Russian powerUniCredit opera ancora in Russia, e il governo valuta di fermare la presa di Bpm

Nonostante i divieti, le richieste della Bce e l’ordinanza di un tribunale europeo, l’istituto guidato da Andrea Orcel è l’unico che non ha mai provato a lasciare Mosca, dove anzi fa il sette per cento dei profitti. Un rischio troppo grande per Meloni e Giorgetti, che pensano di usare il golden power per evitare guai reputazionali e sanzionatori (che altrimenti si estenderebbero anche alla banca di Piazza Meda)

AP/Lapresse

Il risiko bancario passa anche da Mosca. A tre anni dall’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin c’è una sola banca europea – tra quelle sistemiche – che ancora non ha lasciato la Russia. Nonostante ordinanze dei tribunali e le delibere Bce, UniCredit continua a essere operativa, come si può facilmente controllare sul sito unicreditbank.ru (in cirillico e in inglese). Nonché a macinare ricavi e utili, con finanziamenti per circa un miliardo (target 2025), margine operativo di settecentonovantacinque milioni e utili netti di seicento milioni, entrambi in forte crescita nei primi nove mesi del 2024 rispettivamente del quarantuno e del cinquantadue per cento, pari al 7-8 per cento dei profitti totali del gruppo (il prossimo 11 febbraio usciranno i numeri dell’intero 2024).

Ma ora il tema è arrivato sulla scrivania del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che dal 4 febbraio scorso, quando UniCredit – ai fini del golden power – ha notificato al governo i termini dell’offerta pubblica lanciata su Banco Bpm, ha quarantacinque giorni di tempo per porre condizioni, paletti o addirittura vietare l’operazione. E se è vero che l’esecutivo non vede di buon occhio l’offerta lanciata su Bpm da Andrea Orcel, ceo di UniCredit, perché gli complica i piani studiati per far partecipare la stessa Bpm alla scalata “di Stato” lanciata da Mps a Mediobanca, potrebbe essere proprio la Russia un argomento forte del golden power.

Per convincersene bisogna leggere alcuni passaggi dell’ordinanza con la quale, il 22 novembre scorso, il Tribunale dell’Unione europea – in attesa della pronuncia nel merito – ha respinto il ricorso d’urgenza presentato da Unicredit contro la Bce che, in aprile, aveva stabilito requisiti e obblighi che Orcel non ha voluto rispettare. Secondo la Banca Centrale Europea, con riguardo alla stabilità del gruppo UniCredit, si registra un «aumento significativo di rischi operativi, reputazionali, sanzionatori e finanziari tali da potenzialmente superare i benefici derivanti dal proseguimento dell’attività in Russia». Di qui l’urgenza di attuare misure incisive al fine di ridurre tali rischi, «compresa la possibilità della cessione totale delle società controllate russe».

In particolare, nonostante il piano proposto da Orcel per la riduzione delle proprie attività (già scese rispetto al primo trimestre 2022 del 94% sull’esposizione cross border, del -77% nei depositi e del 78% negli impieghi) Bce ritiene troppo elevato «il rischio di riciclaggio di capitali e di finanziamento del terrorismo, nonché il rischio di sanzioni finanziarie» (come quelle già sperimentate da UniCredit con il sequestro da quattrocentosessantatré milioni ordinato nel 2024 da un tribunale di San Pietroburgo per una vertenza con Gazprom, su cui pende un ricorso a Londra). Tanto più se si considera che il diritto russo «vieta alle società controllate russe di condividere con la casa madre le informazioni sui clienti i cui conti e le cui operazioni sembrano sospetti, e di dare applicazione alle sanzioni occidentali in Russia».

Per questo la Bce aveva imposto a UniCredit quattro requisiti riguardanti restrizioni su prestiti, depositi, collocamento di fondi e pagamenti, nonché una raccomandazione per la riduzione dei prestiti transfrontalieri. Tutti rigettati dalla banca di piazza Gae Aulenti perché – dopo aver già ridotto presenza e operatività in territorio russo – li ha ritenuti un pregiudizio grave e irreparabile per i propri interessi. A fronte dei quali Bce ha però opposto i suoi di interessi, sostanzialmente riassumibili nella stabilità di un gruppo che, essendo di rilevanza sistemica, pregiudica la stabilità dell’intero mercato unico europeo. E il Tribunale Ue ha riconosciuto che «l’interesse della ricorrente deve cedere dinanzi all’interesse difeso dalla Bce».

In attesa di conoscere il merito della decisione del Tribunale, restano nero su bianco sia i rischi sollevati da Francoforte di riciclaggio e terrorismo, sia quelli di forti sanzioni che Putin non esita ad applicare, in grado di destabilizzare il gruppo. Tutti rischi che, in caso di successo dell’offerta su Bpm, verrebbero estesi alla nuova entità. Insomma, un argomento che al governo potrebbe non dispiacere affatto in sede di golden power. E che riguarda anche la stessa Bce, chiamata ad autorizzare le acquisizioni bancarie sotto il profilo della stabilità.

UniCredit, che ha finora preso tempo in vista della conclusione del conflitto, magari puntando sull’elezione di Donald Trump, si trova comunque tra due fuochi. Perché un’uscita dalla Russia potrebbe rivelarsi molto più onerosa della sola perdita del 7-8 per cento degli utili. Non è un caso che il gruppo austriaco Raiffeisen (altra banca europea attiva a Mosca, ma con capitalizzazione che è un decimo di UniCredit e un’uscita dalla Russia già programmata), rischia un sequestro da due miliardi di euro per non aver portato a termine una transazione proprio a causa delle sanzioni europee. Una mossa interpretata come un avvertimento per tutte le banche europee che operano ancora nella nazione. Inoltre, per chi lascia la Russia esiste una exit tax sul valore ceduto appena elevata dal quindici al trentacinque per cento e uno sconto obbligatorio da applicare sul valore degli asset salito dal cinquanta al sessanta per cento.

Insomma per Orcel l’addio a Mosca potrebbe costare, secondo stime in circolazione, intorno ai due miliardi di euro, con una perdita di cinquantadue punti base dell’indice di capitalizzazione Cet 1. Mentre restare lo rende più vulnerabile sul golden power e sotto il profilo reputazionale. Vedremo se già in occasione dei conti dell’11 febbraio ne sapremo qualcosa di più.

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