti in associazioni per denunciare di essere le vere vittime del Sudafrica post-apartheid: ritengono di essere bersagliati ingiustamente per via del loro passato e di venire costantemente uccisi in episodi di violenza razziale. Un’affermazione contestata, in quanto il Sudafrica è un Paese con gravi problemi di criminalità e un alto tasso di omicidi, senza però nessuna evidenza di una predominanza di delitti commessi da neri su bianchi proprietari. A rappresentare i diritti degli afrikaner è un’associazione, Afriforum, che si autodefinisce come un gruppo che si occupa di diritti civili, ma in realtà promotore di un programma etnonazionalista e di estrema destra. Kalli Kriel ed Ernst Roets, i due leader dell’associazione, vanno spesso negli Stati Uniti a promuovere la loro visione rispetto alle vicende sudafricane, facendo lobbismo su vari esponenti repubblicani americani, e dopo una loro visita nel 2018 Trump ha appoggiato l’idea che nel Paese starebbe avvenendo un genocidio ai danni dei bianchi.
Afriforum ritiene che la legge sull’espropriazione non sia altro che una confisca di stampo razzista, non dissimile dalle leggi proposte dagli afrikaner durante l’apartheid. Nel frattempo, sposando la loro idea, Trump ha revocato ogni tipo di aiuto al Sudafrica, che riceveva circa quattrocentoquaranta milioni di dollari in assistenza dagli Stati Uniti, utilizzati principalmente nel settore medico. Il diciasette per cento della spesa sudafricana per contrastare la diffusione del virus dell’Hiv arriva dagli Stati Uniti, e ora è completamente bloccata. Anche per questo l’ex presidente Jacob Zuma, che oggi guida una formazione politica di sinistra, ha accusato Afriforum di tradimento e cospirazione contro il governo.
La questione delle terre è stata a lungo un dilemma in Sudafrica: fin dalla fine del regime dell’apartheid si sono scontrati i diritti dei proprietari e la volontà della popolazione nera di ottenere una maggiore emancipazione economica. La nuova legge non risolve la questione, e ha anzi contribuito a dimostrare le differenze razziali che ancora animano il Sudafrica: per di più, la volontà dell’amministrazione statunitense di incidere nella questione ha notevolmente peggiorato la situazione.