
Barcamenandosi, alla lunga è chiaro che i risultati non arrivano e, al di là degli ottimismi di facciata, il governo Meloni non sta girando come dovrebbe. Loro, i diretti interessati, lo sanno: per questo quando i capi del centrodestra si riuniscono con la capa dei capi, Giorgia Meloni, in quella stanza c’è più nervosismo che altro. La verità è che l’agenda del governo è desolatamente vuota. La missione della costruzione della famosa egemonia evapora.
La presidente del Consiglio ha improvvisamente smesso di occuparsi di politica internazionale, con tanti saluti alla strombazzata centralità in Europa in chiave di ponte con Donald Trump, e questo le sottrae appeal anche in chiave interna. Sono Spagna, Francia e Germania a protestare per l’esclusione dell’Europa dalla possibile fase negoziale sull’Ucraina. Palazzo Chigi chi l’ha visto?
Il governo non ha nulla da dire sulle questioni che scottano, dallo spionaggio del giornalista Francesco Cancellato e dell’attivista Luca Casarini (ieri in Parlamento il ministro per i rapporti col Parlamento, l’esangue Luca Ciriani, non ha detto nulla) alle ricadute internazionali della incredibile vicenda del libico Almasri lasciato scappare a bordo di un aereo di Stato.
Ancora. Sulle riforme, a parte quelle costituzionali finite in un cassetto, nulla di fatto. Si sono visti ieri, i leader, per fare un punto sulla Sanità, in particolare su questa idea di fare dei medici di base dei dipendenti pubblici ma a quanto sembra che la cosa non piaccia ai liberali, cioè a Forza Italia, al contrario degli statalisti di Fratelli d’Italia e Lega.
È noto che non sia facile, in un Paese tendenzialmente irriformabile, sclerotizzato e vecchio, mettere mano a riforme serie, ma questa non può essere una scusante per un governo e una presidente del Consiglio che hanno le mani ovunque e l’ambizione di lasciare il segno dei propri polpastrelli su ogni comparto della vita pubblica.
Meno che mai aiutano i dati fondamentali dell’economia, come già scriveva ieri Amedeo La Mattina qui su Linkiesta: l’Istat ha certificato una caduta del 7,1 per cento della produzione industriale su base annua – solo ai tempi del Covid era andata peggio – e in particolare del 3,1 per cento rispetto a novembre. Tra i tre leader di maggioranza l’aria è sospettosa, e sempre a causa dei colpi di testa di Matteo Salvini che innervosiscono soprattutto l’altro vice presidente del Consiglio nonché ministro degli Esteri Antonio Tajani, al quale è toccato vedere al telegiornale il capo leghista stringere la mano a Bibi Netanyahu, come se il titolare della Farnesina fosse lui.
Meloni fa buon viso a cattivo gioco, spaventata da eventuali Papeete, con un tipo come Salvini basta un niente per incendiare il clima, ed è in questo quadro che andranno lette le mosse sulle Regionali d’autunno, e in particolare nel Veneto. A quanto pare, Meloni potrebbe lasciare il Veneto alla Lega, assicurandosi assessorati di peso e ricompensando Luca Zaia con un bel posto al governo, anche per raffreddare in Consiglio dei ministri i bollori sempre possibili di Salvini. Tutto questo rende l’idea di una coalizione senza un’agenda forte, e anche per questo sempre più nervosa.